Un viaggio-avventura on the road attraverso la Blue Zone della Sardegna


La Sardegna è famosa per il suo mare meraviglioso, le sue spiagge di sabbia color borotalco e le sue coste che nascondono cale segrete, ma non è solo questo. Siamo andati a visitare quella zona dell’entroterra sardo a cavallo tra l’Ogliastra e la Barbagia, anche chiamata Blue Zone, nota in tutto il mondo scientifico perché – come in poche altre zone del pianeta – qui si vive più a lungo e il numero di ultracentenari supera la media mondiale.

Ci siamo andati per cercare di scoprire il segreto della loro longevità, abbiamo conosciuto alcuni degli anziani che vivono nel territorio e ci siamo fatti raccontare il loro segreto di lunga vita.

Abbiamo ripercorso l’itinerario tracciato, per noi, da Progetto Happiness, fondato da Giuseppe Bertuccio D’Angelo, che viaggia per il mondo alla ricerca della felicità e racconta le sue esperienze attraverso i reportage. Siamo tornati vincenti? Scopriamolo.

Il nostro viaggio on the road

Abbiamo percorso la Strada Statale 198 di Seui e Lanusei che s‘inoltra nell’interno e che collega il Sud del Sarcidano alla costa orientale dell’isola, passando per il cuore della Barbagia. È una strada molto amata dai motociclisti, per via delle innumerevoli curve e dei paesaggi selvaggi spettacolari che attraversa. Noi l’abbiamo percorsa a bordo di Ford Explorer, il suv elettrico migliore per questo tipo di avventura (con 340 CV, il modello AWD raggiunge i 100 km/h in 5,3 secondi e può anche trainare fino a 1.200 kg grazie alla propulsione elettrica continua).


Del resto, questo suv è già entrato nella storia grazie a un certo Lexie Alford, il primo ad aver circumnavigato il globo a bordo di un veicolo elettrico attraversando sei continenti, 27 Paesi e percorrendo oltre 30mila km utilizzando esclusivamente energia elettrica). Oltre a essere un’auto a zero emissioni, quindi sostenibile per il luogo incontaminato che abbiamo attraversato, ha anche un’autonomia di più di 600 km con una singola carica, fondamentale perché le colonnine elettriche in questa zona sono poche e (forse) solo nei piccoli centri abitati (in ogni caso, la ricarica rapida impiega meno di mezz’ora, il tempo di fare un giretto in paese e di bere un caffè).


Abbiamo quindi collegato il nostro smartphone in modalità wireless al gigantesco schermo SYNC Move per sincronizzare mappa della strada e contatti – funziona benissimo, benché è bene sapere che, una volta entrati nel cuore del territorio, non c’è molto campo –, allacciati le cinture e ci siamo avventurati lungo i tornanti (che a un certo punto abbiamo smesso di contare).

Gairo Vecchio

Uno dei primi borghi che s’incontrano lungo la SS198 è Gairo Vecchio. Non possiamo parlare di un abitato vero e proprio in quanto si tratta di un paese fantasma, il più famoso della Sardegna, di fatto. Lo si costeggia completamente (sull’altro lato c’è lo strapiombo) e, visto il numero esiguo di auto che transitano da queste parti, il silenzio regna sovrano. Ci troviamo a 520 metri d’altezza sopra il Rio Pardu. Fu progressivamente abbandonato a causa di una forte alluvione avvenuta nel 1951.


Gli abitanti si spostarono più a valle formando altri tre piccoli borghi: Gairo Sant’Elena, Gairo Taquisara e Gairo Cardedu. Il primo si trova pochi metri sopra al vecchio paese. Il secondo, che dista qualche chilometro, è un grazioso villaggio di soli 300 abitanti ed è famoso per essere una delle stazioni dove si ferma il Treno Verde della Sardegna, che d’estate attraversa alcuni di questi paesi (ed è l’alternativa all’auto, se si vogliono visitare questi luoghi). Qui passa la linea Arbatax – Gairo Taquisara. Il terzo borgo è quello più vicino al mare. Ma è proprio Gairo Vecchio, il paese che non esiste più, ad attirare i turisti che amano i percorsi alternativi rispetto a quelli della Sardegna da cartolina. Per visitarlo, basta percorrere qualche tornante e, sulla destra, si può parcheggiare e addentrarsi a piedi tra i vicoli, le scalinate e gli edifici diroccati dalle caratteristiche pareti rosa e blu (perfetto per coloro che praticano Urbex).

