Pace in Medio Oriente e Iran? Guerre e genocidio alla resa dei conti. E l’Italia ”allineata e coperta”…


Gli attori di questa terza guerra mondiale a spezzoni, come aveva amaramente denunciato Papa Francesco, è giunta a un bivio tra tante ipocrisie su una volontà di pace che oggettivamente non si vede, visto il disegno della grande Israele cha ha procurato il fallimento dell’intesa tra Iran e Usa sullo stretto di Hormuz che sta penalizzando le economie di tutto il mondo, i finti ritiri dell’esercito della stella di David in Libano e quello che i coloni israeliani continuano a fare ”impunemente” tra Libano, Gaza e la Cisgiordania aggredendo e uccidendo residenti e palestinesi. Come se ne esce? Finora malconci con il disegno guerrafondaio degli alleati di ferro Trump-Nethanyau, il coinvolgimento di alcuni paesi arabi con i quali l’Italia ha ottimo rapporti economici, i timidi e inconcludenti appelli alla pace di Onu. Unione Europa e Italia , che finora hanno portato al nulla. Un quadro e una analisi, con altri soggetti dello scacchiere internazionale con Cina e Russia, che non stanno alla finestra, e alle prese con difficoltà economiche e geopolitiche non di poco conto. Francesco Calculli, con una analisi a 360 gradi, che parte dalla guerra dei ”6 giorni” del 1967 va a sintesi per una pace necessaria, che rischia di arrivare (chissà) alle fasi del voto legislativo di ottobre in Israele dove il criminale di guerra Benjamin Nethanyau attende di essere riconfermato alla guida del governo e le elezioni di metà mandato per Donald Trump negli Stati Uniti- Entrambi sono in calo nei sondaggi. Ma occhio ai colpi di coda. Quanto all’Italia brilla per l’assenza di autonomia decisionale, che ci sarebbe attesi dopo il ”No” dei mesi scorsi agli Stati Uniti per l’uso delle basi militare.Ma i fatti hanno smentito che voli e appoggi continuano, con l’industria delle armi a gonfie vele. Si vota anche da noi è il sovranismo da ”allineati e coperti” continua, in barda alla tradizione mediatrice del nostro Paese durante la Prima Repubblica. Altri tempi? Dignità e autonomia decisionale svendute da venduti. ”Una soluzione di pace è dunque urgente e necessaria- conclude Francesco Calculli- ma per essere giusta e duratura deve avere come primo passo il ritiro da tutti i territori occupati dagli israeliani dal 1967 a oggi, e deve muovere dal riconoscimento nella realtà mediorientale del diritto di tutti gli Stati , tra cui lo Stato di Israele, e di tutti i popoli , tra cui il popolo palestinese”

