Riconfermato all’unanimità per il triennio 2026/28 alla presidenza di Anformape – l’associazione (affiliata a Unione Italiana Vini) che rappresenta le aziende italiane produttrici di macchine, accessori e prodotti per l’enologia e l’imbottigliamento – Marzio Dal Cin sottolinea le criticità del momento per tutta la filiera del comparto vino. Eppure il comparto, “simbolo dell’eccellenza made in Italy”, cerca nuovi sbocchi e nuovi mercati, perché se il vecchio mondo si ferma, ci sono nuove prospettive per la tecnologia che viaggia.
“Grazie alla sinergia con Unione Italiana Vini, l’associazione ha rafforzato il proprio ruolo di punto di riferimento per i produttori di impianti, accessori e prodotti per l’enologia – sottolinea Dal Cin – offrendo ai soci servizi, assistenza tecnico-giuridica e strumenti di analisi sempre più qualificati in un momento critico per il mondo del vino”. Dal Cin cita in particolare il consolidamento delle collaborazioni con partner nazionali e internazionali, guardando al prossimo Simei come “appuntamento strategico per promuovere il settore”.
Nell’intervista con VinoNews24 Dal Cin, che alla presidenza di Anformape è arrivato quasi vent’anni fa, ripercorre i cambiamenti nel rapporto con i mercati, in particolare rispetto alla filiera dell’impiantistica in cui l’Italia “gioca oggi un ruolo di leadership mondiale”.
L’INTERVISTA. GEOPOLITICA DEL VINO IN MOVIMENTO
Presidente, con una prospettiva di quasi vent’anni, come è cambiato lo scenario dell’associazione, soprattutto nella relazione con il mercato?
“È cambiato tutto in più di vent’anni. Nei primi trent’anni della mia attività, Anformape era sostanzialmente un’associazione di imprese del comparto meccanico, cioè le aziende che esponevano alla fiera Simei. L’associazione si riuniva una volta ogni due anni per nominare il comitato tecnico, fissare alcune regole, decidere la posizione degli stand. Chi era associato aveva semplicemente una via preferenziale. Il discorso è cambiato quando sono entrati anche associati che facevano prodotti di consumo e non impianti, perché il grande problema delle aziende italiane che operano nel settore alimentare è la normativa, che cambia continuamente, e serve un’associazione specifica che dia indicazioni per il settore enologico. E mi sono battuto per avere una rappresentanza in Unione Italiana Vini”.
La parte impiantistica è oggi un comparto in cui l’Italia è leader a livello mondiale…
“Sì. Se visitiamo dieci cantine nel mondo – una in Germania, una in Russia, una in Australia, tre in Cile, una in Argentina, due in Canada – in ognuna si trova almeno un impianto italiano. Non solo: si trovano anche i prodotti di consumo italiani. Tutti pensano alla Francia, ma in realtà fa molto meno di noi. Non a caso la bilancia commerciale del comparto è in attivo per circa 2,4 miliardi. Abbiamo una grande tradizione di impiantistica per l’imbottigliamento – le linee sono prevalentemente italiane – ma poi ci sono filtri, presse, serbatoi, tutto quello che è acciaio. L’Italia è assolutamente dominante”.

Quali sono i mercati di sbocco in crescita e quali invece in declino per questa filiera?
“È chiaro che i grandi paesi produttori di vino restano i mercati di riferimento: a parte l’Italia, Francia e Spagna prima di tutti, poi Argentina, Cile, Germania, e via via emergono la Cina, gli Stati Uniti, l’Australia, i paesi del Mercosur, il Canada, il Messico, il Sudafrica. Ricordiamoci però che la produzione mondiale di vino è di circa 230 milioni di ettolitri, e Francia, Italia e Spagna messe insieme fanno già il 40-45% di questo totale. Se aggiungiamo Grecia, Portogallo e qualche altro paese, l’Unione Europea arriva quasi al 50%. Questi grandi mercati sono però in rallentamento – dal punto di vista dei consumi, non tanto delle produzioni. I consumi nei paesi tradizionali sono oggettivamente in calo, mentre sono in aumento in altre aree, per esempio l’Est Europa, il Sudamerica, l’India”.
