Tirana, 31 luglio 2026 – In Albania, mentre le istituzioni lavorano per l’ingresso nell’Unione europea entro il 2030, sta avvenendo la più grande manifestazione popolare dalla caduta del comunismo, 35 anni fa. A raccontarne l’inizio è Besjana Guri, fondatrice dell’ong ambientalista Lumi e tra i vincitori del Goldman Environmental Prize 2025 – il Nobel verde. “Immaginiamo – dice – la spiaggia dove siamo abituati ad andare a camminare, a nuotare, a trascorrere il tempo libero. Un giorno appare una recinzione e non possiamo più entrare: non importa se siamo del posto, turisti, scienziati”. La scena è accaduta a Pishë Poro, penisola albanese di Zvërnec, dove l’attivista 37enne è impegnata da oltre 10 anni nella protezione del fiume Vjosa, tanto da contribuire a farlo diventare il primo parco nazionale di fiume selvaggio del continente europeo – al culmine di una lunga campagna internazionale promossa da organizzazioni come EuroNatur e Riverwatch e sostenuta da Patagonia. Ed è sempre Guri che, insieme a migliaia di persone, tutt’oggi si apposta ogni giorno davanti al palazzo di governo di Tirana a manifestare: è la “rivoluzione dei fenicotteri” – dall’animale simbolo della laguna di Narta – scaturita come reazione al progetto di un resort di lusso legato ad Affinity Partners, il fondo d’investimento di Jared Kushner, genero di Donald Trump; poi cresciuta fino a diventare una protesta di massa contro la corruzione e chiedere condizioni di vita migliori – e le dimissioni del premier Edi Rama. Un movimento senza leader che agita il paese frontrunner dell’allargamento europeo e pone un interrogativo: cosa vuol dire davvero condividere i valori e gli standard dell’Unione.
La miccia è stata, quindi, la questione ambientale. Erano le ultime settimane di aprile quando il cantiere del resort è comparso a Zvërnec. Nel giro di poco, sono apparsi 8 chilometri di strada e un ponte sul canale principale che collega la laguna di Narta al mare, a fronte di 10 ettari di dune e pineta spianati. Il conto è di Ppnea, l’ong albanese che monitora il sito. La mobilitazione è scattata subito: tre settimane di agitazioni sul posto, poi nella capitale; dal 31 maggio presidi quotidiani, fino ad avere 250.000 persone in piazza. Un fronte composto in larga parte da giovani della Gen Z, ma anche residenti, semplici cittadini e da una diaspora molto attiva. “Uno dei rari casi – dice Guri – in cui le persone si uniscono per l’ambiente”, al di là dei partiti, “per il bene dei figli, per il futuro del Paese”. Una protesta diventata “un mosaico” di richieste diverse: “Giorno dopo giorno le persone hanno cominciato a vedere il potere di un cambiamento che nasce dal basso”. I primi di giugno la recinzione è scomparsa, i mezzi sono stati rimossi e l’area è tornata accessibile. Un successo, certo, ma secondo Guri per poter parlare di vittoria è ancora presto. Il progetto del resort non è stato mai ufficialmente cancellato e “non si sa mai: potrebbe ripartire”.
Gli albanesi hanno – evidentemente – intuito quanto sia in gioco nella perdita di un ecosistema unico come quello del delta della Vjosa, uno degli ultimi ancora allo stato naturale (4%) del Mediterraneo. Un intreccio di lagune, saline, dune e pinete in cui gli scienziati contano oltre 2.000 specie e 18 habitat diversi. Zone umide che proteggono dalle alluvioni, regolano le acque, sostengono la pesca e le economie locali. Un’area cruciale per gli uccelli migratori lungo la rotta adriatica, l’Adriatic Flyway, candidata a entrare nella rete Emerald della Convenzione di Berna e, con l’adesione all’Ue, nella futura rete Natura 2000. “Un mosaico naturale”, come lo definisce Guri.
