Quanto inquina davvero quello che compriamo? Non l’azienda che lo produce, non lo stabilimento da cui esce e nemmeno genericamente il settore a cui appartiene. Proprio quel prodotto: il componente montato dentro un’automobile, il dispositivo elettronico sulla scrivania, un materiale da costruzione, una confezione, una maglietta. La domanda, fino a pochi anni fa confinata ai dipartimenti di sostenibilità e agli specialisti delle analisi ambientali, sta progressivamente entrando nei rapporti tra aziende, nelle richieste dei buyer e, sempre più spesso, nelle regole che governano il mercato europeo.
Il punto è che sapere quanto emette complessivamente un’impresa non basta più. Due prodotti realizzati nella stessa fabbrica possono avere impronte climatiche molto diverse perché cambiano le materie prime utilizzate, l’energia necessaria alla lavorazione, i fornitori, le distanze percorse, il packaging, la durata o persino ciò che accade quando arrivano alla fine della loro vita utile.
È per questo che sta acquistando peso la Carbon Footprint di Prodotto, o CFP: un sistema che prova a trasformare l’impatto climatico di un bene in un dato misurabile e confrontabile.
Non basta più sapere quanto inquina un’azienda
Per anni la sostenibilità aziendale si è concentrata soprattutto sulle emissioni complessive di un’organizzazione. Un dato fondamentale, ma che fotografa solo una parte del problema. Un’impresa manifatturiera può mettere sul mercato decine o centinaia di prodotti e dietro ciascuno di essi può esserci una catena produttiva completamente diversa.
La Carbon Footprint di Prodotto sposta quindi il punto di osservazione dall’impresa al singolo bene e misura le emissioni di gas serra associate alle fasi del suo ciclo di vita considerate nello studio.
Uno dei riferimenti internazionali è la ISO 14067, standard dedicato proprio alla quantificazione della carbon footprint dei prodotti e coerente con i principi del Life Cycle Assessment, l’analisi del ciclo di vita.
A seconda dei confini stabiliti dall’analisi si possono considerare l’estrazione e la produzione delle materie prime, la lavorazione industriale, il trasporto, la distribuzione, l’utilizzo e il fine vita. Il risultato non è semplicemente una nuova etichetta da aggiungere sulla confezione: serve soprattutto a capire dove si concentra realmente l’impatto climatico.
Ed è qui che il dato comincia ad avere un valore economico oltre che ambientale.
Le grandi aziende chiedono numeri ai propri fornitori
Una delle pressioni più forti arriva infatti dalle filiere. Le grandi imprese hanno bisogno di conoscere con maggiore precisione ciò che accade lungo la propria catena del valore e questo porta inevitabilmente la richiesta di informazioni sempre più a monte.
Per un produttore di componenti o materiali, quindi, poter rispondere alla domanda «quante emissioni incorpora questo prodotto?» può diventare un elemento competitivo nei confronti di un cliente.
La differenza è sostanziale. Dire che un materiale è «più sostenibile» significa molto poco se non si specifica rispetto a quale alternativa, prendendo in considerazione quali fasi della produzione e sulla base di quale metodologia. Disporre invece di dati strutturati permette di confrontare fornitori, materiali, tecnologie produttive o modifiche al design.
La sostenibilità comincia così a spostarsi dal territorio della comunicazione a quello della misurazione.
L’Europa prepara la carta d’identità digitale dei prodotti
A spingere nella stessa direzione è l’Unione europea. Il nuovo quadro dell’Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR) punta progressivamente ad ampliare le informazioni sulla sostenibilità e circolarità dei prodotti messi sul mercato europeo, con requisiti che saranno definiti per specifiche categorie merceologiche.
Uno dei tasselli più importanti è il Digital Product Passport, una sorta di passaporto digitale destinato a raccogliere informazioni associate a un prodotto lungo il suo ciclo di vita. A seconda della categoria e della normativa applicabile, tra i dati disponibili potranno rientrare composizione, durabilità, riparabilità, riciclabilità e anche indicatori relativi alla carbon footprint e all’impronta ambientale.
Non significa che da domani ogni prodotto venduto in Europa avrà obbligatoriamente accanto al prezzo il numero dei chilogrammi di CO₂ generati. L’introduzione dei diversi requisiti sarà progressiva e dipenderà dalle singole categorie. Ma la traiettoria è ormai chiara: rendere i dati ambientali dei prodotti più accessibili, verificabili e confrontabili.
