Il 15 ottobre 1940 usciva negli Stati Uniti il film di Charlie Chaplin Il grande dittatore, che fu distribuito in Italia soltanto dopo la guerra, nel 1946. Il ritardo è comprensibile: come avrebbe fatto il regime fascista a rendere disponibile un film in cui veniva preso di mira, in maniera caustica e satirica, il dittatore Napoloni, cioè Benito Mussolini? Nell’inno finale alla pace, in cui il piccolo ebreo, sosia del dittatore Adenoid Hynkel, parla al suo posto in radio, dice: “pensiamo troppo e sentiamo troppo poco”. Aveva ragione. Tuttavia oggi, a distanza di ottanta e passa anni, è difficile sostenere la stessa cosa. Il film resta uno dei capolavori del cinema, ma la frase finale appare irrimediabilmente datata. Perché, in maniera un po’ romantica e idealista, Chaplin pensava che i sentimenti fossero soltanto i “buoni sentimenti”, mentre il vaso di Pandora della contemporaneità ha sdoganato una quantità di cattivi sentimenti da far paura.

Oggi, nell’epoca dell’empatia, sembra proprio il contrario: sentiamo tutto e pensiamo poco. Basta affacciarsi sui social per comprendere che tutti aprono bocca prima di passare dal cervello: si reagisce alle emozioni più che riflettere, si offendono le minoranze e si sbraita contro chiunque, si usano toni urlati invece di ascoltare, oppure siamo sdolcinati come caramelline alla menta. Basta aprire la tv e i telegiornali per sentire tante notizie di cronaca e storie individuali, con violenza, lacrime, fiotti di sangue e coltellate. Oppure basta guardare le accuse e gli urlacci provenire da qualsiasi talk-show di vario genere. Non è da meglio la politica che è spesso una sequela di dispacci del leader di turno in cui si gioca a chi la spara più grossa.

In larga parte l’informazione ha smesso di informarci. O vuole convincerci di una sua tesi precostituita, oppure ci vuole emozionare. Se a questo aggiungiamo la certezza di larga parte del ceto giornalistico di avere la verità in tasca, e l’arroganza di tanti leoni da tastiera, il gioco è fatto. In larga parte la politica ha smesso di occuparsi dei problemi concreti delle persone e della società. Il ceto politico vive esclusivamente il presente, occupandosi di leggere i social al posto dei dossier informativi sui temi che interessano e muovono la società. Solo chi governa non può permettersi di stare soltanto nel presente e deve analizzare, programmare, misurare. Il resto delle truppe sono compagnie di giro in cerca di facili consensi.

Informazione o propaganda

Per esempio il buon Ranucci ritiene possibile recitare varie parti in commedia, mescolare le competenze e arrivare a creare un prodotto tv che appare “biologico”, cioè vero e puro, senza alterazioni di qualsiasi natura, mentre appena si strappa poco poco il sipario, quando viene alla luce un metro quadro di back-stage, si intravvedono i montaggi che costruiscono sentenze su frasi decontestualizzate, supposte ingerenze o ammiccanti prove a carico dell’indagato dal servizio giornalistico di turno, commistioni tra fonti e pregiudicati, un uso malizioso e spregiudicato del servizio pubblico, rapporti amicali in cui non si comprende fino in fondo chi determina cosa si racconta e come lo si fa in quella puntata x di Report. E soprattutto Ranucci faceva uso indiscriminato e duraturo delle fonti giudiziarie che adesso, raccontate su di lui, sono oggetto delle sue lamentazioni.

L’informazione a tesi è avvincente e coinvolgente per chi ascolta, legge, guarda. Purtroppo però più che informazione è propaganda. Una propaganda architettata con le svariate leaks che tracimano dagli ambienti giudiziari, in un corto circuito di giustizialismo e comunicazione.
Il presentatore di turno diventa una specie di eroe senza macchia e senza paura che mette se stesso al servizio del cittadino: smette cioè di svolgere il suo ruolo di giornalista e diventa capopopolo. E in questo ruolo la tentazione di torcere ogni notizia al proprio metodo programmatico è altissima, come quando nel film di Chaplin i militari della Tomania imbrattano i muri di un piccolo ghetto ebraico, cercando di intimorire i soggetti denunciati e di convincere gli altri cittadini di essere dalla parte giusta della storia (o del racconto).

