È una rivolta senza precedenti di industrie, associazioni, amministratori delegati, economisti, imprese, camere di commercio e persino membri della stessa amministrazione americana, solitamente incline ad assecondare il volere del capo. Il divieto alle esportazioni di diesel americano porterà il disastro, in casa e altrove. E non è un rischio: è una certezza.
Diversi repubblicani al Congresso e governatori degli Stati agricoli più esposti agli alti prezzi del gasolio, arrivato al record storico di 6,5 dollari al gallone, stanno spingendo Donald Trump a introdurre un ban alle esportazioni di diesel per favorire la domanda interna, quantomeno una sospensione di 90 giorni. “L’ho chiesto anch’io. Ho detto: non esportiamo il diesel. Ne produciamo in grandi quantità”, ha dichiarato Trump ai giornalisti a margine di un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel corso dell’Assemblea delle Nazioni Unite.
Un eventuale blocco delle spedizioni rappresenterebbe la prima restrizione alle esportazioni di energia americana da quando, nel 2015, l’amministrazione Obama revocò il divieto in vigore da decenni sull’esportazione di petrolio. Tuttavia, la guerra avviata dall’amministrazione Trump contro l’Iran a febbraio, così come gli attacchi dell’Ucraina alle raffinerie russe, hanno spinto i prezzi del diesel a livelli record. Tanto negli Usa tanto altrove. Secondo una analisi della France Presse i prezzi del gasolio nelle stazioni di servizio dell’Unione europea hanno toccato un nuovo massimo di 2,23 euro al litro, contro i 2,16 euro della settimana precedente.
Medio Oriente e Russia sono le cause attuali degli alti prezzi. Un ban americano sarebbe il colpo di grazia. Per questo decine di imprese, industrie, Ceo e associazioni di categoria più rilevanti degli Stati Uniti hanno scritto una lettera congiunta alla Casa Bianca per chiederle di fermarsi prima che sia troppo tardi. La missiva è firmata da tutti: l’American Petroleum Institute (Api), la Camera di Commercio degli Stati Uniti (ovvero la più grande federazione del commercio che rappresenta circa tre milioni di imprese), la “confindustria” americana (ovvero la National Association of Manufacturers, l’associazione delle aziende manifatturiere degli Stati Uniti), l’AFPM (ovvero l’associazione di categoria che rappresenta i produttori americani dell’intera fornitura di benzina, diesel, carburante per aerei, altri carburanti tra cui Chevron Corporation , ExxonMobil , Koch Industrie, Valero Energy), la Business Roundtable (che riunisce oltre 200 amministratori delegati delle principali aziende) e molti altri. “Gentile Signor Presidente, la esortiamo a respingere le richieste di vietare o limitare in altro modo le esportazioni di diesel e di altri prodotti che hanno reso così forte l’industria energetica statunitense. I divieti sulle esportazioni porterebbero a una minore produzione di carburante, a una maggiore scarsità dell’offerta e a un aumento dei costi per le famiglie americane, gli agricoltori e gli autotrasportatori”, si legge.
Il pressing ha indotto anche alcuni membri del Governo americano a dissociarsi dalle parole di Trump: il Segretario all’Energia Chris Wright ha dichiarato mercoledì che un divieto statunitense sulle esportazioni non funzionerebbe e potrebbe far aumentare i prezzi della benzina e del carburante per aerei, una posizione insolitamente in contrasto con quella del presidente, che invece sostiene l’idea. Ma non è il solo: “Noi, e praticamente tutti gli esperti del mercato dei carburanti”, scrivono le associazioni, ” concordiamo pienamente con i Segretari Wright e Burgum sul fatto che un divieto alle esportazioni costringerebbe a ridurre l’utilizzo delle raffinerie, farebbe aumentare i prezzi della benzina e del carburante per aerei e porterebbe ad azioni di ritorsione da parte di altri Paesi”.
Insomma, una catastrofe. Da mesi le raffinerie americane lavorano a ritmi record per spingere al ribasso i prezzi “ma nemmeno il sistema di raffinazione più grande e complesso al mondo può compensare completamente questa perdita di offerta globale”, scrive l’Api. Gli Stati Uniti sono il primo esportatore al mondo di gasolio. Come rileva l’associazione, degli otto milioni di barili di gasolio scambiati quotidianamente via mare a livello globale, gli Stati Uniti ne forniscono circa 1,5 milioni, ovvero circa il 20%. Un divieto di esportazione eliminerebbe dal mercato la principale fonte mondiale “con conseguenze potenzialmente catastrofiche. E le ripercussioni potrebbero estendersi ben oltre il rincaro alla pompa, con conseguenze disastrose per le catene di approvvigionamento internazionali, l’agricoltura, i trasporti marittimi, l’industria manifatturiera e l’intera economia globale”. “Una simile devastazione economica si farebbe sentire anche qui”.
Le cause del disastro sono insieme tecniche e logistiche. Circa il 54% della capacità di raffinazione americana è concentrata lungo la costa del Golfo del Messico, dove le raffinerie producono più carburante di quanto ne venga consumato nella regione. La costa occidentale produce gasolio a sufficienza per soddisfare la propria domanda, ma importa ancora benzina e carburante per aerei. Nella West Coast si concentra infatti il 14% della capacità di raffinazione americana”. La costa orientale invece sta messa molto peggio, con una capacità del 4,5%. L’area delle Rocky Mountain ancora meno, il 3,4%, il Midwest circa il 23%. “La costa orientale dipende in parte dal gasolio proveniente da altre regioni, comprese le importazioni, che rappresentano circa il 10% del suo fabbisogno. Esportazioni e importazioni sono fondamentali per tenere il sistema in equilibrio”. Al tempo stesso le raffinerie non possono produrre solo il carburante più richiesto in un dato momento. Da un barile, il 45% del prodotto ricavato è benzina, il 30% è gasolio/distillato, l’11% è jet fuel e il resto va in altri prodotti come coke, gpl, bitume eccetera. Di qui l’impatto su tutta la catena dei carburanti.
Se le esportazioni di gasolio venissero bloccate, “il carburante in eccesso potrebbe iniziare a riempire i depositi sulla costa del Golfo, dove le raffinerie producono più gasolio di quanto ne venga consumato”. Man mano che i serbatoi si riempiono, l’unico modo per evitare di produrre un surplus ancora maggiore di gasolio “sarebbe quello di raffinare meno petrolio greggio. Ma ridurre l’attività delle raffinerie non significherebbe solo diminuire la produzione di gasolio” ma anche di “benzina, carburante per aerei e altri prodotti in un momento in cui le scorte globali di carburante sono già scarse”. Motivo per cui un blocco all’export avrebbe come effetto pressoché immediato il rallentamento della raffinazione americana, aumentando la scarsità sui mercati di tutti i carburanti.
Insomma ci sarebbe una riduzione dell’attività delle raffinerie, danni all’economia globale e un ulteriore aumento dei prezzi negli Stati Uniti. L’impatto è intuitivo per i mercati globali, dove verrebbe a mancare improvvisamente un milione e mezzo di barili al giorno aggravando l’attuale carenza. Ma lo è anche per il mercato americano stesso, come ha spiegato il Wall Street Journal nel suo Editorial Board: “La capacità degli oleodotti non è sufficiente a trasportare il gasolio della costa del Golfo, che normalmente viene esportato, nel Nord-Est e in California, né tantomeno ad aumentare significativamente i flussi verso il Midwest. Un divieto di esportazione farebbe aumentare i prezzi globali del gasolio, il che colpirebbe duramente gli americani che vivono nelle zone costiere e dipendono dalle importazioni”.
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