Questo testo non è un articolo giornalistico vero e proprio poiché il giornalismo richiede dall’autore un atteggiamento oggettivo e imparziale, uno sguardo più freddo e distaccato sugli eventi descritti. Nel mio caso è davvero difficile avere questo sguardo da giornalista professionista, dunque cercherò di essere oggettiva ma non riuscirò a nascondere le mie profonde emozioni, l’amarezza e il dolore che si sono creati dentro di me nel corso degli eventi descritti. Parlerò del trauma collettivo: un trauma che è penetrato nella società in cui sono nata in tutti i suoi aspetti, un trauma che ha scatenato un’onda di ritraumatizzazione continua per un’intera generazione di persone nello spazio post-sovietico. Inoltre, parlerò dell’effetto inesorabile, anche se non sempre visibile in superficie, che questo trauma produce sulla situazione politica mondiale d’oggi e sulla quotidianità di tutti noi, indipendentemente dal nostro luogo di nascita. Parlerò dunque delle grandi e dolorose guerre condotte dalla Federazione Russa a partire dalla sua formazione nel 1991, dopo la caduta dell’Unione Sovietica: delle due guerre cecene degli anni 1994–2009, e dell’invasione dell’Ucraina indipendente iniziata nel 2014 con l’annessione della Crimea.
Che cos’hanno in comune queste guerre che, al primo sguardo, sembrano così diverse? Prima di rispondere a questa domanda vorrei raccontarvi il mio sguardo sulla Russia degli anni ‘90, lo sguardo di una ragazza che percepiva il contesto politico e sociale attraverso la vita della propria famiglia – una famiglia moscovita del ceto medio, con padre russo e madre armena. Dopo la caduta dell’URSS i miei genitori hanno respirato a pieni polmoni la libertà e la democrazia della nuova Russia per la prima volta nella loro vita. Nel 1991 questi due ventenni ex sovietici si sono trovati in un mondo in cui tutto era possibile: leggere libri e giornali senza censura, viaggiare all’estero, fare business o lavorare per le aziende straniere. Mi ricorderò per sempre l’entusiasmo e l’avidità (a volte anche esagerata) con la quale loro esploravano tutte queste nuove possibilità. Gli anni ’90 non hanno portato grande ricchezza materiale alla mia famiglia, ma la sensazione della libertà ripagava tutto.
L’11 dicembre del 1994 i telegiornali serali si aprirono in edizione straordinaria: tre colonne dell’esercito federale erano entrate nella Repubblica cecena di Ičkeria proclamata a luglio 1991 da Džochar Dudaev. Questa notizia non era del tutto inaspettata: da tre anni il conflitto tra il Cremlino e Dudaev era ormai una realtà costante. Il Cremlino de jure rifiutava l’indipendenza all’Ičkeria, però de facto tollerava il governo di Dudaev. Con il tempo la repubblica, da poco proclamata, diventava per Mosca sempre più problematica: essendo geograficamente la “porta del sud” della Russia, Ičkeria si trasformava in un hub per il traffico d’armi e di droga, e il governo di Dudaev riusciva sempre meno a controllare il mercato nero.
Qui vorrei aprire una parentesi importante che riguarda la personalità di Dudaev. Da decenni ormai la propaganda del Cremlino dipinge l’ex leader di Ičkeria come un terrorista, un tagliagole impazzito, il vero colpevole dell’instabilità nel Caucaso settentrionale. Queste narrazioni sono profondamente false. Nato nel 1944 in una famiglia cecena deportata forzatamente da Stalin nel Kazakistan, Dudaev diventò il maggior generale dell’aviazione Sovietica, cioè “la crème de la crème” della nomenklatura sovietica. Dalle persone che l’hanno conosciuto personalmente, inclusa la leggendaria cantante russa Alla Pugačeva, Dudaev è stato descritto come un vero e proprio intellettuale, una persona raffinata e allo stesso tempo estremamente determinata, soprattutto nella sua volontà di ottenere l’indipendenza per il suo popolo. Qui mi viene in mente come negli ultimi cinque anni la propaganda putiniana dipinge il presidente Volodymyr Zelenskij e tutta la classe politica ucraina: “nazisti”, “drogati”, “tirapiedi della NATO”… Anche i discorsi e le immagini di Zelenskij sono severamente proibiti sui canali televisivi russi. Oggi la propaganda russa usa la stessa strategia di 30 anni fa: nel corso della prima guerra cecena non abbiamo mai visto Dudaev in televisione, non abbiamo mai sentito un suo appello al Cremlino. L’immagine reale del “nemico numero uno” andava meticolosamente sostituita nella mente collettiva con l’immagine del mostro senza paragone che minacciava addirittura l’esistenza della Russia stessa.
