*di Luigi Capoani e Valentina Sordi (European Youth Think Tank)
Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato sempre più spesso sulla qualità delle democrazie occidentali. La crescente complessità delle decisioni pubbliche, l’accelerazione dell’innovazione tecnologica e il peso assunto da pochi grandi attori economici stanno modificando profondamente il rapporto tra cittadini, istituzioni e potere. In questo scenario la tecnocrazia torna a essere un tema centrale, ma con caratteristiche molto diverse rispetto al passato.
Se fino a pochi anni fa il termine evocava soprattutto governi guidati da esperti chiamati a gestire situazioni di emergenza, oggi è necessario distinguere almeno due fenomeni differenti: la tecnocrazia tradizionale e quella che potremmo definire tecnocrazia tecnologica. Entrambe influenzano il funzionamento delle democrazie, ma lo fanno attraverso strumenti e logiche profondamente diversi.
Di cosa parliamo in questo articolo:
Quando governano gli esperti
La tecnocrazia, nella sua accezione classica, si basa sull’idea che alcune decisioni richiedano competenze altamente specializzate. Politica monetaria, regolazione finanziaria, sicurezza sanitaria o politica industriale sono ambiti nei quali la conoscenza tecnica rappresenta un requisito indispensabile. Per questo motivo molti ordinamenti democratici hanno progressivamente attribuito maggiori responsabilità ad autorità indipendenti, banche centrali e organismi composti da specialisti.
Questa evoluzione non è necessariamente incompatibile con la democrazia. Al contrario, la competenza costituisce una risorsa fondamentale per migliorare la qualità delle decisioni pubbliche. Il problema nasce quando il richiamo alla tecnica viene utilizzato per sottrarre determinate scelte al confronto politico. Nessuna decisione pubblica è infatti completamente neutrale: anche la soluzione economicamente più efficiente implica sempre conseguenze distributive, sociali ed etiche che spettano alla politica valutare.
Per questo motivo gli esperti dovrebbero supportare il processo decisionale, non sostituire la legittimazione democratica.
A questo proposito, i dati del Pew Research Center mostrano come il 54% dei cittadini chieda un ruolo attivo dell’opinione pubblica sulle decisioni scientifiche e complesse, contro il 44% che ritiene i temi troppo articolati per il cittadino medio. Questo dato non deve essere letto come un rifiuto della scienza o una spinta verso un populismo incompetente, bensì come un segnale di allarme contro il rischio che la perizia tecnica si trasformi in una tecnocrazia autoreferenziale. La sfida non è scegliere tra tecnocrazia e democrazia diretta, ma integrare la competenza specialistica all’interno di un processo decisionale trasparente e democraticamente legittimato.
La nascita della tecnocrazia tecnologica
Parallelamente si è affermata una forma di potere completamente nuova. Oggi una parte significativa delle infrastrutture che rendono possibile la vita economica e sociale appartiene a un numero molto limitato di imprese private. Motori di ricerca, piattaforme social, servizi cloud, sistemi operativi, reti di pagamento e modelli di intelligenza artificiale sono diventati strumenti indispensabili tanto per i cittadini quanto per gli Stati.
La portata strutturale di questa dipendenza è evidenziata dai dati del Digital Progress and Trends Report della Banca Mondiale, che mostra come l’innovazione e le infrastrutture per l’Intelligenza Artificiale (IA) rimangano fortemente concentrate nei soli paesi ad alto reddito. A questo divario geografico si aggiunge un’evidente concentrazione monopolistica privata: secondo le analisi dell’istituto di ricerca indipendente Epoch AI, l’80% della capacità computazionale globale per l’A è oggi controllato dal settore privato, con tassi di crescita della potenza di calcolo che staccano nettamente i centri di ricerca pubblici e accademici. Questo divario evidenzia come la tecnocrazia tecnologica non sia una prospettiva futura, ma una realtà strutturale già consolidata. Il controllo privato su leve computazionali così decisive rischia infatti di subordinare l’interesse pubblico e l’agenda democratica alle sole logiche di mercato e di profitto dei colossi del settore.