La Commissione europea ha già definito nel piano di lavoro 2025-2030 le priorità per l’attuazione del regolamento Ecodesign, mentre nel 2026 è proseguito il lavoro tecnico necessario alla costruzione dell’infrastruttura del Digital Product Passport.
Dal 27 settembre cambia anche il linguaggio del green
C’è poi un altro elemento destinato ad accelerare il cambiamento: il contrasto europeo al greenwashing.
Dal 27 settembre 2026 diventeranno applicabili le disposizioni della direttiva europea sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde, che interviene anche sulle dichiarazioni ambientali utilizzate per vendere i prodotti. Gli Stati membri avevano tempo fino al 27 marzo 2026 per recepirla.
Tra le pratiche interessate ci sono proprio i claim ambientali generici. Espressioni come «green», «eco-friendly» o «rispettoso dell’ambiente» non potranno essere utilizzate liberamente senza che esista una prestazione ambientale riconosciuta e pertinente che le giustifichi. La normativa interviene anche sui claim climatici basati semplicemente sulla compensazione delle emissioni.
È un passaggio importante perché cambia la logica stessa della comunicazione ambientale: non basta più costruire una narrazione sostenibile attorno al prodotto, bisogna essere in grado di sostenerla.
E proprio qui la disponibilità di dati ottenuti con metodologie strutturate diventa particolarmente preziosa.
Il carbonio entra anche nel commercio internazionale
In alcuni settori il passaggio dalla teoria alla pratica è già avvenuto. Dal 1° gennaio 2026 è entrata nella fase definitiva anche l’applicazione del Carbon Border Adjustment Mechanism, il CBAM europeo.
Il meccanismo riguarda attualmente determinate importazioni nei settori del cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno e lega gli obblighi degli importatori alle emissioni incorporate nei beni che entrano nell’Unione europea.
Per gli operatori coinvolti, dunque, conoscere le emissioni associate alla produzione non è più soltanto uno strumento reputazionale: entra direttamente nella gestione degli scambi commerciali.
È probabilmente uno degli esempi più evidenti di come la CO₂ stia diventando una nuova informazione economica del prodotto, al pari di molte caratteristiche che le aziende sono già abituate a gestire.
Sapere dove nasce la CO₂ serve anche a eliminarla
Misurare l’impronta climatica, tuttavia, avrebbe poco senso se il risultato rimanesse confinato in un report.
La parte più interessante arriva quando l’analisi consente di individuare gli hotspot, cioè i passaggi responsabili della quota maggiore di emissioni. Può essere una materia prima particolarmente carbon intensive, un processo produttivo che consuma molta energia, una catena logistica inefficiente oppure la fase di utilizzo del prodotto.
A quel punto il dato consente di scegliere dove intervenire. Cambiare materiale, ridisegnare un componente, selezionare un nuovo fornitore, diminuire il peso, modificare il packaging, utilizzare energia differente o ripensare la logistica.
La carbon footprint diventa quindi non soltanto la fotografia di ciò che è già avvenuto, ma uno strumento per progettare quello che verrà dopo.
«Sempre più aziende arrivano alla Carbon Footprint di Prodotto non perché vogliono semplicemente ottenere un nuovo dato ambientale, ma perché quel dato viene richiesto da un cliente oppure serve per prendere una decisione concreta sul prodotto», spiega Saverio Lapini, co-founder di Ollum, società di consulenza ESG parte di TÜV Austria.
«Il passaggio importante è utilizzare la misurazione non soltanto per rispondere alla richiesta, ma per capire dove sono concentrate le emissioni e quali leve possono essere attivate per ridurle. In questo modo la carbon footprint diventa uno strumento di gestione e sviluppo del prodotto, oltre che di trasparenza verso il mercato».
La CO₂ può diventare un nuovo dato di competitività
È forse questo il cambiamento più significativo. Per molto tempo il dato ambientale è stato considerato qualcosa da aggiungere al prodotto dopo averlo progettato: una certificazione, un report, una dichiarazione da utilizzare nella comunicazione.
Ora rischia di accadere il contrario. L’impatto climatico può cominciare a entrare tra le variabili con cui il prodotto viene progettato, acquistato e selezionato.
Per chi lavora all’interno di filiere industriali complesse, sapere quanta CO₂ è associata a un bene potrebbe progressivamente diventare normale quanto conoscerne il costo, il peso, i materiali o le prestazioni.
E a quel punto la domanda «quanto inquina davvero quello che compriamo?» non sarà più soltanto quella di un consumatore attento all’ambiente. Potrebbe diventare una delle domande che decidono chi riesce a vendere un prodotto, a quale cliente e su quale mercato.
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Rita Galimberti
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