Ecco il paradosso. Nel pieno delle negoziazioni per l’ingresso nell’Ue, nel 2024 l’Albania ha legiferato contro gli standard che quell’ingresso richiede: gli emendamenti alla legge sulle aree protette – la Legge 21/2024 – hanno aperto le zone tutelate alla cementificazione con un’eccezione per il “turismo di eccellenza”, le strutture a cinque stelle e oltre, e spostato le decisioni chiave al Consiglio nazionale del territorio, presieduto dal premier Rama. In quella breccia si è inserito il resort legato a Kushner, forte dello status di “investitore strategico” che gli assicura permessi accelerati – e lavori iniziati, a quanto risulta, senza una corretta valutazione dell’impatto ambientale. La reazione delle istituzioni Ue è arrivata, anche se non del tutto allineata, a giugno. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione netta: stop al progetto, moratoria sui nuovi permessi, abrogazione degli emendamenti del 2024. La Commissione, più prudente, si è accontentata di assicurazioni su una futura verifica d’impatto ambientale. E metà luglio, nel giorno della chiusura di tre capitoli negoziali a Bruxelles, accanto alla commissaria all’Allargamento Marta Kos, il premier albanese Rama ha promesso di abrogare la legge sugli investimenti strategici, e di emendare quella sulle aree protette per “renderla conforme” agli standard Ue. “Sono solo dichiarazioni, niente è cambiato”, taglia corto Guri.
Il nodo è anche tecnico. La modifica della legge è oggi un parametro di chiusura del Capitolo 27 – cosa che dovrebbe avvenire, da programma, entro la fine del 2027. Vuol dire che finché il capitolo resta aperto, c’è tempo di continuare ad agire sul territorio albanese alle attuali condizioni. Delle possibili conseguenze è preoccupato Viktor Berishaj, Senior Policy Officer di EuroNatur. “Se si verificano danni irreversibili prima che siano predisposte le tutele necessarie – dice – nessuna valutazione o allineamento successivo potrà ripristinare ciò che è andato perduto”. La soluzione, propone Berishaj, potrebbe essere istituire una “fase intermedia” sul Capitolo 27, come parametro o una revisione ad hoc per verificare che le tutele siano in vigore prima che partano i lavori. Non un nuovo strato burocratico, precisa, ma “il riflesso di uno dei principi cardine del diritto ambientale europeo: la prevenzione”. Idea più cauta rispetto a quella avanzata da Guri, secondo cui la modifica della legge sulle aree protette potrebbe diventare direttamente un benchmark di apertura del Capitolo 27, non di chiusura.
“I problemi della conservazione non sono problemi di natura, ma di stato di diritto”, afferma Aleksandër Trajce, direttore esecutivo di Ppnea. Vale a dire che se qualcosa non funziona a livello di ambiente, è perché si à già spezzato un anello precedente della catena – generalmente, un anello politico. “L’Ue – dice Trajce – è il simbolo dello stato di diritto” per gli albanesi, per questo dal loro punto di vista sarebbe bello vedere una posizione più netta da parte della Commissione. E per lo stesso motivo servirebbe un cambio di logica: smettere di guardare alle aree protette come qualcosa che “ostacola lo sviluppo economico”. Perché “la scelta reale”, spiega Trajce, “non è tra conservazione e sviluppo”, bensì tra un modello economico che fiorisce con la tutela del patrimonio naturale e “distribuisce i benefici tra piccole imprese, strutture ricettive familiari, guide e ristoranti” e un modello opposto “basato sullo sfruttamento a breve termine degli ecosistemi, a beneficio di pochissimi soggetti” – che spesso non hanno legami con il territorio. E l’alternativa è possibile: in Albania zone come Theth e Valbona, parchi come Divjaka-Karavasta, hanno fatto di birdwatching, ecoturismo e prodotti tipici un motore per le comunità locali. Lo stesso fiume Vjosa, già prima di diventare parco nazionale, era la meta preferita di appassionati di rafting, kayak ed escursioni.
Il modello più localmente sostenibile dovrebbe essere, di fatto, quello europeo. Le aree della rete Natura 2000 consentono le attività economiche compatibili con la conservazione: il 14 luglio la Commissione ha anche pubblicato nuove linee guida che hanno un focus proprio sull’ecoturismo nelle aree protette. Con una volontà politica diversamente orientata, “Vjosa-Narta potrebbe diventare un riferimento su come applicare i principi di Natura 2000 in un Paese candidato”, dice Trajce. Esempi positivi non mancano: in Slovenia e Croazia, una volta entrate nell’Unione, la pressione sulle aree protette si è ridotta, un cambiamento che gli osservatori legano proprio al percorso di adesione e alle regole europee. In Albania, la spinta a convergere verso i valori europei di legalità e tutela dell’ambiente è arrivata dalla piazza: resta da vedere se le istituzioni sapranno raccoglierla e tradurla in tutele concrete.
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