LE RADICI DELLA GUERRA NEL MEDIO ORIENTE di Francesco Calculli Mentre scriviamo , la guerra divampa nel Medio Oriente e, ancora una volta , la pace mondiale subisce una grave crisi proprio nel Mediterraneo , alle cui sorti è legata la sicurezza del nostro Paese. Le cause della guerra sono note. Senza risalire alle lontane origini ( alla spartizione della Palestina) basta riandare alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, che ha ridefinito confini, occupazioni e alleanze, fino ad arrivare alle crisi politiche che stiamo vivendo oggi. In questi oltre 30 anni, molte cose sono cambiate nel mondo , nei Paesi del Medio Oriente e in Israele. Nel mondo, dopo la fine della Guerra fredda non si è affermata una pace con basi stabili, fondate sulla coesistenza pacifica in luogo dell’equilibrio del terrore; nei Paesi arabi , lungo una via tormentata e anche contraddittoria , è comunque in corso il tentativo di superare la pesante eredità del colonialismo e del feudalesimo , e in alcuni Paesi , come l’Iran, prosegue anche lo scontro con la politica attuale dell’imperialismo americano e con l’aggressione regionale del regime sionista istraeliano. In Israele , lungo la via di un galoppante processo involutivo che si manifesta, fra l’altro, con la politica espansionistica , seguita anche in questi 3 anni e diretta non solo a conservare le terre palestinesi militarmente occupate , ma addirittura a trasformare l’occupazione militare in colonizzazione, e la colonizzazione in una brutale annessione di fatto, estesa anche a porzioni di territorio in Libano e Siria, mentre a Gaza è in corso un genocidio , come denunciato da organismi ONU, ONG, e dalla Corte Internazionale di Giustizia. Per contro, il popolo palestinese , orfano della leadership di Arafat e con Hamas al controllo di Gaza , non ha oggi un interlocutore unitario riconosciuto a livello internazionale. Discutere , dunque , di chi ha sparato « il primo colpo di cannone », se Hamas o Israele , questa volta, a differenza del 1967, non ha più neppure valore propagandistico. Come non ha senso prendersela con le Nazioni Unite. E’ vero che dal 1967 ad oggi esse hanno ingiunto a Israele di ritirarsi dai territori occupati, ne hanno condannato la politica di forza contro i palestinesi , l’Iran e diversi Paesi arabi , hanno promosso mediazioni nel Medio Oriente, tuttavia senza alcun risultato positivo ai fini di una giusta pace. La stessa tregua voluta da Trump per gli sviluppi drammatici della questione palestinese, accettata da Israele e Hamas nel gennaio 2025 come prova di buona volontà , non è servita che ad alimentare pericolose illusioni. Illusioni note: che la tregua a Gaza potesse protrarsi nonostante il terrorismo di Stato israeliano che continua un genocidio sotto traccia anche in Cisgiordania, e che la guerra con l’Iran potesse essere contenuta entro i limiti di un accordo vago e già lacerato dalle scellerate provocazioni militari unilaterali di Trump e dall’escalation militare israeliana su più fronti.

Se è vero quindi che le Nazioni Unite hanno un bilancio nel Medio Oriente complessivamente negativo, perché paralizzate in ogni loro atto dalla sfida israeliana , il discorso tuttavia non si può fermare all’impotenza dell’ONU e neppure alle sole responsabilità del governo israeliano, per grandi che esse siano. Le responsabilità si allargano anche al rapporto « speciale » che c’è stato da sempre fra Israele e gran parte dei Paesi del mondo occidentale, più o meno stretto e appariscente , ma pur sempre esistente. Rapporto speciale che negli Stati Uniti ha assunto , con Trump, il carattere di totale allineamento americano sulle posizioni oltranziste del governo israeliano. E’ anzitutto a questo rapporto speciale degli Stati Uniti con Israele che bisogna riandare per valutare quanto accade. Il ruolo « subimperialista » di Benjamin Netanyahu e delle forze interne israeliane che lo sostengono, è anche il risultato dell’appoggio aperto o dell’oggettivo incoraggiamento delle forze imperialiste che sostengono Israele solo per farne un cuneo contro l’Iran e i suoi alleati nel Medio Oriente , cioè in una zona strategica ed economica di importanza mondiale. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale , è il vero punto di pressione : la minaccia iraniana di paralizzare lo Stretto è già una potente arma geopolitica .

Basta un attacco per far schizzare i prezzi dell’energia e mandare in crisi l’economia globale. E’ questo il motivo per cui le potenze occidentali tollerano Israele , perché la stabilità di Hormuz vale più di qualsiasi risoluzione ONU. Oggi è difficile fare previsioni sul conflitto in corso. Possiamo dire , soltanto, che questo scontro fra Israele e Iran con gli Stati Uniti direttamente coinvolti , è politicamente e anche sotto certi aspetti militarmente , una guerra nuova. E’ diversa da tutte le guerre nel Medio Oriente successive al 1967, anche per i mutamenti intervenuti nel mondo arabo. Sarà interessante vedere in un altro momento il tipo di schieramento arabo che oggi solidarizza in diverse forme con Israele e gli Stati Uniti, la sua dialettica, la sua dinamica e gli stessi suoi protagonisti di questo allineamento inedito. Un segnale inequivocabile è arrivato dall’Arabia Saudita che il 29 luglio scorso, per la prima volta, ha attaccato le milizie pro – Teheran in Iraq , unendosi di fatto alle operazioni militari degli Stati Uniti nella regione. Quello che conta adesso è rilevare che lo stesso attivismo di forze moderate arabe nella mediazione diplomatica e nella normalizzazione dei rapporti con Israele è anch’esso il sintomo della crisi grave che attraversa anzitutto la politica americana, proprio in questa delicata fase di passaggio dalla fallita politica di coesistenza pacifica a una politica del gendarme.

