Il caffè italiano vale quasi 6 miliardi, ma i bar chiudono: la doppia faccia di un rito nazionale


Il caffè resta uno dei simboli più riconoscibili del Made in Italy e una filiera industriale che nel 2025 ha raggiunto un fatturato di 5,9 miliardi di euro. L’Italia si conferma inoltre il primo produttore di caffè tostato nell’Unione europea, con 424.168 tonnellate prodotte e circa 1.000 torrefazioni. Ma mentre il comparto della trasformazione continua a esprimere numeri importanti, il luogo per eccellenza in cui l’espresso viene consumato, il bar, attraversa una fase di profonda trasformazione.

È la fotografia emersa a Roma in occasione dell’incontro “Il caffè italiano: un prodotto unico, una filiera in continua evoluzione”, organizzato dal Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food alla vigilia della Giornata Internazionale del Caffè. Un appuntamento che ha messo al centro non solo i numeri e le abitudini di consumo, ma anche le sfide che attendono una filiera sempre più legata ai mercati internazionali.

E proprio sul fronte dei consumi arriva un dato che fa riflettere. Nei giorni scorsi Confesercenti ha lanciato l’allarme sulla desertificazione commerciale: tra il 2019 e il 2025 sono scomparse oltre 24mila imprese del servizio bar, una media di circa 11 attività al giorno. Le imprese sono passate da 169.839 a 145.766, con una contrazione del 14,2%. Secondo l’associazione, la riduzione ha comportato per i territori una perdita superiore ai 7,2 miliardi di euro, considerando minori consumi, occupazione e gettito fiscale.

Da una parte, dunque, una filiera del caffè che continua a rappresentare un comparto industriale di primo piano; dall’altra, una rete di esercizi di prossimità che perde progressivamente attività. Un contrasto che si inserisce in un cambiamento più ampio delle modalità con cui gli italiani acquistano e consumano il caffè.

Una filiera da 5,9 miliardi di euro

I numeri presentati dal Comitato Italiano del Caffè raccontano il peso del settore. Nel 2025 in Italia sono state prodotte 424.168 tonnellate di caffè tostato e solubile, facendo del nostro Paese il primo produttore di caffè tostato nell’Unione europea. Il comparto conta circa 1.000 torrefazioni e sviluppa un fatturato di 5,9 miliardi di euro.

Il consumo complessivo annuo raggiunge 287.143 tonnellate, pari a 4,9 chilogrammi pro capite e a circa 812 tazzine di espresso all’anno per persona. Sul mercato, il caffè macinato rappresenta il 64% delle vendite, seguito dalle cialde con il 24%, dal solubile con l’8% e dal caffè in grani con il 4%.

A monte della filiera, l’Italia importa 641.234 tonnellate di caffè verde, incluso il decaffeinato: circa due terzi Arabica e un terzo Robusta. Brasile e Vietnam rappresentano da soli il 57% dei volumi e il 54% del valore delle importazioni italiane di caffè verde.

Sul fronte della trasformazione e dell’export, l’Italia esporta quasi 280mila tonnellate di caffè tostato, incluso il decaffeinato, e 4.550 tonnellate di caffè solubile.

Gli italiani e il rito del caffè

Il legame con il caffè resta fortissimo. Secondo la ricerca “Evoluzione delle abitudini di consumo del caffè in Italia”, realizzata dal Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food e condotta da Altroconsumo su un campione di oltre 1.200 consumatori, tre italiani su quattro bevono regolarmente caffè.

Il 49,5% degli intervistati lo indica inoltre tra gli elementi che meglio rappresentano lo stile di vita e la cultura del Paese, praticamente alla pari con la pasta. Tra chi beve espresso, l’83% lo consuma ogni giorno.

Ma cambiano le modalità di consumo. Il 95% degli italiani beve abitualmente caffè a casa, mentre il bar rimane un punto di riferimento per il 79% dei consumatori.

Ed è proprio tra le mura domestiche che emerge uno dei cambiamenti più significativi: moka e capsule sono ormai quasi alla pari, rispettivamente modalità prevalente di preparazione per il 32,5% e il 31,2% degli intervistati. Seguono le cialde, con il 16,7%, e le macchine espresso con caffè in grani, con il 15,2%.

Anche i canali di acquisto si stanno modificando: il 78% compra il caffè al supermercato, mentre il 29% lo acquista anche online.

A guidare la scelta resta soprattutto il gusto, indicato come elemento molto importante o fondamentale da circa il 76% dei consumatori. Ma il caffè rimane anche un’esperienza di socialità e piacere: il 72% lo considera un’occasione per fare una pausa o stare in compagnia e l’87% lo associa al piacere personale.

Una filiera sempre più internazionale

La solidità del comparto italiano è strettamente legata a quella dei Paesi produttori. L’Italia importa infatti grandi quantità di caffè verde e si trova oggi a confrontarsi con alcune delle principali sfide globali della filiera: cambiamento climatico, concentrazione geografica della produzione, tensioni sul fronte dell’offerta, necessità di aumentare produttività e qualità nei Paesi d’origine e sostenibilità ambientale e sociale.

È in questo scenario che si inserisce l’Act Coffee Programme, iniziativa lanciata nel marzo 2025 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (Unido) con il finanziamento della Cooperazione Italiana. Il programma, inserito tra le iniziative del Piano Mattei per l’Africa e del Global Gateway dell’Unione europea, punta a rafforzare la resilienza climatica della filiera africana, sviluppare competenze locali e aumentare il valore generato nei territori di origine.

Il programma è attivo in cinque Paesi prioritari – Etiopia, Kenya, Malawi, Tanzania e Uganda – e prevede, tra le altre attività, la creazione e il potenziamento di Coffee Training Centres dedicati alla formazione e all’innovazione.

Per l’Italia, che trasforma ed esporta grandi quantità di caffè ma dipende dalle importazioni della materia prima, rafforzare la resilienza dei Paesi produttori significa anche contribuire alla solidità della propria filiera.

“L’espresso italiano è rimasto fedele alla propria identità perché la filiera non ha mai smesso di evolvere. Oggi la sfida non riguarda soltanto ciò che accade nella tazzina, ma tutto ciò che viene prima e dopo: produzione, qualità, sostenibilità, ricerca, cooperazione internazionale e capacità di creare valore nei Paesi d’origine. L’Italia ha competenze e know-how che possono contribuire a guidare questa trasformazione. Raccontare il futuro del caffè italiano significa, quindi, raccontare una filiera sempre più internazionale, resiliente e capace di innovare senza perdere le proprie radici”, commenta Giuseppe Lavazza, presidente del Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food, secondo cui “essere un Paese leader nel settore del caffè non significa soltanto saper fare un espre sso riconosciuto nel mondo, ma avere la capacità di assumere un ruolo guida nel confronto internazionale e contribuire attivamente all’evoluzione dell’intera filiera”.


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