Lando Vannacci

Ma come abbiamo scritto sopra, non è soltanto parte dell’informazione a scegliere l’emotività a scapito del ragionamento. La politica, da sempre, agisce o tenta di farlo proprio sui sentimenti elementari, sulle emozioni primarie. Spesso il proposito è abbindolare l’elettore. Caricare di emotività un fatto accaduto, per esempio l’arresto del gioielliere Mario Roggero oppure la morte (o l’uccisione) di Fakir Abderrahim, è il veleno trattato da alcuni politici che sfruttano tragedie e casi umani per loro interessi elettorali. Lo capì bene Umberto Bossi tanti anni fa (forse con un’intenzione piccola ma senz’altro più alta di quelle attuali). L’ha capito profondamente Matteo Salvini negli anni della sua ascesa politica. Lo capisce benissimo il generalissimo Vannacci, che ha l’aspetto fisico di Lando, protagonista di un famoso fumetto umoristico ed erotico degli anni Settanta.  Il generalissimo Vannacci è tale e quale a Lando, cioè un bellimbusto nullafacente e spaccone. Ha fatto una vita di naja al riparo da ogni scossone socio-economico italico. Adesso sputa nel piatto dove mangia, cioè parla malissimo dell’Unione Europea che è l’istituzione che gli fornisce questi soldi: 10.377 euro lordi al mese + 350 euro al giorno per tutti i giorni in cui si trova a Bruxelles + 4.950 euro al mese per spese generali + viaggi gratis pagati dall’UE + rimborso di due terzi delle spese mediche sostenute.

Si dirà che tutti i parlamentari europei hanno questi soldi. Certamente, ma nessuno di loro vuole eliminare l’Unione Europea e pochissimi vogliono tornare ai soli stati nazionali, ciascuno con le proprie monetine di stagno! E Lando Vannacci è anche un po’ Napoloni o Hynkel, cioè i due protagonisti del film di Chaplin, rispettivamente macchiette di Mussolini e Hitler. Come i personaggi del film Il grande dittatore, il generalissimo è un bimbetto delle scuole medie: vuole averla vinta sull’altro, propone schematismi di vita e slogan politici da preadolescenza. Come Hynkel, che nel film danza giocando col mondo, anche Vannacci, nella sua camerina anni Settanta, sembra giocare con il mappamondo italico, in una danza autoseduttiva. Come Napoloni ce lo vedo a pretendere un treno che si fermi esattamente di fronte al suo tappeto rosso, invece che a quello degli altri leader dei partiti di destra. Lando Napoloni Hynkel Vannacci sproloquia nei comizi di masturbazione, negri, riga stirata dei pantaloni, capelli corti e altre raccomandazioni che mostrano una vecchia Italietta. Se avrà alti consensi sarà la riprova che l’Italia è un Paese perduto e disperato, che asseconda il petomane di turno.

L’Italia non si salverà

Anni fa Indro Montanelli, rispondendo a una domanda di Alain Elkann che gli chiedeva quale futuro vi fosse per l’Italia, rispondeva così: “Per l’Italia non vedo nessun futuro, perché ignora il proprio passato e un Paese che ignora il proprio ieri non può avere un domani. Forse per gli italiani. Per gli italiani vedo un futuro brillantissimo, perché è un popolo che non fa alcuna resistenza al multi-nazionalismo. Siamo bravissimi come sarti, direttori di alberghi. Lo dico non in senso spregiativo: gli italiani sono insuperabili nei mestieri servili. Camerieri, cuochi. Loro se la caveranno, ma l’Italia no, perché non conosce il suo passato. L’Italia è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri perché senza memoria”.




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Alessandro Agostinelli

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