Nel decennale dell’inizio della sequenza sismica che nel 2016 ha portato morte e distruzione ad Amatrice, Visso, Norcia e in tante altre località dell’Appennino centrale, si è assistito al consueto florilegio di convegni, dibattiti e roboanti dichiarazioni sul tema della prevenzione sismica. Illustri studiosi ci hanno spiegato che il problema dei terremoti in Italia sarebbe risolto se ricostruissimo tutto secondo tecnologie antisismiche avanzate; come se il nostro non fosse un Paese di centri storici e beni artistici, molto densamente urbanizzato e popolato, e come se questo non richiedesse risorse immense.
Abbiamo sentito il governo vantarsi giustamente di aver accelerato la ricostruzione nelle zone colpite dieci anni fa, dimenticando però che la vera prevenzione è quella che si dovrebbe fare – e non si sta facendo – nelle tantissime zone d’Italia in cui i terremoti inevitabilmente accadranno nei prossimi decenni. Abbiamo sentito qualche politico vantarsi dei risultati conseguiti dal SismaBonus: un provvedimento varato nell’immediatezza dei terremoti del 2016 – al pari della struttura di missione denominata Casa Italia, mero esercizio di stile sopravvissuto poco più di un anno e poi trasformato in qualcosa di diverso – e poi assorbito nel SuperBonus 110% nel maggio del 2020.
Ma non abbiamo sentito quasi nessuno dire le cose come stanno veramente dal punto di vista della prevenzione sismica, con l’eccezione di un manipolo di attempati utopisti – al quale mi vanto di appartenere – uniti da un motto che è in sé una dichiarazione di intenti: non questa prevenzione.
Il SuperBonus 110%, varato dal Governo Conte II ma sostenuto da una amplissima maggioranza bipartisan, è costato circa 170 miliardi; un contributo a fondo perduto che peserà per anni sulle finanze pubbliche. Ma mentre per la componente EcoBonus l’ENEA ha avuto da subito l’incarico di censire chi, come, dove e perché riceveva questo contributo, a distanza di oltre sei anni incredibilmente non esiste un consuntivo nazionale dettagliato di come è stato speso il SismaBonus; né sappiamo in che misura ha inciso sul totale dei 170 miliardi stimati. Solo con la legge 23 maggio 2024, n. 67, è stato introdotto l’obbligo di trasmettere al Portale Nazionale delle Classificazioni Sismiche dati analoghi a quelli raccolti dall’ENEA per l’EcoBonus. Troppo tardi, si è chiusa la stalla quando i buoi erano già scappati. Stime dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio parlano di 35 miliardi, un 20% circa del totale.
Nonostante la generosa dotazione – il pagamento di lavori fino a 96mila euro oltre al riconoscimento delle spese di gestione, portando al paradosso giuridico ed economico del 110% – il SismaBonus ha funzionato poco. Non essendo un economista, mi limiterò a ricordare che le banche hanno smesso di accettare il trasferimento del credito da parte dei singoli proprietari di immobili, obbligati così ad anticipare l’intero costo dell’intervento e ad accettare il recupero del credito maturato in dieci anni. Sul piano tecnico annoto che l’esecuzione di interventi antisisimici è per sua natura molto più complessa della realizzazione di un cappotto termico; questa circostanza ha certamente limitato la platea degli aspiranti, finendo per selezionare quelli più versati nelle professioni tecniche e nelle pratiche amministrative complesse, e quindi verosimilmente con redditi più alti. Ma per me che nella vita ho studiato i terremoti e i loro effetti, il peggio deve ancora venire. Infatti, l’assenza di un consuntivo su come sono stati spesi i soldi del SismaBonus impedisce all’opinione pubblica di cogliere gli aspetti più deteriori di questo provvedimento.
