Totò è tornato. Cammina, gesticola, parla con Peppino De Filippo e può ritrovarsi nella stessa scena con Massimo Troisi, Luciano De Crescenzo ed Eduardo De Filippo. Artisti appartenenti a epoche differenti, alcuni dei quali non avrebbero mai potuto incontrarsi davanti alla stessa macchina da presa, possono oggi condividere lo stesso universo cinematografico grazie all’intelligenza artificiale. È il progetto al quale sta lavorando Piero de Cindio, che attraverso gli strumenti più avanzati di generazione video sta costruendo un film interamente nuovo nel quale alcuni dei più grandi protagonisti della cultura e dello spettacolo italiano tornano virtualmente a recitare insieme. Le prime clip sono sorprendenti soprattutto per un particolare: diventa sempre meno agevole comprendere immediatamente se ciò che stiamo guardando sia stato realmente filmato oppure generato.
Volti, espressioni, movimenti, ambientazioni, costumi, fotografia, gestualità e persino le piccole imperfezioni tipiche del cinema vengono ricercate con grande attenzione. Ma ridurre tutto questo alla frase “lo ha fatto l’AI” significherebbe probabilmente non comprendere ciò che sta realmente accadendo. Perché dietro quelle immagini esiste una sceneggiatura, esistono personaggi, dialoghi, scelte registiche, inquadrature, ambientazioni, ricerca storica, montaggio e soprattutto un pensiero. Quello umano. Ed è proprio qui che nasce una delle polemiche che accompagna ormai qualsiasi discussione sull’intelligenza artificiale. Per una parte dell’opinione pubblica la sigla “AI” sembra essere diventata quasi sinonimo di “falso”: se un’immagine è generata, allora non avrebbe valore; se una voce è sintetica, allora non sarebbe autentica; se una sequenza nasce attraverso un modello generativo, allora dietro non ci sarebbe più un autore. È una semplificazione che rischia di impedire di comprendere la portata della trasformazione in corso. L’intelligenza artificiale è uno strumento che sta entrando nel nostro mondo e, piaccia o meno, dovremo imparare a conoscerlo, governarlo e maneggiarlo. Un pennello non decide cosa dipingere, una macchina fotografica non sceglie cosa raccontare e un software di montaggio non costruisce autonomamente il significato di un film. Allo stesso modo, dietro un lavoro creativo realizzato attraverso l’AI continuano a esserci l’immaginazione umana, il background culturale dell’autore, le sue letture, i film che ha visto, le esperienze che ha vissuto, la sua sensibilità, i suoi pensieri e soprattutto la capacità di trasformare tutto questo in una storia.
È qui che il progetto di de Cindio vuole collocarsi: non nell’idea dell’intelligenza artificiale che sostituisce il cinema, ma in quella dell’AI generativa come nuovo strumento per l’evoluzione del linguaggio cinematografico. Una sorta di nuova macchina da presa capace di rendere visibili scene che fino a pochi anni fa sarebbero state tecnicamente impossibili o economicamente proibitive. De Cindio aveva già affrontato questi temi lo scorso anno pubblicando il manuale “Come fare film con AI”, dedicato proprio alle possibilità offerte dalle tecnologie generative nella produzione audiovisiva. Oggi quella sperimentazione diventa cinema e porta con sé anche interrogativi molto più complessi. Perché far tornare Totò, Troisi, Eduardo, Peppino o De Crescenzo non è soltanto una questione tecnologica. È anche una questione culturale, etica e giuridica. Il progetto attuale non ha caratteristiche commerciali, ma cosa accadrebbe se un domani un’opera simile venisse distribuita e producesse ricavi? Fino a dove può spingersi un autore nell’utilizzare le sembianze, la voce e i tratti caratteristici di un personaggio realmente esistito? Quali diritti spettano agli eredi? Quando prevale la libertà creativa e quando, invece, la ricostruzione digitale dell’identità di una persona richiede un’autorizzazione? E ancora: se la sceneggiatura è originale, le situazioni sono nuove, la regia è concepita dall’autore e l’intelligenza artificiale viene utilizzata come strumento di realizzazione, fino a che punto possiamo parlare di una nuova opera originale? È probabilmente questo uno dei territori sui quali cinema e diritto saranno costretti a confrontarsi sempre più spesso nei prossimi anni.
Il diritto d’autore tradizionale è nato in un mondo nel quale era relativamente semplice distinguere l’autore, l’interprete, l’opera e la sua riproduzione. L’intelligenza artificiale sta rendendo questi confini molto più complessi. Nel caso di un artista scomparso, inoltre, la questione non riguarda soltanto il copyright sulle opere che ha interpretato, ma può coinvolgere diritti differenti: l’utilizzo dell’immagine, della voce, del nome, dell’identità personale e artistica e gli eventuali diritti detenuti da eredi o altri aventi diritto. Essere tecnicamente capaci di far recitare Totò in una nuova scena, quindi, non significa automaticamente essere giuridicamente liberi di commercializzare quella scena. Ed è proprio questa distinzione a rendere l’esperimento ancora più interessante. Oggi il progetto di de Cindio non nasce con finalità commerciali e si muove sul terreno della ricerca e della sperimentazione creativa, ma pone domande che presto potrebbero riguardare l’intera industria cinematografica. Perché il vero punto non è stabilire se l’intelligenza artificiale riuscirà a produrre immagini indistinguibili da quelle filmate tradizionalmente. Quella distanza si sta già riducendo rapidamente. Il punto sarà decidere quali regole dovranno accompagnare questa possibilità e, soprattutto, quale ruolo continuerà ad avere l’autore.
La risposta che emerge da questo progetto è netta: centrale. Perché una macchina può generare un volto, un movimento, un vicolo della Napoli degli anni Cinquanta o persino l’incontro impossibile tra due giganti appartenenti a generazioni diverse. Ma non possiede i ricordi dell’autore, la sua cultura, la sua ironia, le sue ossessioni, ciò che ha letto e studiato, la maniera in cui interpreta Totò, Troisi o Eduardo e soprattutto il motivo per cui ha deciso di farli incontrare. L’AI può generare l’immagine. L’immaginazione che decide quale immagine debba esistere resta umana. Ed è forse proprio questo il punto dal quale bisognerebbe ripartire ogni volta che liquidiamo qualcosa dicendo semplicemente: “È fatto con l’intelligenza artificiale”. Perché Totò è tornato, almeno sullo schermo. Ma la storia che gli permette di tornare, per ora, continua a doverla immaginare un uomo.
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Luigi Ragno
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