A luglio le vendite alimentari scendono dell’1% in volume e salgono dello 0,3% in valore; una famiglia su dieci non può permettersi carne o pesce ogni due giorni. Intanto i prezzi alimentari mondiali tornano a salire.
Al supermercato la contraddizione è ormai visibile nei numeri: in Italia si compra meno cibo, ma il valore complessivo degli acquisti alimentari continua a crescere. A luglio, rispetto a un anno prima, le vendite di prodotti alimentari sono diminuite dell’1% in volume e aumentate dello 0,3% in valore, secondo l’Istat (Istituto nazionale di statistica). Negli stessi giorni, un nuovo studio del Centro Studi Divulga ha indicato che il 31% delle famiglie italiane ha ridotto quantità e qualità dei cibi acquistati. E sui mercati internazionali la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) ha registrato un altro rialzo delle materie prime alimentari.
Sono tre misure diverse e non vanno sovrapposte. Le vendite Istat descrivono l’andamento del commercio al dettaglio; il 31% di Divulga fotografa le rinunce delle famiglie riportate dallo studio; l’indice Fao segue i prezzi internazionali di un paniere di materie prime. Presi insieme, mostrano perché la pressione sul bilancio alimentare non è finita con il rallentamento dell’inflazione: una parte delle famiglie sta riducendo gli acquisti proprio mentre alcuni costi a monte ricominciano a salire.
Lo studio “Guerre e Food Insecurity”, i cui risultati sono stati diffusi da Ansa, aggiunge una dimensione sociale più pesante. Un nucleo su dieci, secondo Divulga, non riesce a permettersi un pasto con carne o pesce almeno ogni due giorni; la povertà alimentare riguarderebbe il 9,3% degli italiani e arriverebbe al 18,4% nelle fasce a basso reddito. Il 2,2% della popolazione si troverebbe inoltre in una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave, con una quota del 2,9% nel Mezzogiorno e dell’1,8% sia al Nord sia al Centro.
Felice Adinolfi, direttore del Centro Studi Divulga, collega questa fragilità anche ai costi sostenuti dalla produzione agricola. In una dichiarazione riportata da Ansa osserva: “I costanti rincari di fertilizzanti, carburanti e mezzi tecnici continuano a gravare sui bilanci delle imprese agricole”. Il prezzo pagato alla cassa è infatti l’ultimo anello di una catena che comprende materie prime, energia, trasformazione, trasporto, imballaggi e distribuzione.
Il dato più recente sull’inflazione può sembrare meno allarmante. Ad agosto il cosiddetto “carrello della spesa” dell’Istat — alimentari insieme ai prodotti per la cura della casa e della persona — cresceva dell’1% su base annua, mentre la componente alimentare era al +1,1%. Ma un’inflazione più bassa non riporta indietro i prezzi: significa che stanno aumentando più lentamente rispetto a dodici mesi prima. Dopo gli scatti del 2022 e del 2023, molte famiglie si confrontano quindi con livelli di prezzo più alti anche quando il tasso annuale si attenua.
Le schede del Garante per la sorveglianza dei prezzi del Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), elaborate su dati Istat, mostrano quanto sia diventato irregolare il carrello. A luglio la classe “animali vivi e carni” costava il 4,2% in più rispetto a un anno prima. La carne bovina segnava +7,4%, il pollame +4,2% e la carne suina +2,4%. È una delle categorie in cui il rincaro rimane ben superiore alla media del carrello e coincide con uno degli alimenti richiamati dall’indicatore sull’accessibilità di un pasto proteico.
Pasta e cereali seguono un percorso diverso. L’intera classe dei cereali e prodotti a base di cereali era quasi ferma, +0,1% su base annua, ma la pasta secca e fresca insieme al couscous risultava in calo dell’1,8%; il riso scendeva del 3%, mentre il pane aumentava dell’1,2%. La curva di lungo periodo del Mimit mostra che il grande salto dei cereali si era concentrato soprattutto fra il 2021 e il 2023: il successivo raffreddamento non equivale a un ritorno ai prezzi di partenza.
Anche fra frutta e verdura la media nasconde movimenti opposti. A luglio i prezzi di frutta e frutta a guscio erano inferiori dello 0,7% rispetto all’anno precedente e del 4,8% rispetto a giugno, mentre ortaggi, tuberi e legumi segnavano +2,6% su base annua. I pomodori erano al +5,2%, l’insalata e la cicoria al +2,5%; sul versante della frutta, pesche e nettarine risultavano al -4,1%. La stagionalità può produrre oscillazioni molto ampie da un mese all’altro, perciò una singola voce non basta a descrivere il costo di una dieta equilibrata.
Latte, formaggi e uova offrono un altro esempio. La classe complessiva era quasi stabile, +0,1% annuo, ma il latte scremato e quello crudo e intero di bovino scendevano dell’1,9%, mentre le uova salivano del 7,7%. Un dato medio quasi fermo può quindi convivere con variazioni molto diverse tra prodotti che occupano lo stesso reparto.
