Che il MoMA apra il 27 settembre la sua prima mostra dedicata ai dati (Full Disclosure: The Edge of Information Design) non è tanto una notizia quanto un sintomo dell’attenzione pubblica raggiunta da quello che in molti chiamano il «petrolio del nuovo millennio». I dati, per l’appunto. Che si raccolgono, visualizzano, distribuiscono e usano da sempre per spiegare le idee (e orientarle); e che, oltre a permettere a chi sa manovrarli di plasmare la società in modo intangibile, si sono ormai fatti largo nella quotidianità più concreta di tutti e tutte. Perché se le discussioni sulla sovranità digitale tra le pagine dei giornali lasciano magari freddi i più, a creare turbamento sono gli algoritmi che personalizzano il feed dei social o le playlist della serata, i prezzi dei voli che salgono proprio mentre progettiamo le vacanze, gli smartphone che ci ascoltano. E, naturalmente, la GenAI che disegna i manifesti delle sagre, vero trauma collettivo dell’estate italiana 2026.
I dati hanno dunque smesso di essere freddi numeri per diventare cultura, costume e dibattito quotidiano. Sono, allo stesso tempo, entusiasmo e paura, possibilità e condizionamento. E capire come li rappresentiamo significa, in fondo, capire come li scegliamo, li usiamo e li comunichiamo: un esercizio che dice di noi molto di più di quello che la parola Infografica riesce a raccontare. È in questo perimetro che si inserisce Full Disclosure: The Edge of Information Design, la mostra – a cura di Paola Antonelli con Jules Bernstein e Forrest Pelsue – che il MoMA di New York allestirà nella galleria a livello strada, con ingresso gratuito fino al 13 giugno 2027. Trenta opere, sei nuove acquisizioni, che propongono un taglio che non è quello rassicurante del bel grafico.
Nell’era delle installazioni immersive in cui il dato diventa linguaggio espressivo artistico e oggetto di fascino per il grande pubblico (basti pensare al grandissimo successo di Dataland, il primo museo totalmente interattivo dedicato alla AI Art di Refik Anadol a Los Angeles) Full Disclosure prende infatti una direzione diversa. Proponendo non l’incanto, ma l’indagine. Il perché ce lo ha spiegato Paola Antonelli.
I dati vengono visualizzati per informare, per raccontare storie, persino per svelare ingiustizie. Ma sempre più spesso diventano anche materiale artistico. Come vive questa evoluzione?
«È un’evoluzione molto naturale, dato il confine sempre più poroso tra la visualizzazione dei dati come strumento funzionale e i dati come materiale per l’espressione visiva. I dati non sono mai stati neutri o immateriali: sono legati a individui, sistemi, scopi. Portano con sé tracce di pregiudizi e omissioni umane. Perché mai gli artisti non dovrebbero trattarli come materiale? Quando i dati entrano nel regno dell’arte, possono sottrarsi all’obbligo di essere utili. Noi ci occupiamo di design. Un designer può farci percepire la scala di un fenomeno prima ancora di chiederci di comprenderlo statisticamente. Gli information designer animano i dati per rendere leggibili, verificabili e attivabili sistemi altrimenti invisibili. Il design traduce i dati in comprensione. E le migliori visualizzazioni di dati sono quelle che ci rendono più consapevoli di dove i dati provengano, cosa omettano, e quale tipo di mondo costruiscano. Nell’arco di questa evoluzione, la distinzione arte-design sta diventando meno importante. L’information design può essere al tempo stesso analitico ed esteticamente elegante. Un’opera d’arte può produrre e approfondire conoscenza. La domanda non è se i dati appartengano all’arte o al design, ma cosa ciascuna disciplina ci permetta di vedere che l’altra potrebbe non mostrarci».
Dato il ruolo evidente dei dati nell’informare le decisioni politiche, sociali ed economiche, e la necessità di creare consapevolezza su questi temi, quali direzioni potrebbe o dovrebbe prendere il design nell’uso e nella rappresentazione dei dati?
«Vorrei che il design approfondisse il proprio interesse per le condizioni dei dati, non solo per la loro rappresentazione. Siamo diventati molto bravi a rendere l’informazione chiara e accattivante, ma la chiarezza stessa può a volte essere ingannevole. Un bel grafico può far apparire autorevole, corretta o definitiva un’informazione che in realtà è incerta. Una mappa può dare l’illusione che un territorio sia stato descritto per intero quando non lo è. Il design dovrebbe aiutare le persone a capire non solo cosa dicono i dati, ma anche come sono arrivati a dirlo. Chi ha raccolto queste informazioni? Secondo quali categorie? Chi o cosa manca? Chi non può essere misurato da queste metriche? Quali assunzioni sono incorporate nella nostra interfaccia, nell’algoritmo o nella visualizzazione?»
Cosa avete scoperto nel corso della ricerca condotta per la mostra?