Ussassai

Ripresa l’auto, ci si rimette in marcia e si affrontano altri tornanti per circa 24 km. Qui, la macchia Mediterranea, le piante di mirto e di fichi d’India lasciano spazio ai primi lecci, alle querce e ai cosiddetti Tacchi ovvero degli affioramenti di roccia calcarea che rendono il paesaggio particolarmente selvaggio. Ecco allora che, a un certo punto, si attraversa il paese di Ussassai, il più piccolo della Barbagia di Seùlo, che conta meno di 500 abitanti. Qui siamo già saliti a quota 710 metri, ma l’abitato si sviluppa in altezza e le ultime case arrivano anche mille metri. Anche questa è una tappa del Trenino Verde (al momento la linea Mandas-Arbatax è in fase di manutenzione). Se il paese non è il più caratteristico della Sardegna, questa zona merita comunque un viaggio. Qui intorno, infatti, si possono ammirare diversi nuraghi (Nuraghe S’enna e S’omini e Nuraghe Coccoronis) e corsi d’acqua, tra cui le bellissime piscine naturali dalle acque color smeraldo lungo il Rio San Girolamo e le Cascate Lequarci.

Seui

Una quindicina di chilometri (e un tot di tornanti) dopo, si arriva al prossimo abitato: Seui. Questo borgo montano (810 m. di quota) è famoso per il suo centro storico riqualificato negli ultimi anni, che merita assolutamente una tappa. Nella Palazzina Liberty sono in mostra reperti archeologici trovati in zona e diverse testimonianze storiche. Nella Galleria Civica, all’interno dei locali del Palazzo Comunale, ci sono opere significative, tra cui dipinti dello Spagnoletto, un Caravaggista seguace della maniera del Merisi. Casa Farcì racconta la storia, la cultura e le tradizioni locali. Sa Omu de sa Maja ospita delle collezioni dedicate alle tradizioni magiche e precristiane della Barbagia e, infine, il Carcere Spagnolo risalente al XVII secolo, ma usato fino agli Anni ’70, racconta storie di vita e giustizia che hanno segnato questa comunità per secoli.

Seui è anche il punto di partenza per diverse escursioni, come quella nella Riserva Naturale di Montarbu o quella che porta al Nuraghe Ardasai, costruito su una sporgenza rocciosa a 1.015 metri di altitudine, con i resti di un villaggio fatto di capanne circolari con vista dal Monte Tonneri.

Seùlo

Una ventina di chilometri (e altrettante curve) dopo, si giunge a Seùlo. Nel frattempo, in auto siamo passati nei pressi della Cascata di San Valentino a Sadali e a quella di Su Stampu de su Turrunu, della Grotta Is Janas, della Vecchia miniera di San Sebastiano – Corongiu, delle piscine naturali Su Stampu de su Túrrunu e del laghetto Sa Stiddiosa. Ma, soprattutto, delle Domus de Janas, patrimonio Unesco dal 2025.


A Seùlo ci troviamo nel cuore della Blue Zone della Sardegna, tanto da essere chiamato il “paese dei centenari” (anche se, in verità, non è l’unico in Sardegna). Siamo nel bel mezzo della Barbagia. Il paese stesso dà il nome a questa zona della Sardegna Centro meridionale, detta appunto Barbagia di Seùlo. In mezzo alle montagne, ai piedi del monte Perdedu (1400 metri), che il fiume Flumendosa separa dal Gennargentu, il massiccio ricoperto da foreste secolari, dove ci sono le cime più elevate dell’isola, sembra di entrare in un paesaggio magico, fatto di boschi e foreste – come quella di Addolì, abitata fin dalla preistoria -, di rupi calcaree, dolmen naturali (come s’Arcu ‘e su cuaddu), sorgenti, laghetti (come su Stampu ‘e Su Turrunu), rapide e cascate (come le Cascate Sa Stiddiosa e la Piscina ‘e Licona). A tutta questa bellezza, si aggiunge il fatto che, che coi primi caldi, sbocciano le rose di bosco, fiori tipici del Gennargentu, colorando di rosso e giallo i pendii scoscesi del Perdèdu (per questo Seùlo è anche chiamato il paese de s’orrosa ‘e padenti).