Negli oli il ridimensionamento è più marcato. La classe “oli e grassi” risultava in calo del 6,5% rispetto a luglio 2025; l’olio di oliva del 6,9% e il burro del 13,8%. Le serie del Mimit mostrano però anche il forte rialzo che aveva preceduto questa discesa, con un picco nel 2024. Per il consumatore un calo tendenziale alleggerisce il conto rispetto all’anno precedente, senza necessariamente cancellare l’aumento accumulato nella fase precedente.
Perfino lo zucchero offre una lettura meno intuitiva di quella suggerita dai mercati mondiali. A luglio, in Italia, lo zucchero di canna e di barbabietola costava il 3,6% in meno di un anno prima; la classe più ampia “zucchero, dolciumi e dessert” era a -0,2%. Sul mercato internazionale, invece, ad agosto l’indice Fao dello zucchero è balzato dell’11,9% in un solo mese, al livello più alto da giugno 2025. Il divario fra i due dati fotografa sia il ritardo con cui le materie prime possono trasferirsi lungo la filiera sia il fatto che quotazioni globali e prezzi sugli scaffali non coincidono automaticamente.
La stessa cautela vale per l’olio. L’indice Fao degli oli vegetali ha raggiunto ad agosto 196,9 punti, il livello più alto da giugno 2022, mentre l’olio di oliva al dettaglio in Italia risultava ancora in forte calo su base annua a luglio. I due indicatori misurano cose differenti: il paniere internazionale della Fao comprende mercati come palma e soia e registra quotazioni a monte; l’indice italiano segue invece il prezzo finale di prodotti acquistati dai consumatori.
Sul piano globale, il Food Price Index della Fao è salito ad agosto a 133,3 punti, +1,9% rispetto a luglio e +2,5% su base annua. È ancora il 16,8% sotto il picco storico del marzo 2022, ma tutti i principali gruppi merceologici sono aumentati nel mese. Il grano è rincarato del 2,6% da luglio ed è risultato del 15% più caro di un anno prima; l’indice delle carni è salito dell’1%, quello dei latticini del 2,3%.
Dietro questi movimenti ci sono fattori che possono arrivare fino al carrello europeo con tempi e intensità differenti. La Fao cita le difficoltà logistiche nel Mar Nero, il caldo e la siccità in alcune aree produttive europee, le preoccupazioni sui raccolti statunitensi di mais e le tensioni sulle forniture legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Per lo zucchero pesano le prospettive più deboli per la barbabietola nell’Unione europea (Ue), gli effetti meteorologici associati a El Niño in Asia e una produzione inferiore alle attese nel Centro-Sud del Brasile.
Questo non autorizza a trasformare ogni aumento internazionale in una previsione di rincaro immediato al supermercato. I contratti di fornitura, le scorte, i cambi valutari, i costi energetici, i margini industriali e commerciali e la concorrenza fra insegne possono rallentare, amplificare o assorbire parte del movimento. Il caso dello zucchero è istruttivo: mentre la materia prima internazionale corre ad agosto, il prezzo al consumo italiano era ancora in calo a luglio. È un rischio da monitorare, non un aumento già avvenuto sugli scaffali.
La riduzione dei volumi alimentari dell’1% aggiunge però un elemento che i soli indici dei prezzi non raccontano. A luglio l’insieme delle vendite al dettaglio è cresciuto dello 0,8% in valore ma è diminuito dello 0,6% in volume; nel comparto alimentare la forbice è più ampia, con +0,3% in valore e -1% in volume. Non significa che ogni famiglia abbia speso di più e comprato esattamente l’1% in meno, perché si tratta di dati aggregati e possono cambiare la composizione degli acquisti e i canali di vendita. Significa però che, nel complesso del commercio alimentare, più valore monetario non si è tradotto in più prodotto venduto.
Nel 31% indicato da Divulga rientrano famiglie che hanno ridotto quantità e qualità, non soltanto nuclei costretti a rinunciare del tutto a determinati alimenti. La contrazione può quindi assumere forme differenti, dal minor numero di acquisti alla scelta di alternative meno costose o meno varie. L’indicatore sul pasto con carne o pesce ogni due giorni sposta il tema dall’andamento dei prezzi alla possibilità concreta di mantenere una certa qualità alimentare.
Il carrello italiano del 2026 non ha una sola direzione. Carne e uova corrono più della media; ortaggi come i pomodori aumentano; pasta, riso, olio di oliva, burro e parte della frutta mostrano invece riduzioni rispetto a un anno fa. Nel frattempo le materie prime mondiali hanno ripreso quota e la Fao segnala pressioni su cereali, oli vegetali, latticini e soprattutto zucchero. Il calo dei volumi e le rinunce registrate da Divulga indicano che una parte dell’aggiustamento passa ormai dalla quantità e dalla composizione di ciò che si compra.
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