«Non ci sono state grandi scoperte quanto piuttosto un consolidamento di idee che ci siamo fatti nei quasi vent’anni da quando abbiamo iniziato a collezionare information design. La prima è il fatto che l’information design ha un’ampiezza e una profondità straordinarie sul piano culturale e storico. È facile pensarlo come un campo relativamente giovane, associato alle interfacce digitali e alla visualizzazione contemporanea dei dati ma in realtà il desiderio umano di tradurre la complessità in forme afferrabili ha una storia molto più lunga e ricca. Dalla mostra emergono anche alcune questioni affrontate dall’information design. Per esempio: come si rappresenta qualcosa di troppo grande per essere visto? Come si visualizzano il tempo, la memoria, la disuguaglianza, il movimento, le relazioni? Cosa conta, anzitutto, come informazione? E come dato? Cosa dovrebbe essere misurato? Cosa può essere misurato? Quali categorie non esistono ancora? Cosa e chi resta fuori da questo perimetro?
La persistenza ostinata con cui i progettisti esplorano queste tematiche mostra come ogni opera di information design è il risultato di una serie di scelte: cosa includere ed escludere, cosa confrontare, quale scala adottare, quali distinzioni rendere visibili e quali differenze appiattire. Sono scelte fondamentali perché un diagramma o un insieme di dati può chiarire il mondo, ma può anche riprodurne una versione particolare e quella versione può acquisire un’autorità enorme. Negli ultimi anni si è infatti rafforzato un paradosso: siamo circondati da più informazione che mai, eppure l’abbondanza non produce necessariamente comprensione. Anzi, può produrre l’opposto: distrazione, opacità, e la falsa sensazione che, poiché tutto viene tracciato, tutto venga anche compreso. Una delle domande emerse con più forza dalle ricerche che abbiamo portato avanti per la mostra è stata quindi: cosa ci permettono di vedere i dati e cosa la loro stessa struttura ci impedisce di vedere? Cosa succede quando qualcosa non può essere quantificato? L’assenza stessa può essere identificata, progettata, visualizzata, resa leggibile? E in un’epoca in cui l’informazione plasma sempre di più le decisioni politiche, i sistemi economici e la comprensione reciproca, chi decide cosa diventa dato?»
A proposito di mostre che indagano la visualizzazione della complessità: cosa ha pensato di “Diagrams” alla Fondazione Prada durante la Biennale di Venezia e poi a Prada Rong Zhai a Shanghai quest’anno?
«Una gioia! Per chi non l’avesse vista, la mostra seguiva il diagramma come modello di pensiero attraverso i secoli: era un ponte tra arte, filosofia, scienza e organizzazione spaziale. Mostrava come, in epoche diverse, gli esseri umani abbiano usato scorciatoie visive per afferrare realtà complesse molto prima che esistessero il calcolo digitale e la raccolta formale dei dati. È stato un promemoria del fatto che, prima che la visualizzazione dei dati diventasse una questione di codice e macchine, era mossa fondamentalmente dalla curiosità umana e dal nostro desiderio di comprendere.
Tendiamo a incontrare i diagrammi come strumenti ovvero come qualcosa che spiega qualcos’altro. La mostra permetteva invece di guardarli come invenzioni potenti che strutturano la conoscenza e l’immaginazione, una forma culturale a sé stante. Non illustrazioni del pensiero ma strumenti per pensare. C’è certamente una risonanza con Full Disclosure, anche se la nostra mostra ha un respiro e un’enfasi diversi. Siamo interessati soprattutto alle condizioni contemporanee dell’informazione: all’esplosione di dati che ci circonda, alla visualizzazione come modo di orientarsi in quell’abbondanza, e alle questioni politiche ed etiche che emergono quando l’informazione viene raccolta, classificata, interpretata e comunicata».
Tornando alle decisioni opache che ci riguardano da vicino: perché rendere trasparenti questi processi è diventato un tema critico proprio oggi?
«Perché moltissime decisioni di grande portata vengono prese attraverso sistemi che restano opachi ai più. Il design può creare forme di accesso e interpretazione. Spero di vedere l’information design spingersi ulteriormente verso una trasparenza radicale, divulgando fonti, metodologia, pregiudizi e incertezze. In un’epoca in cui la fiducia pubblica nei big data e nelle istituzioni che li raccolgono si è logorata, la visualizzazione dipende tanto dalla fiducia quanto dalla verità».
Quanto dovrebbe impegnarsi il design nel creare consapevolezza sui dati e sul loro valore? È un’urgenza?
«Sì, è urgente. Ma porrei la domanda in modo diverso. Il design non dovrebbe semplicemente creare consapevolezza sul valore dei dati, perché viviamo già in un mondo che spesso attribuisce ai dati un valore enorme. Il compito più urgente è creare consapevolezza sul potere dei dati. I dati plasmano ciò che vediamo, il modo in cui le istituzioni ci comprendono, dove vengono allocate le risorse, quali rischi vengono riconosciuti e, sempre più, quali opportunità ci sono disponibili. Il design ha un ruolo importante nello sviluppare quella che potremmo chiamare una forma di alfabetizzazione ai dati: non necessariamente attraverso grafici accattivanti e statistiche illuminanti ma dando alle persone la consapevolezza di poter interrogare i dati. Perché se non sappiamo leggerli o mettere in discussione come vengono raccolti e presentati, perdiamo agency. Il design ha una responsabilità sociale nel demistificare questi sistemi invisibili».
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