In primis, è stato elargito il bonus ai residenti in tutti i comuni ricadenti nelle zone sismiche 1, 2 e 3: il 78% dei 7.894 comuni italiani. E poiché l’assegnazione alle zone sismiche avviene su base regionale, tra il 2014 e il 2020 quasi 1000 comuni sono stati “promossi” da zona 4 a zona 3, senza che fosse intervenuta alcuna variazione nella mappa ufficiale della pericolosità sismica nazionale. Non solo si è rinunciato in partenza a identificare come prioritarie le aree a maggior rischio sismico del paese ma si è scientemente aperto anche a comuni a bassa pericolosità, diluendo l’effetto del provvedimento. Sono stati così ristrutturati a spese del contribuente interi condomini delle grandi città, cumulando i benefici dell’Eco-e del SismaBonus; persino a Roma, una città che, forse grazie alla lungimiranza dei suoi fondatori, certamente non si annovera tra quelle esposte a sismicità distruttiva.
Il buon senso suggerisce poi vari criteri di priorità che sarebbe stato opportuno adottare per meglio distribuire risorse economiche così preziose, limitando in partenza la platea degli aspiranti. Si sarebbe dovuto limitare il beneficio ai soli cittadini italiani, o quantomeno residenti permanentemente in Italia; alle sole “prime case” e non anche alle “seconde case”, la cui occupazione saltuaria implicitamente ne riduce il rischio sismico; alle sole case realmente abitate e non anche ai ruderi non abitabili, il cui rischio sismico evidentemente è vicino a zero. Nulla di tutto questo è successo, al punto che – complice anche la selezione “per censo” cui accennavo poco sopra – sono sorti cantieri SismaBonus in molte località turistiche, dove cittadini facoltosi anche stranieri hanno potuto coronare il sogno di ristrutturare a spese del contribuente italiano un rudere pieno di fascino: magari dopo averlo acquistato al prezzo simbolico di un euro, come si è tentato di fare in un delizioso borgo della Garfagnana (ma era una truffa, l’ennesima).
Chi ha scritto le regole di ingaggio del SismaBonus? A quali “portatori di interesse” si è guardato nello stilare quelle norme? Sembra quasi che la necessità di distribuire i benefici del SismaBonus su tutto il territorio nazionale, come zucchero a velo, abbia prevalso sulla necessità di rendere meno vulnerabili prima di tutto gli innumerevoli edifici. L’opacità con cui è stato gestito il SismaBonus rende impossibile capire come sono andate realmente le cose, e questo è in sé un vulnus gravissimo, che si somma alle già ricordate limitazioni dell’impianto normativo. Uno strumento già ritenuto iniquo per le difficoltà di accesso, oggi appare come una vera perversione istituzionale e legislativa, che ha prodotto una redistribuzione regressiva della ricchezza: una sorta di “Robin Hood alla rovescia”. I costi, immensi, sono stati posti a carico della fiscalità generale e delle future generazioni, mentre i benefici si concentrano sulle classi più abbienti. E tra i costi non si dimentichi di ricordare l’aumento del prezzo della manodopera nel settore edile e dei relativi materiali: come ha ricordato l’attuale sindaco di Amatrice, “… il 110 ha ritardato tantissimo la ricostruzione del centro storico di Amatrice, perché per due anni ha fermato le imprese a causa dell’aumento dei prezzi e dello spostamento delle maestranze…” (verso i lucrosi cantieri del SuperBonus 110%). Bel colpo, davvero.
Quale futuro sismico ci aspetta ora? Sappiamo che il costruito italiano è fortemente vulnerabile; anche nelle aree ad alta pericolosità sismica, molti edifici sono stati costruiti abusivamente o prima che entrassero in vigore le norme antisismiche, o secondo norme oggi ritenute inadeguate, o dopo improvvide declassificazioni spinte dal desiderio di risparmiare sui costi. Altri edifici sono stati costruiti con imperizia o dolo, come dimostrano gli esiti di alcuni processi seguiti ai terremoti di San Giuliano di Puglia del 2002, di L’Aquila del 2009 e di Amatrice del 2016, ed è facile immaginare che questo può essere accaduto ovunque in Italia. L’Italia ha dunque sprecato un’occasione oggettivamente irripetibile: i prossimi terremoti purtroppo ce lo ricorderanno. Quando succederà, sicuramente troveremo gli stessi studiosi, amministratori e politici a stracciarsi le vesti chiedendo maggiori risorse: delle risorse che, se spese come si è fatto col SismaBonus, non basteranno mai, neppure se fossero infinite.
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Gianluca Valensise
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