Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco costringe a guardare non soltanto alle nuove prove, ma anche alle verifiche che gli investigatori avrebbero potuto compiere nella prima inchiesta su Andrea Sempio. La puntata di Zona Bianca del 20 agosto ha riportato in primo piano proprio questo interrogativo: perché nel 2017, quando Sempio risultava già indagato e il suo nome era stato associato alle tracce genetiche trovate sulle unghie della vittima, nessuno acquisì ufficialmente il suo DNA?

La questione assume oggi un significato ancora maggiore perché quel prelievo, alla fine, è stato effettuato. Ma soltanto nel marzo 2025, quasi nove anni dopo la prima iscrizione di Sempio nel registro degli indagati.

Sempio indagato nel 2016, ma il DNA arrivava da una tazzina

La Procura iscrisse Andrea Sempio nel registro degli indagati il 23 dicembre 2016, dopo che una consulenza della difesa di Alberto Stasi aveva indicato una possibile compatibilità tra una traccia genetica presente sulle unghie di Chiara e il DNA attribuito all’amico di Marco Poggi.

Quel profilo, tuttavia, presentava un limite fondamentale: non proveniva da un tampone eseguito direttamente su Sempio. Gli investigatori privati avevano recuperato oggetti da lui utilizzati e successivamente abbandonati, tra i quali una tazzina e una bottiglietta, per ricavarne materiale biologico.

Proprio questa circostanza apre oggi il problema. Una volta iscritto Sempio nel registro degli indagati, gli inquirenti avrebbero potuto acquisire direttamente un campione biologico e ottenere un profilo di riferimento certo?

La madre di Sempio, Daniela Ferrari, ha riassunto la questione con una frase successivamente entrata negli atti: «Il DNA che gli hanno rubato non si sa neanche se è il suo, perché il DNA di mio figlio non è ancora stato confrontato, a mio figlio è stato preso ufficialmente quest’anno a marzo».

Il prelievo ufficiale arriva soltanto nel 2025

Nel 2017 la Procura chiuse quella strada investigativa. Gli esperti contestarono la consulenza genetica e considerarono il materiale presente sulle unghie di Chiara troppo degradato e insufficiente per identificare con certezza una persona. L’indagine su Sempio arrivò così all’archiviazione senza che gli investigatori acquisissero direttamente il suo DNA.

Otto anni dopo, la nuova Procura di Pavia ha compiuto proprio quel passaggio.

Nel marzo 2025 Sempio ha inizialmente rifiutato il prelievo volontario della saliva, chiedendo che l’accertamento avvenisse attraverso un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Gli investigatori hanno quindi eseguito il tampone su disposizione della magistratura.

Le nuove analisi hanno riportato contemporaneamente al centro dell’inchiesta il materiale genetico recuperato dalle unghie di Chiara. Gli investigatori stanno valutando la compatibilità di alcune tracce con la linea genetica paterna della famiglia Sempio.

Questo dato, da solo, non dimostra naturalmente una responsabilità nell’omicidio. Anche qualora gli accertamenti confermassero una compatibilità genetica, resterebbe da stabilire quando, come e in quali circostanze quel materiale sia finito sulle unghie della vittima.

La domanda: perché non fare il confronto già nel 2017?

È qui che il caso assume una dimensione diversa. La questione non consiste nell’affermare che un tampone eseguito nove anni fa avrebbe necessariamente portato a un risultato giudiziario differente. Nessuno può saperlo.

Il punto riguarda la completezza dell’indagine.

Sempio risultava formalmente indagato. Una consulenza aveva collegato il suo presunto profilo genetico alle tracce presenti sul corpo della vittima. Gli stessi dubbi sull’origine del DNA ottenuto indirettamente avrebbero potuto rendere ancora più importante disporre di un campione acquisito direttamente.

Un tampone avrebbe potuto confermare il profilo utilizzato dalla difesa di Stasi oppure smentirlo. Avrebbe comunque fornito agli investigatori un elemento certo sul quale effettuare il confronto.

Perché non venne fatto?

È questa la domanda tornata al centro del dibattito dopo la puntata di Zona Bianca.

Il paradosso delle stesse tracce tornate decisive nove anni dopo

Il paradosso del caso Garlasco sta proprio nella distanza tra le due indagini. Le tracce considerate nel 2017 troppo fragili per sostenere un’identificazione sono tornate quasi un decennio dopo al centro degli accertamenti della Procura.

Nel frattempo Alberto Stasi resta l’unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi: sta scontando una pena di 16 anni. La nuova indagine su Sempio non cancella quella sentenza e non permette di trasformare automaticamente i dubbi investigativi di oggi nella dimostrazione di un errore giudiziario commesso ieri.

Ma impone di ricostruire ciò che accadde nella prima inchiesta.

La puntata di Zona Bianca ha riacceso l’attenzione anche sulle fotografie del fascicolo e sulle attività compiute durante la Vigilia di Natale del 2016. Il punto non riguarda quindi soltanto il DNA, ma il modo in cui gli investigatori raccolsero e valutarono gli elementi emersi dopo la riapertura del caso.

Se quel tampone fosse stato fatto, sarebbe cambiato il caso Garlasco?

È la domanda inevitabile, ma anche quella alla quale oggi nessuno può rispondere.

Il DNA ufficiale di Sempio avrebbe potuto escludere qualsiasi collegamento con quelle tracce. Avrebbe potuto confermare il profilo ricavato dagli oggetti recuperati dagli investigatori privati. Oppure avrebbe potuto lasciare irrisolto il problema principale, cioè l’affidabilità e il valore identificativo del materiale genetico presente sulle unghie di Chiara.

Per questo sarebbe scorretto sostenere che quel mancato prelievo avrebbe necessariamente cambiato la sentenza su Alberto Stasi o condotto a un altro colpevole.

Resta però un fatto difficile da ignorare: nel 2016 Andrea Sempio era indagato per l’omicidio di Chiara Poggi e il suo nome risultava collegato a una possibile traccia genetica, ma nessuno acquisì direttamente il suo DNA.

Quel tampone è arrivato soltanto nel 2025.

E oggi, mentre la nuova inchiesta torna a interrogare proprio quelle tracce, la domanda non riguarda soltanto ciò che il DNA potrà raccontare adesso. Riguarda ciò che avrebbe potuto raccontare nove anni fa.


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Redazione Cronaca

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