REGGIO EMILIA – Ci sono luoghi che si visitano e altri che si attraversano con la sensazione di averli già conosciuti. Il Peloponneso è uno di questi. Perché qui sono nate alcune delle storie che hanno costruito l’immaginario dell’Occidente. Ogni strada conduce a un mito, ogni baia richiama un passo dell’Odissea, ogni pietra sembra custodire una leggenda.
Qui il mito incontra l’archeologia. Secondo la tradizione narrata da Omero, Micene era la città di Agamennone, il sovrano che guidò gli Achei nella guerra di Troia. La sua esistenza storica, tuttavia, non è mai stata dimostrata e appartiene al confine sottile tra leggenda e realtà. La città era protetta dalle imponenti mura ciclopiche e dalla Porta dei Leoni, la più antica facciata monumentale d’Europa, risalente al 1250 avanti Cristo.
La Porta dei Leoni a Micene
Fu proprio da questo luogo che la tradizione colloca la partenza della spedizione achea per vendicare il rapimento di Elena, l’episodio che, secondo il mito, diede origine alla guerra di Troia. Camminando tra le tombe reali e gli enormi blocchi di pietra delle mura si comprende perché gli antichi Greci fossero convinti che soltanto i Ciclopi potessero aver costruito una città tanto possente. Dopo oltre tremila anni, Micene continua a essere il luogo dove storia, archeologia e leggenda si intrecciano come in pochi altri siti al mondo.
Lasciata Micene si raggiunge Nauplia, la prima capitale della Grecia moderna.
Elegante e romantica, conserva il fascino della dominazione veneziana. Le sue piazze alberate, i vicoli lastricati, le case color pastello e il lungomare affacciato sul golfo Argolico invitano a rallentare il passo. Sul porto veglia il piccolo forte di Bourtzi, costruito su un isolotto, mentre dall’alto domina la possente fortezza di Palamidi, da cui si gode uno dei panorami più belli del Peloponneso.
Da qui il viaggio prosegue verso Monemvasia, una delle città fortificate più spettacolari del Mediterraneo.
Costruita su un enorme scoglio collegato alla terraferma da un sottile istmo, è conosciuta come la “Gibilterra d’Oriente”. Dietro le mura si apre un dedalo di vicoli medievali, chiese bizantine, palazzi in pietra e terrazze affacciate sull’Egeo. Per secoli fu una delle città più ricche dell’Impero bizantino e venne contesa da veneziani e ottomani. Ancora oggi sembra rimasta immobile nel tempo. Quando il sole tramonta e colora di oro le mura, Monemvasia offre uno degli scorci più suggestivi della Grecia.
Un breve traghetto conduce a Elafonisos, la piccola isola che custodisce Simos Beach, considerata, a ragione, una delle spiagge più belle della Grecia. Due sottili lingue di sabbia bianca dividono un mare dalle infinite sfumature di turchese. Le dune ricoperte di ginepri arrivano fino alla riva e l’acqua, incredibilmente trasparente, ricorda quella dei Caraibi. È il luogo dove il tempo sembra fermarsi, prima di entrare nella parte più selvaggia del viaggio.
Quella parte si chiama Mani.
Una penisola aspra, rocciosa e battuta dal vento, dove la storia è fatta di clan familiari, faide e orgoglio. Il simbolo di questa terra è Vathia, uno dei villaggi più affascinanti del Peloponneso.
Le alte torri che dominano il borgo non servivano per ammirare il panorama. Servivano a difendersi. Per secoli le grandi famiglie del Mani combatterono guerre private trasformando ogni abitazione in una piccola fortezza. Oggi restano la pietra, il silenzio e una bellezza ruvida che racconta meglio di qualsiasi libro il carattere di questa terra.
Per gli antichi era la Porta dell’Ade. Tra queste rocce battute dal vento si trovava, secondo il mito, l’ingresso al regno dei morti. Fu da questa caverna che Orfeo discese negli Inferi per riportare in vita Euridice. Con la sua lira riuscì a commuovere Ade e Persefone, ottenendo di riportarla sulla Terra a una sola condizione: non voltarsi prima di raggiungere la luce. Ma il dubbio ebbe la meglio. Si voltò. E la perse per sempre.
Ancora oggi, davanti al faro di Capo Tenaro, il vento e il rumore del mare sembrano conservare l’eco di quella leggenda.
Poco più a nord il paesaggio cambia ancora e compaiono gli ulivi di Kardamyli, il rifugio scelto da Patrick Leigh Fermor e da sua moglie, uno dei più grandi scrittori di viaggio del Novecento.
La sua casa in pietra, la Patrick & Joan Leigh Fermor House (Joan Leigh era la moglie), domina il golfo di Messenia. Qui Paddy scrisse alcune delle pagine più belle dedicate al Mani, una terra che considerava unica al mondo. Dietro la vicina chiesa di Agios Nikolaos, sotto un ulivo, furono invece disperse le ceneri dell’amico Bruce Chatwin, come lui stesso aveva chiesto prima di morire. Chatwin amava profondamente questa costa e qui scrisse parte de Le vie dei canti, osservando lo stesso mare che ogni giorno contemplava Fermor. Due grandi viaggiatori che hanno scelto lo stesso luogo per fermarsi.
La prima tappa è la spettacolare fortezza di Methoni, una delle più grandi opere difensive costruite dai veneziani nel Mediterraneo. Sorge su una penisola che si protende nel mare ed è collegata alla terraferma da un lungo ponte in pietra. Bastioni, mura e torri raccontano secoli di battaglie tra veneziani e ottomani, mentre all’estremità meridionale si trova il suggestivo Bourtzi, una torre ottagonale costruita su un piccolo isolotto per controllare il porto.
Pochi chilometri più a nord si raggiunge il Palazzo di Nestore, il sito miceneo meglio conservato della Grecia.
Secondo la tradizione qui governava il vecchio e saggio re Nestore, protagonista dell’Iliade e dell’Odissea. Fu lui ad accogliere Telemaco durante il suo viaggio alla ricerca del padre Ulisse. Gli scavi hanno riportato alla luce sale, magazzini, affreschi e centinaia di tavolette in Lineare B, offrendo uno straordinario spaccato della civiltà micenea del XIII secolo avanti Cristo.
L’ultima tappa è Voidokilia.
La sua forma perfetta ricorda la lettera greca Omega: una mezzaluna di sabbia dorata racchiusa da acque trasparenti e dune millenarie. Molti studiosi identificano questa baia con l’antica Pilo citata nell’Odissea. Sopra la spiaggia si apre la Grotta di Nestore e proprio qui Christopher Nolan ha scelto di girare alcune delle scene del suo film L’Odissea, riportando sul grande schermo uno dei racconti più celebri della letteratura.
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Paolo Pergolizzi
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