Che cosa abbiamo visto invece? Una vera e propria apocalisse che ancora oggi rimane impressa nella mia memoria: la città di Groznyj rasa al suolo, i carri armati davanti allo scheletro bruciato del Palazzo presidenziale, i profughi ceceni – donne, bambini, anziani – che scappano dalle proprie case sotto le bombe, il fango mescolato al sangue umano. Devo dire che almeno in questo i media dei tempi del presidente Boris Yeltsin erano onesti: i giornalisti ci facevano vedere il terrore di quella guerra senza alcuna edulcorazione. Ricordo un’immagine che mi aveva colpito particolarmente: una signora molto anziana, gracile e con lo sguardo spaventato, con i vestiti impolverati, che viene scortata dai soldati russi – i ragazzi della leva – dallo scantinato del palazzo distrutto di Groznyj. La signora sopravvissuta continuava a balbettare: «Perché noi?… Questa era casa mia!… Non ho più niente… Che cosa abbiamo fatto del male?… ». All’epoca non potevo immaginare di dover rivedere le stesse identiche immagini girate in Ucraina a distanza di decenni. Nella primavera del 2022 ho visto di persona le profughe ucraine anziane arrivare in Stazione Centrale di Milano da Mariupol, Kherson o Kharkiv. Alcune di loro, tremando, mi facevano le stesse domande: «Perché noi?… Che cosa abbiamo fatto del male?…».
Un’altra dolorosa somiglianza fra la prima guerra cecena e l’invasione dell’Ucraina sta nella forte convinzione del Cremlino che entrambe sarebbero state delle blitzkrieg, una guerra lampo. Ho sentito per la prima volta la frase «Prenderemo Kyiv in tre giorni!» proprio il 24 febbraio 2022, da un mio parente che vive in Russia. Ero sotto shock non soltanto per aver sentito una frase talmente assurda e crudele da una persona che conoscevo da una vita (immaginate di sentire ora un vostro parente italiano dirvi con tutta calma «Prenderemo Nizza in tre giorni!»), ma anche per la somiglianza di questa frase con le dichiarazioni dei politici e militari russi nel 1994.
Secondo i piani iniziali, la città di Groznyj doveva essere presa in poche ore, senza incontrare la resistenza dei ceceni. L’“operazione speciale” di Yeltsin doveva concludersi con una parata militare nella capitale cecena, da svolgersi preferibilmente il 31 dicembre, permettendo al presidente di annunciare ai cittadini russi la felice notizia della conclusione dell’intervento in diretta televisiva, durante il suo tradizionale discorso di Capodanno. Nel 2025, guardando il documentario sulla prima guerra cecena del giornalista russo Konstantin Goldenzweig (che lasciò la Russia dopo il febbraio del 2022), ho sentito la testimonianza di un ex soldato di leva mandato a prendere Groznyj nel 1994. Daniil, un uomo di ormai 50 anni, raccontava di aver ricevuto dai suoi superiori l’uniforme da parata: «[Pensavamo ai] due o tre giorni… E dopo un mese saremmo stati già a casa»1. Ero scossa dalle sue parole poiché coincidevano precisamente alla fase iniziale dell’“operazione speciale” di Putin: lo stesso documentario di Goldenzweig mostra in parallelo le immagini delle divise di gala sequestrate ai soldati russi che furono catturati in Ucraina nei primi giorni dell’invasione del 2022. Anche la famigerata “denazificazione” dell’Ucraina doveva concludersi con una parata nel centro di Kyiv… Per un’altra volta il Cremlino ha clamorosamente sottovalutato la determinazione di un popolo nel difendere le proprie case dai militari russi.
