Dalla stagione delle grandi costruzioni pubbliche dopo la frana del 1966 alle possibili demolizioni di oggi: la città potrebbe trovarsi davanti a una domanda che nessuno ha ancora affrontato davvero
AGRIGENTO – Agrigento non costruisce più, da molti anni, nuove case popolari come avveniva nella grande stagione dell’edilizia pubblica del secondo Novecento. È un dato che rischia di passare inosservato finché non emerge un problema capace di riportare la politica della casa al centro della politica urbanistica. E quel problema potrebbe essere Maddalusa.
Se gli immobili abusivi insanabili dovessero essere demoliti e, tra le persone coinvolte, ci fossero famiglie che utilizzano quelle abitazioni come unica casa e non dispongono di alternative, la città dovrebbe porsi una domanda molto concreta: dove andrebbero a vivere quelle persone?
La domanda non significa mettere in discussione le demolizioni, né trasformare l’edilizia popolare in una sorta di ricompensa per chi ha costruito abusivamente. Significa interrogarsi su un’altra questione: Agrigento dispone oggi di un patrimonio abitativo pubblico sufficiente ad affrontare un’eventuale emergenza abitativa legata al caso Maddalusa? E se la risposta fosse no, la città sarebbe disposta a tornare a costruire?
Il precedente della frana del 1966
Per capire perché questa domanda non sia affatto astratta bisogna tornare alla storia della città. Il precedente più importante è quello della frana del 19 luglio 1966, che sconvolse Agrigento e rese necessario trasferire una parte della popolazione. Il rione Addolorata divenne il simbolo di una città costretta a ricostruire e a spostare abitanti da un territorio divenuto problematico.
Nel 1974 lo Stato intervenne con una legge specifica per il trasferimento del rione, prevedendo espropri, demolizioni e sistemazione dell’area. Ma è soprattutto quanto avvenne negli anni successivi a essere interessante per il dibattito di oggi. La legge 25 marzo 1982, n. 94 autorizzò il Comitato per l’edilizia residenziale a concedere allo IACP di Agrigento 10 miliardi di lire per la costruzione di alloggi di edilizia residenziale pubblica nell’ambito del programma di trasferimento del rione Addolorata.
Quegli alloggi avevano una destinazione precisa: tra i beneficiari c’erano i sinistrati della frana del 1966 proprietari di immobili distrutti o dichiarati inagibili, che avevano scelto quella soluzione. È un passaggio importante, perché dimostra che l’edilizia pubblica, ad Agrigento, non è stata utilizzata soltanto per dare una casa a chi aveva un reddito insufficiente. È stata anche uno strumento di trasferimento della popolazione e di governo del territorio. Quando una parte della città doveva cambiare, lo Stato costruiva le condizioni perché le persone potessero essere spostate.
Maddalusa è un’altra storia, ma il problema abitativo resta
Maddalusa, naturalmente, è un’altra storia. Non c’è una frana e non c’è un quartiere da trasferire a causa di un dissesto geologico. C’è il problema dell’abusivismo edilizio, dei vincoli urbanistici, delle demolizioni e della tutela della Valle dei Templi. La questione della legalità viene prima di tutto.
Ma proprio per questo bisogna distinguere il destino degli immobili da quello delle persone. Un immobile abusivo può essere insanabile e quindi destinato alla demolizione. Chi lo abita, però, può trovarsi dopo la demolizione senza un’abitazione. Sono due problemi diversi e devono essere affrontati con strumenti diversi.
Su questo punto bisogna essere altrettanto chiari: non si tratta di sostenere che chi ha costruito abusivamente debba essere premiato con una casa popolare. Una simile impostazione sarebbe sbagliata e finirebbe per confondere il piano della legalità con quello dell’assistenza abitativa.
Il problema è un altro. Se una famiglia perde l’unica abitazione nella quale vive perché l’immobile deve essere demolito e, verificati tutti i requisiti, si trova in una condizione di effettiva necessità abitativa, quale risposta deve dare la pubblica amministrazione?
Chi rischia di perdere l’unica casa in cui vive non può essere trattato allo stesso modo di chi possiede una seconda abitazione. La distinzione è fondamentale, ma non basta: bisognerà verificare la residenza effettiva, la situazione familiare, l’eventuale disponibilità di altri immobili e naturalmente tutti i requisiti previsti per accedere all’edilizia pubblica. Solo dopo questi accertamenti sarà possibile capire quante persone, in caso di demolizione, avrebbero realmente bisogno di una soluzione abitativa alternativa.
E se gli alloggi non bastassero?