Questa situazione ha favorito l’emergere di quella che può essere definita tecnocrazia tecnologica. In questo caso il potere non deriva da una nomina istituzionale né da un mandato elettorale, ma dalla proprietà delle tecnologie sulle quali si fonda una parte crescente della nostra vita quotidiana.
Le decisioni prese dai vertici delle grandi aziende tecnologiche possono incidere sulla circolazione delle informazioni, sull’organizzazione del lavoro, sulla competitività delle imprese e persino sul dibattito politico. Si tratta di un’influenza che supera ormai i tradizionali confini dell’attività imprenditoriale: i dati del Digital News Report del Reuters Institute confermano come oltre la metà della popolazione globale utilizzi i social media e le piattaforme video per accedere alle notizie, superando per la prima volta i siti web e le app ufficiali degli editori tradizionali. Un potere informativo oggi concentrato nelle mani di pochissimi algoritmi di profilazione.
Il legame tra capitale e potere
La crescita della tecnocrazia tecnologica ripropone una questione storica: quale rapporto esiste tra concentrazione della ricchezza e concentrazione del potere?
Ogni sistema economico tende naturalmente a premiare le imprese più efficienti. Tuttavia, quando i mercati diventano estremamente concentrati, anche la capacità di incidere sulle decisioni collettive tende ad aumentare. Nel XXI secolo il capitale non è rappresentato soltanto dagli impianti produttivi o dalla finanza, ma soprattutto dal controllo dei dati, delle reti digitali e delle piattaforme sulle quali si svolge una parte crescente delle attività economiche. La misura di questo squilibrio è confermata dai dati del World Inequality Lab: a livello globale, il 10% più ricco della popolazione possiede oltre il 76% di tutto il capitale e della ricchezza patrimoniale, mentre alla metà più povera del mondo resta appena il 2%. Nel contesto contemporaneo, questa disparità patrimoniale si converte direttamente in monopolio tecnologico: le enormi risorse finanziarie consentono a pochi attori di acquisire il controllo esclusivo dei data center, delle infrastrutture di supercalcolo e dei canali d’informazione, trasformando la concentrazione economica in una capacità diretta di influenzare l’agenda politica e le decisioni collettive.
Chi controlla queste infrastrutture non dispone soltanto di un vantaggio competitivo, ma acquisisce anche una capacità significativa di orientare comportamenti, preferenze e scelte collettive. La concentrazione economica rischia così di trasformarsi progressivamente in concentrazione politica, anche senza alcuna modifica formale delle istituzioni.
Una sfida per il pluralismo democratico
La forza delle democrazie liberali risiede nella distribuzione del potere. Nessun soggetto dovrebbe possedere strumenti tali da influenzare stabilmente il funzionamento dell’intero sistema politico ed economico. Quando, invece, il controllo delle principali infrastrutture informative e tecnologiche viene esercitato da pochi operatori globali, questo equilibrio diventa inevitabilmente più fragile.
Il rischio non consiste nell’esistenza di grandi imprese innovative, né nell’affermazione della tecnologia come motore dello sviluppo. La vera questione riguarda la possibilità che pochi soggetti privati acquisiscano un’influenza tale da ridurre, nei fatti, il pluralismo economico e informativo. Una democrazia può continuare a svolgere regolarmente le elezioni, ma risultare comunque indebolita se il dibattito pubblico e gli strumenti attraverso cui esso si sviluppa dipendono da un numero sempre più ristretto di attori.
A riprova di questa criticità, i dati del Media Pluralism Monitor (sviluppato dal Centro Europeo per il Pluralismo e la Libertà dei Media – CMPF) mostrano che oltre l’80% dei paesi europei analizzati registra un livello di rischio ‘alto’ o ‘molto alto’ per quanto riguarda la pluralità del mercato digitale. In particolare, la concentrazione proprietaria delle piattaforme e l’opacità degli algoritmi vengono individuate come le minacce più sistemiche alla tenuta democratica.
Innovazione e democrazia possono convivere
La risposta non è rallentare il progresso tecnologico. L’innovazione ha prodotto benefici enormi in termini di produttività, ricerca scientifica, salute e qualità della vita. Allo stesso tempo, però, ogni innovazione modifica gli equilibri economici e istituzionali, rendendo necessario un aggiornamento delle regole.
