È notizia circolata alla fine della scorsa settimana che il fenomeno della cosiddetta ‘esterovestizione’ dei veicoli è finalmente stato preso in esame dalle autorità costituite. Dio mio, c’è voluto qualche lustro perché la pratica di targare con cittadinanza polacca o più in generale orientale i nostri centauri venisse all’orecchio di chi ha il potere di porvi rimedio, ma meglio tardi che mai. In tanti c’eravamo accorti ci fosse un’eccedenza di motociclisti provenienti da Varsavia a circolare per le vie cittadine, ed a circolarvi in modi alquanto spavaldi – quelli di chi ha poco da temere – ma le reazioni dei tutori dell’ordine stentavano a farsi notare. O, meglio, non c’erano affatto, e forse non potevano esserci.

Ma un dato ancor più di rilievo, almeno a quello che mi pare di poter considerare, quella notizia ha recato con sé. A quanto che è stato possibile appurare, sull’intero territorio nazionale, la flotta con targhe dell’Est – polacche, prevalentemente – annovererebbe circa 53.000 unità. Una cifra, peraltro, non particolarmente preoccupante, se si pensa che sul territorio nazionale sono registrati in circolazione circa cinquanta milioni tra vetture e motocicli. Perciò, poco più dello 0’1 % del circolante s’è ricordato d’essere convintamente cittadino europeo, risparmiando così su premi assicurativi e sanzioni stradali. Il dato invece di maggiore interesse, e non solo per la circolazione stradale, mi sembra un altro: che di quei 53.000 fan del Manifesto di Ventotene, ben 33.000 sono in giro nelle strade della nostra città. Nella sua abnorme sproporzione, il dato assume significati sociologicamente importanti.

Napoli, con il suo scarso milione d’abitanti non raccoglie lo 0,4 % degli abitanti del Paese, ed anche se ci aggiungiamo un po’ della provincia che la frequenta quotidianamente, le cose non cambiano troppo. Invece, i lesti che sfrecciano su targhe esotiche sono circa il 60 % dei loro correligionari nazionali. Una concentrazione davvero sbalorditiva, che dovrebbe lasciar pensare e soprattutto pensare ai processi viziosi che si sono introdotti nel tessuto partenopeo. Non c’è dubbio che un incentivo a consimili pratiche è costituito dai costi esorbitanti dei premi assicurativi per gli automobilisti con residenza in città e provincia. Un’esorbitanza che, però, non nasce dal nulla, non è frutto del destino cinico e baro, bensì a sua volta l’effetto di altre pratiche notoriamente illecite, le truffe ai danni delle assicurazioni: truffe che nelle nostre zone sono praticate con particolare laboriosità e consentono alle compagnie assicuratrici di giustificare premi di parecchie volte superiori a quelli che sono richiesti in altre aree – la maggior parte – dello Stivale.

Come sempre accade nella vita sociale, quando l’organizzazione razionale e regolata dalla legge cede il passo all’illegalità ed all’arrangiarsi di ciascuno secondo che possa, si sviluppano processi viziosi nei quali l’interesse egoistico ed appropriativoprevale su quello solidaristico e socialmente responsabile, inanellando conseguenze su conseguenze, sempre più difficili da governare. In termini semplici, ognuno fa quello che può per perseguire la propria sopravvivenza, nel mentre gli obiettivi collettivi vanno in malora. Napoli ha da tempo raggiunto e superato livelli di micro e macro illegalità straordinariamente performanti e s’è affidata allo spirito d’adattamento proverbiale per i partenopei, ma certamente incompatibile e mortificante, se valutato sulla scorta di parametri di civiltà, ormai altroveampiamente raggiunti.

Sappiamo tutti che l’Eden non esiste in nessun luogo, che le società avanzate producono forme di criminalità in altri tempi impensabili; ma sappiamo anche che le società cosiddette avanzate riescono ad espellere manifestazioni d’inciviltà grazie a controlli, educazione civica, esempi, reazioni e forme di riprovazione sociale. Una riprovazione che non è affidata solo al gendarme che eleva la contravvenzione ma anche al giudizio collettivo che non tollera condotte asociali ed altamente dannose per la civile convivenza. Il dato offerto da quella straordinaria concentrazione di centauri ed automobilisti che strumentalizza l’appartenenza all’Unione europea per non pagare multe e sottrarsi alla solidale contribuzione assicurativa – e questo a voler tacere d’altro, perché c’è anche un giro delinquenziale dietro questa pratica – è un qualcosa che non dovrebbe trascurarsi oltre.

Come non dovrebbe trascurarsi oltre che la circolazione nelle strade cittadine è ormai affidata al buon Dio, per non dire al perfido Diavolo, dato che ognuno da tempo fa esattamente quel che gli pare. La pratica più di recente istituita è la circolazione, anche a sostenuta velocità, sui marciapiedi da parte di arroganti motociclisti: i quali, se redarguiti – sempre più di rado – da pedoni increduli – sempre più di rado, increduli – reagiscono con indifferenza, se anche reagiscono. Comportamenti questi che si assommano a tanti altri ben noti e che dimostrano semplicemente una cosa: che nella nostra città s’è ormai quasi del tutto smarrito il senso civico, che poi vuol dire semplicemente – ma non è poco – che s’è perso il senso del vivere in comune. È vero, prima lo accennavo, a Napoli v’è gran spirito d’adattamento, è un fattore storico-culturale che accompagna la nostra comunità da secoli. Ancora oggi è sufficiente circolare per il reticolo di strade che costituisce la parte antica della metropoli, per rendersi conto di cosa voglia dire adattamento. Ma il fenomeno cui alludo e che oggi si va sempre più imponendo, non è riferibile a quell’antica filosofia partenopea che s’era fatta ragione della propria debolezza e vi riparava con la tolleranza.

Quel che oggi va sempre più registrandosi e verificandosi, è una tendenza alla sopraffazione dell’altro, all’incuranza per le esigenze minimali della cooperazione, alla sfrontata violazione di ogni disciplina semplicemente in quanto disciplina e dunque intralcio rispetto al proprio egoistico raggiungimento dell’obbiettivo voluto qui ed ora. È un fenomeno violento e montante – un misto tra l’arroganza e la devastante furbizia – che andrebbe in qualche modo seriamente contrastato: chi lo subisce non può più difendersi con il proverbiale, napoletano spirito d’adattamento, bensì con animo di soggezione, e questo è molto grave.




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Orazio Abbamonte

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