La riforma della legge elettorale voluta da Giorgia Meloni rischia di trasformarsi in un problema proprio per il centrodestra. A Palazzo Chigi i calcoli ruoterebbero ormai attorno a due numeri: 15 e 42%. Il primo è il risultato che Lega e Forza Italia dovrebbero garantire insieme per consentire alla coalizione, con Fratelli d’Italia e Noi Moderati, di puntare al secondo: la soglia necessaria per conquistare il premio di maggioranza previsto dal nuovo sistema.
Secondo la supermedia YouTrend di fine luglio citata da Repubblica, però, Forza Italia sarebbe all’8% e la Lega al 5,9%: insieme valgono il 13,9%. Fratelli d’Italia viene accreditato del 26,7%. Anche aggiungendo circa un punto di Noi Moderati, il centrodestra resterebbe quindi sotto il 42%.
È il paradosso che accompagna il cosiddetto “Melonellum”: la presidente del Consiglio potrebbe approvare una legge pensata per garantire stabilità a chi vince senza avere, allo stato attuale dei sondaggi, la certezza di poter usufruire del suo meccanismo principale.
Il problema del 42% e il centrosinistra sopra il centrodestra
La questione diventa ancora più delicata guardando all’altro schieramento. La stessa supermedia attribuirebbe complessivamente a Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e +Europa il 44,5%.
Naturalmente si tratta di una fotografia dei sondaggi e non di un risultato elettorale. Inoltre, perché quel dato possa tradursi politicamente, tutte queste forze dovrebbero effettivamente presentarsi all’interno dello stesso campo e rispettare le condizioni previste dalla futura legge.
A Palazzo Chigi si ragionerebbe però anche sull’effetto delle forze esterne ai due blocchi. Futuro Nazionale di Roberto Vannacci a destra, Azione di Carlo Calenda al centro e altre liste alla sinistra del campo progressista potrebbero sottrarre voti alle coalizioni maggiori e impedire a entrambe di raggiungere la soglia. In quel caso nessuno otterrebbe il premio e la distribuzione dei seggi diventerebbe sostanzialmente proporzionale.
Il piano B: accordi dopo il voto con Calenda o Vannacci
È in questo scenario che emergerebbe il cosiddetto “doppio forno”. Secondo la ricostruzione di Repubblica, qualora il centrodestra arrivasse primo ma senza una maggioranza parlamentare autonoma, Meloni potrebbe cercare dopo le elezioni i voti necessari tra le forze rimaste fuori dalle coalizioni.
L’interlocutore politicamente più semplice sarebbe Carlo Calenda, ma esiste un problema numerico: Azione potrebbe non eleggere abbastanza parlamentari per garantire da sola la maggioranza.
L’altra possibilità porterebbe direttamente a Roberto Vannacci e Futuro Nazionale. Sarebbe uno scenario politicamente molto più complesso, soprattutto considerando che Vannacci sta costruendo il proprio partito proprio in contrapposizione all’attuale centrodestra e ha iniziato a sottrargli non soltanto potenziali elettori, ma anche esponenti politici.
Per Meloni sarebbe inoltre difficile conciliare un accordo post elettorale con la linea sostenuta per anni contro governi costruiti attraverso intese successive al voto. Ma, in assenza di una maggioranza, sarebbero i numeri parlamentari a imporre le alternative.
Lega e Forza Italia temono una strage di parlamentari
Prima delle elezioni, tuttavia, Meloni deve riuscire a far approvare la riforma. Ed è qui che potrebbe nascondersi il pericolo maggiore. La preoccupazione attraversa soprattutto la Lega. Alle politiche del 2022 il partito ha eletto 95 parlamentari, beneficiando fortemente dei collegi uninominali. Con un consenso tra il 5 e il 6% e senza premio di maggioranza, secondo le proiezioni citate da Repubblica, il Carroccio potrebbe ritrovarsi con appena 30-35 eletti.
Significherebbe lasciare fuori dal prossimo Parlamento circa due terzi degli attuali deputati e senatori leghisti. Da qui le resistenze dell’ala settentrionale del partito e la richiesta a Matteo Salvini di ottenere garanzie sulla composizione delle liste. Il problema è particolarmente sensibile al Senato, dove una parte consistente degli eletti leghisti proviene dalle regioni del Nord.
Tensioni differenti attraversano Forza Italia. L’introduzione delle preferenze modifica gli equilibri interni e aumenta il peso degli esponenti capaci di raccogliere consenso personale sul territorio. Anche per questo il nuovo sistema non viene considerato neutrale nella battaglia per il futuro controllo del partito.
Il rischio dei franchi tiratori sulla riforma
Il passaggio parlamentare diventa quindi decisivo. Al Senato il voto palese potrebbe limitare le sorprese, ma alla Camera il rischio dei franchi tiratori viene considerato più concreto.
Perché deputati e senatori chiamati a votare una legge che potrebbe ridurre drasticamente le loro possibilità di rielezione hanno un interesse personale che può entrare in conflitto con quello dei vertici dei rispettivi partiti.
Meloni avrebbe già fatto filtrare attraverso i vicepremier una linea durissima: se la riforma venisse affossata dalla stessa maggioranza, potrebbe aprirsi una crisi con la prospettiva di elezioni anticipate entro febbraio. Uno scenario che avrebbe anche una conseguenza particolarmente sensibile per una parte degli eletti: interrompere anticipatamente la legislatura potrebbe impedire il raggiungimento dei requisiti necessari per la pensione parlamentare.
La battaglia sul “Melonellum”, quindi, non riguarda soltanto quale sistema utilizzeranno gli italiani alle prossime politiche. Dietro formule, soglie e premi di maggioranza si sta giocando una partita molto più immediata: chi avrà realmente la possibilità di tornare in Parlamento.
Ed è proprio questo elemento a rendere imprevedibile il voto sulla riforma. Prima ancora di capire se il nuovo sistema permetterà a Meloni di vincere le prossime elezioni, Palazzo Chigi dovrà scoprire se la propria maggioranza sarà disposta ad approvarlo.
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Luca Arnau
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