Però non è stato soltanto il Cremlino a non aver imparato la lezione degli anni ‘90: la società russa d’oggi rimane in gran parte indifferente rispetto alla sofferenza del popolo ucraino, esattamente come i miei genitori erano indifferenti al destino degli abitanti della Cecenia. La nostra benestante famiglia moscovita percepiva le guerre nel Caucaso settentrionale soltanto attraverso la televisione: fu una realtà crudele ma allo stesso tempo completamente virtuale. I miei giovani genitori continuavano a godersi tante libertà e possibilità della nuova Russia – grandi progetti lavorativi, viaggi e feste… Nelle loro vite non c’era spazio per le decine di migliaia di morti e mezzo milione di sfollati fra i loro concittadini2. A distanza di decenni vedo nei social i giovani russi piangere davanti agli smartphone per i loro beni bruciati nei depositi di Wildberries (un analogo russo di Amazon) nel corso degli attacchi dei droni ucraini, ma non spendere mai una parola per i civili ucraini morti sotto le macerie dell’ennesimo condominio distrutto da un razzo russo a Kyiv. L’indifferenza collettiva non lascerà mai spazio all’empatia finché Mosca e le altre grandi città russe manterranno l’apparenza, pur sempre falsa, della vita consueta.
Nemmeno la seconda guerra cecena è stata pubblicamente chiamata guerra o vista come tale dalla maggior parte della società russa. Condotta dall’allora neopremier Vladimir Putin, un uomo che ha promesso al suo paese di «ammazzare i terroristi nel cesso», questa guerra non doveva per nessun motivo danneggiare l’immagine della “mano di Mosca” – una mano forte, invincibile e, soprattutto, portatrice di pace e stabilità in una regione ribelle. A partire dal 1999 gli atti terroristici mirati ai civili russi hanno iniziato a scuotere davvero profondamente ognuno di noi. Nel 2002, esattamente due mesi prima del sequestro al teatro Dubrovka di Mosca, ero andata con una amica a vedere lo spettacolo Nord-Ost. Quando a fine ottobre seguivo avidamente le vicende dell’atto terroristico in diretta, avevo la pelle d’oca: fra quegli 850 ostaggi e 130 morti avrei potuto esserci anch’io! A quel punto i ceceni e tutti i caucasici che erano dalla loro parte erano diventati per ognuno di noi i nemici per eccellenza, “il popolino dei brutti, sporchi e cattivi” che osavano a mettere a repentaglio il nostro benessere collettivo. Ci perseguitavano direttamente a casa nostra!
Putin ha saputo sfruttare questi sentimenti e paure a proprio favore: qualsiasi azione del Cremlino era ormai giustificata dalla necessità di “ripulire il paese”, difendere tutti noi e restaurare la pace. La “pace” come la intendeva e la intende ancora oggi Vladimir Putin: mi consegnate il controllo totale su di voi e sulla vostra terra, e chi non è d’accordo sarà annientato. Anni prima dell’invasione dell’Ucraina indipendente Putin equiparò la pace alla dittatura totalitaria: «Ci sono ormai soltanto due autorità in Cecenia – Kadyrov e Khankala [la base militare russa]», come scrisse nel 2008 la famosa giornalista russa Olga Allenova3. Non mi sorprende affatto sentire oggi la stessa parola “pace” uscire dalle bocche di Putin e dei suoi complici (anche quelli italiani), mentre le tempeste dei razzi balistici russi piovono sulla popolazione ucraina. Il Cremlino non ha imparato niente dopo le due guerre cecene, mentre io, la ragazza davanti allo schermo televisivo, ho imparato a distinguere la pace nel suo vero senso umano dalla “pace” secondo Putin.
Concludo con una riflessione sul fattore più importante che le guerre della Russia post-sovietica hanno in comune: sono guerre di natura imperialistica. L’impero sovietico è crollato per sempre, ma lo spirito imperialistico si è preservato nel suo erede, la Federazione Russa, che a partire dalla sua nascita dichiara di preservare il benessere del popolo russo, dei “popoli minori” e dei paesi circostanti esclusivamente sulla carta, mentre la colonizzazione interna ed esterna, più totale e intransigente possibile, rimane per il Cremlino l’obiettivo politico principale. Per l’ennesima volta la società russa è ricaduta nella trappola dell’imperialismo, senza accorgersene e opporsi alle conseguenze. Dopo la fine della guerra contro l’Ucraina questa società riuscirà finalmente a imparare le sue lezioni? A mio avviso, accadrà soltanto quando il valore della vita umana supererà per i russi i benefici della propria indifferenza.
Immagine in anteprima: Русский: Фото: Михаил Евстафьев Photo: Mikhail , CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
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