La Democrazia Cristiana non è stato solo un partito di potere o che ha gestito il potere, come recita da decenni la narrazione ex e post comunista e di tutto lo stuolo dei commentatori e degli opinionisti che storicamente assecondano quella tesi. La Dc ha sempre avuto un preciso e definito progetto politico e ha coltivato, come legittima ambizione, un “progetto di società”. Dopodiché, come ovvio e persino scontato, la Dc era anche un partito che gestiva il potere essendo stata ininterrottamente al governo dal 1946 e sino alla fine del suo percorso politico, nel 1993.
Ma per governare un paese come l’Italia per quasi 50 anni non è sufficiente sapere gestire con efficacia e precisione il potere. Serve un “di più”, per dirla con il linguaggio creativo di Mino Martinazzoli. E questo “di più” va ricercato nella cultura politica di riferimento della Democrazia Cristiana. Dei suoi leader e dei suoi statisti, della sua classe dirigente nazionale e locale, nelle pubblicazioni del partito, nelle iniziative concrete sul territorio e nei progetti di legge. Insomma, l’intera produzione politica e di governo della Democrazia Cristiana non è un fatto episodico, casuale, improvvisato od astratto.
No, il progetto politico e di governo della Dc rispondeva ad una precisa e definita cultura politica. Una cultura politica che affondava le sue radici nella storia, nella tradizione, nel pensiero e nella cultura del cattolicesimo politico italiano. Una cultura politica che, storicamente, non è nè monolitica e nè dogmatica. Semmai, e al contrario, parliamo di un filone di pensiero che al suo interno ha sempre avuto un forte pluralismo di accenti, di sensibilità, di visioni e anche, e soprattutto, di prospettive. Non è un caso, del resto, che il pluralismo politico e culturale all’interno della Dc è sempre stato un tratto caratteristico del partito. Anche se la classe dirigente della Dc proveniva quasi esclusivamente dall’associazionismo sociale e culturale di matrice cattolica.
Certo, i valori che ispiravano i comportamenti, e anche le scelte, del partito a tutti i livelli erano i medesimi ed erano riconducibili alla dottrina sociale della Chiesa e all’umanesimo cristiano e popolare. Ma è altrettanto indubbio che le stesse correnti erano anche prodotto e conseguenza del pluralismo culturale e religioso presente nell’area cattolica italiana. Non è un mistero, del resto, che il cattolicesimo sociale era il riferimento quasi scientifico della sinistra sociale del partito come dell’area che gravitava attorno ad Amintore Fanfani e Giorgio La Pira. Non mancavano affatto i cattolici conservatori con forti venature integralistiche. Basti pensare alla concreta esperienza del gruppo guidato da Oscar Luigi Scalfaro – ovviamente prima della sua profonda conversione ai temi cari alla sinistra, ma questo avviene dopo aver fatto il Presidente della Repubblica – e di tutti coloro che erano più sensibili alla tradizione cattolica senza particolari mediazioni politiche e culturali.
Accanto al cattolicesimo più curiale e “papalino”, come si suol dire, di Giulio Andreotti non si può dimenticare quel cattolicesimo tecnocratico e di potere riconducibile ai settori più liberal e liberisti del partito. Penso, nello specifico, all’esperienza di Prodi, Andreatta, Mazzotta e molti altri esponenti dell’area liberal del partito. E anche il cattolicesimo più direttamente riconducibile al popolarismo di ispirazione cristiana ha alimentato e sorretto molti gruppi e correnti all’interno del partito, a cominciare dalla sinistra politica e a molti ambienti del doroteismo più illuminato. Comunque sia, un fatto emerge in tutta la sua chiarezza. E cioè, il progetto politico e la stessa iniziativa politica della Dc erano strettamente legati alla cultura e al dibattito che animava l’area cattolica e alla stessa elaborazione della dottrina sociale della Chiesa.
