La vicenda di Pietralata, dove i genitori hanno ucciso Bianca, la figlia di 5 anni e si sono tolti la vita, ha scatenato una serie di reazioni e di prese di posizione a volte particolarmente radicali. Cercherò di riassumerle contemplando il rischio di non essere, purtroppo, esaustiva.
Buona parte dei media e dell’opinione pubblica si concentrano sui genitori caregiver, descrivendoli come vittime di un sistema di assistenza e di relazioni che li ha lasciati soli davanti alla tragedia di una figlia con disabilità gravissima. Il focus è su di loro, le vittime sono loro che vengono giustificati in quanto schiacciati da una situazione divenuta insostenibile. Bianca, vittima, sparisce dalla narrazione e la sua uccisione viene normalizzata in quanto persona con disabilità, una bambina di serie B in quanto bisognosa di cure costanti elevate e non in grado di sviluppare una propria autonomia, fondamentalmente un peso per la famiglia e anche per la società che, in caso di mancanza dei genitori, dovrebbe farsene carico. Messaggio implicito, ma nemmeno troppo: noi capiamo questi genitori, lo avremmo fatto anche noi se ci fossimo trovati in questa situazione.
La “comunità” dei caregiver, organizzati in associazioni o meno si è parzialmente divisa: una minoranza si è focalizzata sulla vittima dicendo che, per quanto la fatica dell’accudimento sia infinita, Bianca non doveva essere uccisa senza se e senza ma, ed era responsabilità dei genitori fare un passo indietro trovando una soluzione affidataria.
Tuttavia, la maggior parte, pur non giustificando il gesto, ha empatizzato con i genitori rivedendosi nelle loro lotte mediche e burocratiche quotidiane, in un lavoro di cura h 24 totalmente disconosciuto dallo Stato, se non per l’elemosina che alcuni comuni e regioni erogano e che sicuramente non è sufficiente a coprire la mancanza di un’entrata da lavoro. Madri che hanno rinunciato alla propria professione, alle amicizie, al tempo libero parzialmente per scelta ma quasi sempre per necessità: la scuola a orario ridotto, le terapie quotidiane, i centri estivi assenti, la rete famigliare non sempre presente. E allora arriva l’isolamento in primis, la depressione e qualche volta il pensiero “la facciamo finita”, al plurale.
Perché un paese che non garantisce il minimo sostegno, come può farsi carico di una persona totalmente dipendente da altri? Quali soluzioni si prospetterebbero? L’istituto, quello che ogni giorno sentiamo essere luogo di maltrattamenti e abusi. E allora non è che io genitore mi reputi insostituibile, semplicemente consapevole che fuori c’è un deserto. Ed è lì che inizia a balenare l’idea che l’unica via d’uscita sia quella più tragica: almeno, saremo ancora insieme.
A margine nasce la campagna social “Non ce la facciamo più” dove i caregiver si ritraggono con i figli o fotografano solo i figli. La trovo personalmente abbastanza di cattivo gusto, si sta violando l’intimità di una persona che non ha dato il consenso. Potevano fotografarsi solo loro visto che sono il soggetto della campagna.
La terza presa di posizione è quella delle persone con disabilità, e anche qui si ha una spaccatura, forse la più dura. Da una parte troviamo chi evita il giudizio, dall’altra chi il giudizio lo usa come un’arma, non so se arma offensiva o difensiva. Questa posizione, spero di non sbagliare, sostiene che bisogna necessariamente fare una scelta: o comprendi la morte di Bianca e quindi empatizzi con i genitori/assassini o empatizzi con Bianca. La motivazione è che deve esserci solo l’autodeterminazione della persona con disabilità.
Non esiste un punto di incontro tra le fazioni, sulle motivazioni alla base della scelta potremmo scriverci un libro, le posizioni sono distanti, ci si accusa a vicenda, di abilismo da una parte di mancanza di empatia e senso di realtà dall’altro.
Non mi nascondo dietro a un dito: sono tra quelle che pensa che il giudizio vada ritirato, che non giudicare non significa giustificare o comprendere, che, come mi ricorda l’amico Massimo Vettoretti, non sono sinonimi. Non giudico quello che è troppo grande da comprendere, troppo lontano, troppo insondabile. Probabilmente la mia è la posizione di una persona con disabilità “privilegiata”, con una famiglia che non mi ha mai fatto pesare la condizione, che mi ha sempre sostenuta ma anche lasciata libera, che non mi ha mai fatto percepire un senso di pericolo. Fuori dalle mura domestiche non ho trovato grandi limiti e quelli che ho trovato li ho affrontati e superati anche grazie a un carattere duro, a tratti aspro.
Non nego che ritenga la condizione di disabilità una limitazione, che si aggrava con l’aggravarsi del proprio stato fisico. Non ero una fan di Nadia Toffa quando diceva che il cancro è un dono e, forzando il paragone, posso dire che la disabilità è tutt’altro che un dono. Probabilmente, in una società a risorse infinite impatterebbe meno ma, nel qui ed ora, Italia 2026, avrei preferito nascere e vivere senza incontrarla. Chiamatemi abilista, io preferisco stronza ma realista.
Proprio dal mio essere più pratica che teorica nasce l’impegno in Coscioni al fianco di chi ci chiede aiuto, consiglio, sostegno nel momento di vuoto abissale che le istituzioni hanno costruito. Scusate la premessa così lunga ma lo svolgimento del tema sarà invece molto breve: chi ne gode di questa separazione interna? Quelli che fanno business sulla pelle di quelle persone che ogni giorno la disabilità la incontrano come soggetti o come caregiver.
Per l’ennesima volta stiamo facendo il loro gioco. Mentre noi analizziamo ogni parola, sinonimi, contrari, faccio hype con l’articolo sui social, mi schiero sempre dalla parte giusta, tu non capisci, sei un abilista, eccetera, là fuori c’è chi continua a lavorare contro: contro l’autodeterminazione, contro l’istituzionalizzazione, contro il lavoro di cura scelto o imposto, contro l’integrazione.
Forse, però, facciamo più pena noi, 10 milioni di persone, 10 milioni di voti che non sono in grado di imporre la svolta al sistema. Dividi et impera, ricordatevelo.
Irene Ghezzi è referente sui temi connessi alle disabilità per il territorio lombardo. Si occupa in particolare di autodeterminazione per le persone in condizioni di non autosufficienza e dell’applicazione dei diritti in ambito sanitario, socio assistenziale e lavorativo con particolare attenzione verso i progetti di vita autogestiti e la libertà di scelta del luogo dove vivere.
È attualmente membro della Giunta Alc e coordinatrice della Cellula Cremona.
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