È qui che arriva la domanda più difficile: e se Agrigento non avesse abbastanza case popolari?
La città potrebbe trovarsi davanti a una scelta che oggi sembra quasi impensabile: tornare a costruire nuove case popolari. Non migliaia di appartamenti e nemmeno nuovi quartieri realizzati senza una strategia, ma un patrimonio abitativo pubblico calibrato sulle reali necessità della città. Non per tutti e non automaticamente per chi possiede una casa abusiva, ma per quelle famiglie che, verificati i requisiti, avrebbero realmente diritto a una soluzione abitativa.
Ed è qui che Maddalusa potrebbe trasformarsi da problema esclusivamente urbanistico in una questione molto più ampia.
La grande stagione della nuova edilizia pubblica appartiene soprattutto alla seconda metà del Novecento. Poi il modello è progressivamente cambiato: sempre più manutenzione e recupero del patrimonio esistente, sempre più riqualificazione e sempre meno nuove costruzioni. Gli enti che gestiscono il patrimonio abitativo pubblico si sono trovati così ad amministrare soprattutto immobili costruiti decenni fa.
Il risultato potrebbe essere un paradosso: Agrigento potrebbe avere bisogno di utilizzare nuovamente la casa pubblica come strumento di governo del territorio proprio nel momento in cui ha una capacità molto più ridotta di produrre nuovo patrimonio abitativo.
Dopo la frana del 1966 lo Stato costruì. Se domani il caso Maddalusa dovesse produrre una significativa domanda abitativa, cosa farebbe la città?
La vera domanda non è se salvare le case abusive
La discussione rischia spesso di essere ridotta a una contrapposizione: demolire oppure non demolire. Ma il problema è più articolato. La tutela della Valle dei Templi e il rispetto delle regole urbanistiche non possono essere messi in discussione. Allo stesso tempo, una politica pubblica seria deve interrogarsi sulle conseguenze sociali delle proprie decisioni.
La domanda, dunque, non è: «Dobbiamo salvare le case abusive?». La domanda è un’altra: se quelle case dovranno essere demolite, Agrigento è pronta a garantire una soluzione abitativa a chi dimostrerà di averne realmente diritto?
È una differenza sostanziale.
Sessant’anni fa Agrigento si trovò davanti a una situazione nella quale una parte della popolazione doveva essere trasferita. La risposta non fu soltanto urbanistica, ma anche abitativa. Lo Stato costruì nuove case e accompagnò il trasferimento. Oggi la situazione è profondamente diversa, ma quel principio può offrire uno spunto: quando il territorio cambia e alcune persone devono necessariamente spostarsi, la politica della casa può diventare uno degli strumenti attraverso i quali rendere possibile quella trasformazione.
Non per cancellare le responsabilità individuali. Non per sanare gli abusi. Ma per evitare che il ripristino della legalità produca un problema sociale senza soluzione.
Maddalusa come banco di prova
Forse, allora, il vero tema non è soltanto Maddalusa. Maddalusa potrebbe essere il caso che costringe Agrigento a interrogarsi nuovamente sulla propria politica abitativa. Perché una città che non costruisce più case popolari deve comunque chiedersi se il patrimonio esistente sia sufficiente ad affrontare le emergenze future. E potrebbe scoprire che non lo è.
A quel punto la discussione dovrebbe essere seria, trasparente e soprattutto basata sui numeri: quante famiglie hanno realmente bisogno di una casa? Quanti alloggi pubblici sono disponibili? Quanti immobili pubblici possono essere recuperati? Quali risorse possono essere utilizzate? E, soprattutto, è ancora possibile e necessario costruire nuova edilizia residenziale pubblica ad Agrigento?
Maddalusa potrebbe essere il banco di prova. Perché se la città vuole affrontare davvero l’abusivismo deve essere pronta anche a gestirne le conseguenze sociali. E la storia insegna che, quando Agrigento ha dovuto trasferire persone per ragioni di interesse pubblico, la costruzione di case è stata parte della soluzione.
Oggi potrebbe non essere necessario costruire per tutti. Potrebbe persino non essere necessario costruire affatto. Ma questa è una conclusione che si può raggiungere soltanto dopo aver conosciuto i numeri.
Una cosa, invece, merita di essere posta già oggi: se Agrigento non costruisce più case popolari da decenni, forse è arrivato il momento di chiedersi se quella stagione sia davvero finita.
Perché se domani, nel caso Maddalusa, servissero nuove abitazioni per famiglie che non hanno alternative, la domanda non sarebbe più soltanto dove demolire.
Sarebbe anche: dove costruire?
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