Certo, la Dc non era il semplice e banale prolungamento della Chiesa nella cittadella politica italiana. C’erano indubbiamente settori, anche autorevoli, del partito che erano molto più sensibili ai richiami e alle indicazioni che provenivano da Oltretevere. Ma è altrettanto indubbio che la laicità dell’azione politica è stata sempre un tratto distintivo e specifico del partito della Democrazia Cristiana. Tranne alcuni settori, peraltro largamente minoritari, più integralisti e confessionali, l’iniziativa politica della Dc non subiva le pressioni o gli inviti che provenivano, seppur larvatamente, dall’autorità ecclesiastica. Un metodo, questo, che ha fatto della Dc un partito credibilmente e autorevolmente laico, anche se di ispirazione cristiana e con un chiaro ancoraggio alla cultura cattolica. Al contempo, è persino inutile negare che la costruzione del progetto politico della Democrazia Cristiana e la sua identità politica e culturale, erano anche e soprattutto il frutto di un continuo e proficuo confronto con la variegata, composita e plurale area cattolica italiana.
E questo al di là e al di fuori del collateralismo che, del resto, non è mai stato né teorizzato e né praticato. Anche perché, come noto, l’unità politica dei cattolici era il prodotto concreto di una stagione storica e non l’imposizione di un diktat politico ed elettorale. Ma, al di là di questo fatto, quello che merita di essere ricordato e richiamato è che c’era un confronto, ed anche uno scontro, continuo tra il partito nelle sue varie articolazioni e il mondo cattolico organizzato. Certo, nel rispetto rigoroso della laicità dell’azione politica e anche della legittima autonomia e distinzione dei piani. L’uno più squisitamente politico e l’altro di natura culturale e religiosa. Ma l’attenzione nei confronti di tutto ciò che proveniva dal mondo cattolico – sia esso ecclesiastico o culturale o intellettuale o associazionistico o giornalistico/mediatico – era, comunque sia, oggetto di approfondimento, di studio e di vivace dialogo. Dopodiché, come ovvio e persino scontato, c’era la costruzione, laica, del progetto politico della Democrazia Cristiana. Al riguardo, c’è una data che è destinata a passare nella storia di questo partito e nel suo rapporto con l’area cattolica. Si tratta dell’Assemblea degli “esterni” che si svolse a Roma alla Domus Mariae nell’autunno del 1981.
Una assemblea di grande rilevanza politica e culturale perché si trattava di ridisegnare il profilo, la natura e il progetto della Democrazia Cristiana dopo il congresso del 1980 – il famoso congresso del “preambolo” di Carlo Donat-Cattin – e in vista delle nuove sfide politiche e, soprattutto, dei nuovi appuntamenti elettorali. Una iniziativa fortemente voluta dalla segreteria di Flaminio Piccoli e che vide per la prima volta, dopo moltissimi anni, la presenza di tutte le varie articolazioni dell’area cattolica italiana in aperta e laica discussione e confronto con l’intero partito. E il dato di particolare importanza fu quello che alla Domus Mariae si registrò una straordinaria attenzione, carica anche di richieste e di discontinuità, di tutta l’articolazione sociale, culturale, religiosa e giornalistica dell’area cattolica italiana nei confronti della Dc che la individuava ancora come il principale partito capace di farsi carico di quelle esigenze che provenivano da quei mondi vitali.
Forse fu l’ultimo grande passaggio storico e politicamente significativo, nonché proficuo, del rapporto tra il partito di ispirazione cristiana e il suo naturale e fisiologico retroterra culturale ed ideale. In ultimo, ma non per ordine di importanza, una specificità che ha caratterizzato la Democrazia Cristiana, e che non si è più ripetuta nella cittadella politica italiana per svariate ragioni, è che si è trattato di un partito che era anche e soprattutto l’espressione di un laicato cattolico che si è impegnato direttamente in politica. Nel partito e nelle istituzioni. Una presenza, quella dei partiti di ispirazione cristiana abbastanza comune anche in altri paesi europei ma che in Italia ha avuto una sua declinazione del tutto originale. Una specificità, quella di un partito laico di ispirazione cristiana, che è iniziata con la Democrazia Cristiana e che si è conclusa con il lento e definitivo tramonto della stessa Democrazia Cristiana.
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Giorgio Merlo
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