Diventa quindi essenziale rafforzare le politiche per la concorrenza, garantire la trasparenza degli algoritmi utilizzati in ambiti di interesse pubblico, promuovere l’interoperabilità delle piattaforme e impedire che il controllo delle tecnologie strategiche si traduca in un potere privo di adeguati contrappesi.
La risposta istituzionale a questa sfida è già iniziata grazie alle recenti normative europee, il Digital Markets Act (DMA) e il Digital Services Act (DSA), create per disciplinare le grandi piattaforme di snodo. I report della Commissione Europea evidenziano come la regolamentazione del DMA individui 7 grandi gruppi industriali in qualità di “gatekeeper”, imponendo vincoli stringenti su 23 servizi di piattaforma essenziali (core platform services) in materia di trasparenza algoritmica, interoperabilità e salvaguardia della libera concorrenza. Questo approccio dimostra che la regolamentazione non soffoca lo sviluppo tecnologico, ma crea le condizioni necessarie affinché l’innovazione continui a prosperare entro i confini dei principi democratici e della tutela dei cittadini.
La democrazia del XXI secolo
La sfida che attende le democrazie non consiste nello scegliere tra politica, competenza e tecnologia. Tutte e tre rappresentano componenti indispensabili di una società moderna. L’obiettivo deve essere quello di costruire un equilibrio nel quale l’innovazione continui a generare sviluppo senza compromettere i principi fondamentali della rappresentanza democratica.
La tecnocrazia tecnologica ci ricorda che il potere cambia continuamente forma. Se in passato era legato prevalentemente al controllo del territorio o dell’industria, oggi passa sempre più attraverso il controllo delle informazioni, delle infrastrutture digitali e dell’intelligenza artificiale. Per questo motivo il dibattito sulla democrazia non può più limitarsi alle istituzioni politiche, ma deve includere anche il ruolo dei mercati tecnologici e della distribuzione del potere economico. La qualità della democrazia del futuro dipenderà anche dalla capacità di evitare che la concentrazione dell’innovazione si trasformi in una concentrazione della sovranità.
Riferimenti
Centre for Media Pluralism and Media Freedom. (2025). Monitoring media pluralism in the digital era: Application of the Media Pluralism Monitor in the European Union, Albania, Montenegro, North Macedonia, Serbia and Turkey in the year 2024 (General Report). European University Institute.
Chancel, L., Piketty, T., Saez, E., & Zucman, G. (Eds.). (2021). World Inequality Report 2022: Executive summary. World Inequality Lab.
European Commission. (2024). Gatekeepers portal: Designated gatekeepers under the Digital Markets Act. Directorate-General for Competition.
European Commission. (2024). The Digital Services Act package: EU rules for digital services and platforms. Directorate-General for Communications Networks, Content and Technology.
Funk, C., Hefferon, M., Kennedy, B., & Johnson, C. (2019, August 2). Trust and mistrust in Americans’ views of scientific experts. Pew Research Center.
Newman, N., Fletcher, R., Eddy, K., Robertson, C. T., & Nielsen, R. K. (2026). Reuters Institute Digital News Report 2026: Executive summary. Reuters Institute for the Study of Journalism, University of Oxford.
Pilz, K. F., Rahman, R., Sanders, J., Emberson, L., & Heim, L. (2025). Private-sector companies own a dominant share of GPU clusters. Epoch AI.
World Bank. (2025). Digital progress and trends report 2025: Strengthening AI foundations. World Bank Publications.
*Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stato inoltre docente di Macroeconomia presso l’Università di Salerno e l’Università di Verona. Ha conseguito il dottorato di ricerca in economia presso l’Università di Salerno attraverso un percorso internazionale svolto in collaborazione con l’Università di Birmingham. È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), una piattaforma indipendente e senza scopo di lucro che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno dell’EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e iniziative scientifiche dedicate all’innovazione, alla collaborazione internazionale e alla valorizzazione dei giovani studiosi.
Valentina Sordi è analista presso l’European Youth Think Tank (EYTT), dove si concentra sull’approfondimento di tematiche economiche e politiche, con particolare attenzione alle politiche monetarie, ambientali e accordi commerciali internazionali.
Immagine in anteprima via mediajustice.org
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