Come si adatta l’industria italiana dell’impiantistica a questo spostamento geografico?
“Le macchine io le devo vendere dove si produce vino. Quindi principalmente verso i mercati tradizionali, ma anche verso i mercati nuovi ed emergenti come la Cina, l’Australia, il Sudafrica, l’India, dove magari si comincia adesso a produrre. Stanno cominciando a piantare tante viti nel Kent, in Inghilterra, perché il clima sta spostando verso nord la fascia produttiva. Il vino è originario dell’Armenia, quindi anche in zone che oggi sono abbastanza calde si produce ancora; ma poi, gradualmente, dalla Grecia alla Sicilia ci si è spostati verso nord, è arrivato Giulio Cesare che ha portato le vigne in Gallia, e la fascia si è spostata sempre più a settentrione. Dieci anni fa pensare di fare vino in Inghilterra era possibile, ma si trattava di poca roba. Adesso stanno davvero piantando vigne perché il clima sta cambiando, e lo stesso vale per il Canada”.
EXPORT IN MOVIMENTO VERSO PAESI EMERGENTI
C’è quindi un’evoluzione dell’export verso questi paesi emergenti?
“È chiaro che un paese che fa 40 milioni di ettolitri come l’Italia e un paese che ne fa un milione e mezzo o due, come potrebbe essere il Canada, non hanno lo stesso peso: l’interesse principale è dove c’è il bersaglio grosso. Un mercato molto importante per noi italiani è sempre stato, per esempio, la Russia. Ci sono aziende che in Russia facevano più del 50% delle esportazioni, perché lì si sta sviluppando tantissimo la produzione, soprattutto in un’area tradizionalmente vocata come quella tra il Mar Nero e il Mar Caspio, nella zona vicino al Dagestan. Parliamo di decine e decine di milioni di bottiglie, che aumentano ogni anno. Solo che in questo momento, con le sanzioni, ci sono difficoltà oggettive. A me però interessano le macchine più che le bottiglie, e le macchine lì continuano ad andare”.
L’impiantistica destinata a un mercato come quello russo deve però muoversi con attenzione, tra sanzioni e vincoli internazionali…
“Deve stare attenta, sì. Mi ricordo un episodio capitato tre anni fa, all’inizio della guerra, in cui degli impianti di ultrafiltrazione e di microfiltrazione erano stati bloccati perché, essendo di fondo tubolare, potevano essere in teoria utilizzati come lanciamissili. C’è voluta una sorta di dispensa papale per riuscire a chiarire che le due cose non potevano essere assimilate. Tutto ciò che è meccanico e anche elettronico potrebbe essere utilizzato per pilotare droni, per esempio, e quindi finisce sotto sanzione”.
In un momento di criticità, c’è una compensazione da parte dei paesi emergenti, rispetto ai rallentamenti di una parte del mercato?
“Il problema oggi è l’incertezza. Un’incertezza legata in buona parte all’amministrazione americana, perché non si capisce cosa voglia fare e cambia continuamente idea. Trump dice una cosa e la smentisce nell’arco della stessa giornata. A livello industriale, però, se investo 10 milioni di euro in impianti voglio sapere come si svilupperà il mercato nell’arco di cinque anni, e oggi non posso avere questa proiezione con certezza. Oggi si scherza sul fatto che il dazio sia al 15%, ma poi si firma per il 15 e il giorno dopo gira male e diventa il 30. Tutto questo impatta soprattutto sui clienti: chi fa grossi impianti non ha la possibilità di vedere a lungo termine. Tant’è vero che chi fa impianti non ragiona a tonnellate come chi fa prodotti di consumo, bensì in mesi coperti dalle commesse. Se vuoi una linea di imbottigliamento non entri in negozio e la chiedi come il pane: devi farti un impianto su misura che costa magari mezzo milione o un milione di euro, devi chiedere un finanziamento, fare un preventivo… Solo dopo si mette in produzione”.
