i 5 record dell’Italia che supera Francia, Germania e Giappone


Per anni l’Italia è stata dipinta come il “grande malato d’Europa”, il paese destinato a restare indietro rispetto alle grandi economie continentali. I numeri più recenti raccontano però una storia diversa. Tra i dati diffusi dall’Istat, da Eurostat, dall’Ocse e dal Fondo Monetario Internazionale, emergono cinque sorpassi che mettono in fila Francia, Germania e persino il Giappone, riaccendendo il dibattito su quanto sia davvero cambiata la traiettoria del paese.

Primo record: la crescita del Pil pro capite

Il primo cambio di passo riguarda il Pil pro capite. Prendendo come riferimento il primo trimestre del 2016, nell’arco di un decennio l’Italia ha registrato una crescita superiore a quella di tutti gli altri paesi del G7, con la sola eccezione degli Stati Uniti. Un dato che ribalta l’immagine di un’economia ferma, mostrando invece un paese capace di recuperare terreno anche rispetto a Francia e Germania, spesso indicate come modelli da imitare.

Il potere d’acquisto delle famiglie racconta una storia simile: tra la fine del 2019 e l’inizio del 2026 è cresciuto più che negli altri paesi del G7, sempre esclusi gli Stati Uniti, tornando su livelli che non si vedevano dai tempi dell’austerità.

L’export supera il Giappone è il secondo dato inaspettato

Il secondo sorpasso riguarda il commercio estero. Per il terzo mese consecutivo, l’export cumulato degli ultimi dodici mesi dell’Italia è risultato superiore a quello del Giappone, un traguardo che pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile per un’economia di dimensioni molto più contenute rispetto a quella nipponica. Le imprese italiane, nonostante un contesto internazionale reso incerto dai conflitti in corso e dalle tensioni sulle catene di approvvigionamento globali, continuano quindi a guadagnare terreno sui mercati internazionali.

Terzo record: il mercato del lavoro ai massimi storici

Il terzo sorpasso si misura sul mercato del lavoro, forse il più significativo dal punto di vista sociale. Nel 2025 il tasso di disoccupazione italiano è sceso per la prima volta sotto la media dell’Eurozona, restando al di sotto di quella soglia anche nella prima metà del 2026. Un risultato che colloca l’Italia sotto i livelli di disoccupazione registrati in Francia, Spagna, Svezia, Finlandia, Austria, Danimarca e Grecia.

Gli occupati e i lavoratori a tempo indeterminato hanno raggiunto i massimi delle serie storiche. La stessa Istat, nella sua ultima nota congiunturale, ha dedicato un focus specifico all’andamento del mercato del lavoro nel quinquennio tra il 2021 e il 2026: il tasso di occupazione è cresciuto di 4,4 punti percentuali, pari a circa 1 milione e 600 mila occupati in più, mentre la disoccupazione è calata di 3,4 punti, con quasi 787 mila persone in cerca di lavoro in meno. Anche l’inattività si è ridotta, con un calo di 2,4 punti e circa un milione e 50 mila inattivi in meno. La crescita occupazionale ha riguardato tutte le fasce d’età tranne i più giovani, con il risultato migliore registrato tra i lavoratori tra i 50 e i 64 anni, che segnano un incremento di 7,8 punti percentuali.

L’affidabilità del debito è il quarto successo

Il quarto sorpasso riguarda un tema su cui l’Italia è stata a lungo osservata con diffidenza dai mercati internazionali: l’affidabilità del debito pubblico. Negli ultimi anni le agenzie di rating e gli osservatori finanziari hanno riconosciuto i progressi fiscali compiuti dal paese, in un momento in cui altre economie europee, prima fra tutte la Francia, mostrano segnali di fragilità sui conti pubblici. Il Financial Times, secondo quanto riportato dal Messaggero, ha addirittura indicato la Francia come il nuovo punto focale delle preoccupazioni del mercato sulla sostenibilità del debito nell’area euro, un ruolo che fino a poco tempo fa era spesso associato proprio all’Italia.

Quinto record: le prospettive dei conti pubblici

Il quinto sorpasso riguarda infine le prospettive dei conti pubblici, giudicate oggi più solide rispetto al passato. Secondo la nota diffusa dall’Istat sull’andamento dell’economia italiana, nel secondo trimestre del 2026 il Prodotto interno lordo è aumentato dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, confermando la fase di espansione avviata già nel terzo trimestre del 2025. La variazione acquisita per l’intero 2026 si attesta allo 0,8%, un dato che consolida la traiettoria di crescita del paese nonostante un contesto internazionale definito ancora incerto a causa della prosecuzione dei conflitti internazionali e degli effetti sulle catene di approvvigionamento globali.

Anche la produzione industriale ha mostrato segnali di ripresa, tornando a crescere dopo due mesi consecutivi di calo, con un aumento dello 0,7% su base congiunturale. I consumi privati e gli investimenti restano tra i principali motori della crescita italiana in questa fase.

Numeri e dati che raccontano un cambio di passo

Va detto con chiarezza che nessuno di questi dati cancella le fragilità strutturali del paese: restano infatti divari territoriali importanti tra Nord e Sud, un tasso di occupazione giovanile ancora basso rispetto alla media europea e un debito pubblico che, pur con prospettive migliorate, resta tra i più alti d’Europa in rapporto al Pil. Anche l’inflazione, secondo gli ultimi dati Istat, ha ripreso a salire spinta dai costi energetici, un elemento che pesa sul potere d’acquisto reale delle famiglie.

Ciò che colpisce, però, è la direzione di marcia. Per anni l’Italia è stata raccontata attraverso il confronto impietoso con le performance di Francia, Germania e Giappone, quasi sempre a proprio sfavore. Oggi, secondo i dati incrociati da Istat, Eurostat, Ocse e Fmi, quello stesso confronto restituisce un’immagine ribaltata su almeno cinque fronti chiave: crescita per abitante, esportazioni, occupazione, affidabilità del debito e prospettive dei conti pubblici.

Resta da capire se questi sorpassi rappresentino l’inizio di una fase strutturale di cambiamento oppure una fotografia favorevole legata a un momento particolare del ciclo economico globale. Le previsioni per il resto del 2026 restano infatti divise: le stime ufficiali di Fmi, Ocse e Commissione Europea indicano una crescita più prudente, mentre istituti come Confcommercio e l’Economist Intelligence Unit si spingono fino a ipotizzare un aumento del Pil superiore all’1%. Un ventaglio così ampio conferma quanto sia difficile, anche per gli esperti, leggere con certezza il futuro di un’economia che, almeno nei numeri più recenti, ha smesso di essere la maglia nera d’Europa.

Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossi � un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l’Universit� Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e societ� di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli …


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