E’ questo perché la coesistenza pacifica che Trump vuole è fondata sulla subordinazione degli interessi regionali agli accordi economici e di sicurezza dettati da Washington e Tel Aviv anche nel Medio Oriente , condizione che nessun regime arabo può accettare, nemmeno i più filoamericani come Arabia Saudita e Qatar. Questa visione della coesistenza è stata, a ben vedere, la ragione principale del duro contrasto manifestatosi fra Cina e Stati Uniti riguardo alla soluzione politica del conflitto nel Medio Oriente. E’ anche la ragione che lega con un filo rosso Cina , Russia e Medio Oriente. In diverse condizioni , gli Stati Uniti cercano di far prevalere , sia pure con mezzi differenti , un ordine che garantisca e rafforzi il controllo delle aree mondiali che essi ritengono necessario conservare, perché riguardano i loro vitali interessi di principale potenza imperialista. E’ un tentativo destinato anch’esso a fallire, ma conferma che la distensione e la coesistenza pacifica , pur essendo un processo inevitabile che discende dallo stato attuale dei rapporti di forze, tuttavia non possono avere uno sviluppo lineare e senza scosse. Avanzano , invece, attraverso crisi che saranno tuttavia tanto meno gravi, quanto più gli Stati Uniti si troveranno isolati nel tentativo d’imporre la loro linea. Anche per questa ragione l’Italia ha oggi il dovere, per gli interessi generali del Paese e della pace, di sottrarsi a ogni sostegno militare, diretto o indiretto, agli Stati Uniti ed a Israele, attraverso il complesso intreccio delle proprie forze militari con quelle americane, sia nelle basi italiane della NATO che in quelle della VI Flotta. Né può limitare la sua azione ad un auspicio di pace, che lascerebbe il tempo che trova. L’iniziativa del governo italiano deve promuovere una politica comune dei Paesi più importanti dell’UE, che può avere un valore positivo solo se essa significa da un lato un passo avanti deciso nella comprensione del nesso stretto tra pace e distensione in Europa e pace e distensione nel Mediterraneo , e dall’altro una rottura col passato, cioè con la politica che ha fatto d’Israele la testa di ponte degli interessi occidentali , per aprire la strada, con il peso e l’autorità che avrebbero questi Paesi, a una soluzione della crisi del Medio Oriente che costringa Israele a fare quello che oltrettutto corrisponde ai suoi interessi di fondo.

Se gli israeliani vogliono, come dicono, essere una realtà nazionale effettiva ed autonoma , possono diventarlo soltanto con una politica di sviluppo nella democrazia e nella pace , attuata in convergenza col « nazionalismo arabo » , compreso quello palestinese, e non contro di esso, come hanno fatto fino ad oggi. E’ una politica difficile, anche per tutto ciò che si è accumulato in questi anni nella regione: ma è la sola possibile, per dare uno sbocco politico stabile alla crisi del Medio Oriente. L’altra politica , quella fondata sulla forza militare d’Israele, non ha prospettive a lungo andare. Oggi lo conferma il fatto stesso che, quali che siano le sorti finali della guerra, il grande potenziale economico e militare dell’Iran e più in generale del mondo non occidentale comincia a diventare attuale. Il nuovo spirito e la tenacia con i quali combattono i Pasdaran e gli alleati dell’Iran, non sono soltanto una dura lezione per i « falchi » israeliani e per gli interventisti americani come Trump, ma sono anche un monito per quanti si erano illusi dopo il rovesciamento di Maduro in Venezuela di sciogliere i nodi della crisi del Medio Oriente , partendo dal giudizio , oltretutto di sapore razzista, che i popoli del Sud Globale sono destinati comunque a perdere le guerre, senza neppure combatterle. Una soluzione di pace è dunque urgente e necessaria, ma per essere giusta e duratura deve avere come primo passo il ritiro da tutti i territori occupati dagli israeliani dal 1967 a oggi, e deve muovere dal riconoscimento nella realtà mediorientale del diritto di tutti gli Stati , tra cui lo Stato di Israele, e di tutti i popoli , tra cui il popolo palestinese.


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 Franco Martina

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