IL NODO ENERGIA E MATERIE PRIME
In un contesto di questo tipo, quanto pesa la volatilità dei prezzi delle materie prime?
“Pesa moltissimo. Se l’acciaio mi aumenta in un mese del 40 o del 50%, che faccio? È già successo: +80% nell’arco di sei mesi, per via delle guerre, e questo rende difficilissimo fare preventivi precisi. È un problema che conosce bene anche l’edilizia. Non posso chiudere un preventivo troppo alto, perché il cliente mi sfugge, ma non posso nemmeno cercare di prenderlo con un preventivo basso, perché rischio di ritrovarmi fuori costo nel giro di un mese e dunque strangolato. Diventa davvero difficile fare operazioni coerenti con un budget industriale. E oltre all’energia, a cui tutti pensano subito, il vero problema sono le materie prime, che guarda caso arrivano proprio dall’area del Golfo o dallo scenario della guerra tra Russia e Ucraina. Se produco acciaio al nichel, il nichel da qualche parte lo devo prendere; il litio per le batterie lo devo recuperare. Devo avere la certezza della materia prima per poter produrre”.

Tornando al mercato, il fenomeno dei dealcolati quanto sta pesando e quanto funziona dal punto di vista della filiera?
“Al momento poco. Prevedibile, se pensa che la birra dealcolata è nata quarant’anni fa e nel mondo è ferma intorno al 4% dei consumi. Il vino, che ha cominciato adesso ad affacciarsi, in termini di produzione è ancora a livelli minimi. C’è chi dice che si punta al 15%, ma su 230 milioni di ettolitri significa parlare di cifre corrispondenti quasi all’intera produzione italiana. Poi bisogna distinguere: c’è il low alcol e il no alcol. Il low alcol, secondo me, è quello che non ha un cliente definito: non ha il diabetico, non ha il musulmano, perché semmai devono bere no-alcol. Bere un vino a 6 o 7 gradi anziché a 12,5 su cosa fa leva? Sul fatto di dover guidare? Ma allora meglio non bere niente oppure bere no-alcol. La prospettiva più interessante, quindi, è sulla dealcolazione totale.
Sul fronte delle macchine significa che ci sono gli impianti di distillazione, di abbattimento ed estrazione dell’acqua e così via. È un filone nuovo, che si inserisce nel discorso degli investimenti delle imprese. Le cantine si chiedono: quanto il mio vino dealcolato potrà incidere sul mio fatturato? Posso investire mezzo milione o un milione di euro? E su questo c’è molta prudenza. Stanno venendo fuori iniziative di dealcolazione in situ, cioè aziende che forniscono il servizio di dealcolazione presso le cantine. È un po’ come già avviene per l’imbottigliamento: le cantine molto piccole, che non possono permettersi impianti pure da 100mila euro, chiamano un imbottigliatore indipendente, arriva il furgone e imbottiglia il vino. Lo stesso potrebbe accadere per la dealcolazione. Questo però significa che non vado a vendere gli impianti alle cantine”.
È un modello che, di fatto, vi permette comunque di entrare nel mercato del dealcolato senza chiedere alle cantine grandi investimenti…
“Esatto. Tutto ciò che ruota attorno al prodotto – i nodi impiantistici, organizzativi, fiscali sull’alcol sono molti – fa sì che le cantine siano molto prudenti. L’idea del conto terzi sulla dealcolazione consente di entrare e avere comunque una parte di prodotto, senza dover affrontare gli investimenti che fanno partire una produzione interna. È una cosa che pian piano sta venendo fuori: ci sono dei tentativi e qualcuno fa già pubblicità, quindi qualcosa emergerà. Non saranno impianti enormi, evidentemente, ma più piccoli. Oppure ci si potrà appoggiare alle distillerie, che l’operazione di distillazione la trattano già”.
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