Luogo ameno che ha una storia antichissima, risalente al Neolitico e all’età del Bronzo. Infatti, tutt’intorno a Seùlo ci sono nuraghi (su Nuraxeddu e su Nuraxi ‘e Pauli e, appunto, le celebri Domus de Janas, con la tomba di Giganti) e il villaggio nuragico di Ticci. In questa zona davvero remota, a contatto con una natura meravigliosa, quasi primordiale, lontani dalla civiltà, dallo smog e dal caos, dove si vive di pascoli e di campi coltivati, nonostante un territorio aspro e quasi ostile, e di prodotti di stagione, hanno scoperto l’elisir di lunga vita.

La Blue Zone della Sardegna

Nel Centro-Sud della Sardegna, e in particolare in alcuni paesi – tutti ai piedi del Gennargentu – vivono alcune persone (soprattutto donne) ultracentenarie. Questa zona d’Italia è una delle cinque Blue Zone del mondo (le altre sono: Okinawa, in Giappone, Nicoya, nel Costa Rica, l’isola di Ikaria, in Grecia, e Loma Linda, in California) ed è dove c’è la più grande concentrazione di ultracentenari al mondo (anche se, a dire degli esperti che vivono e che studiano la longevità sarda, in realtà non tutte le Blue Zone del mondo hanno veramente le caratteristiche per questo primato).

A loro volta, i paesi certificati dove vivono gli ultracentenari della Blue Zone sarda sono cinque. Seùlo è uno, ma ci sono anche Baunei (dove si conta il maggior numero di abitanti sopra i cent’anni), Urzulei, dove la più anziana, Battistina Secci, ha compiuto i 102 anni, Villagrande e Talana. Poi ci sono quelli non ancora certificati, come Tonara, da dove viene Antonietta Contiero, classe 1925, che ci ha svelato il suo segreto di lunga vita: “Mangio minestra con patate o polenta, cammino tutti i giorni, lavoro nei campi e dormo”. Sarà davvero solo questa la formula magica per superare i cent’anni? Ne abbiamo parlato con alcuni esperti incontrati durante la presentazione del docufilm realizzato da Progetto Happiness.

Claudia Porcu, ideatrice del progetto Blue Zone qui in Sardegna, e figlia di una ultracentenaria (lei stessa dimostra vent’anni di meno), ci ha spiegato in cosa consistono le Blue Zone e perché si chiamano così. “Il primo studio demografico basato sui registri dei Comuni in Italia risale al 1866. In base alle date di nascita e morte, esiste un algoritmo che dà come risultato l’indice di longevità e che nella nostra zona è superiore a quello di altri Comuni nel mondo. Qui è stato fatto uno studio demografico di tutta la cittadinanza ed è risultato che la popolazione è longeva: gli ultraottantenni, anche se non centenari, sono più numerosi e stanno meglio. Ho proposto questo progetto al dottor Michel Poulain (uno degli scopritori delle Blue Zone negli Anni ’90, ndr), e al professor Gianni Pes (medico le cui ricerche sono state spinte da un interesse personale legato alla longevità eccezionale della propria famiglia, ndr)”.


Il nome Blue Zone ha un motivo molto pratico, ci ha spiegato Porcu: in quegli anni, veniva utilizzata una cartina geografica della Sardegna disegnata a mano. Ogni volta che veniva identificato un Comune dove la percentuale di centenari era superiore alla soglia prefissata, veniva segnato un puntino blu. Dopo cinque mesi di lavoro, sulla parte montuosa della mappa dell’Ogliastra erano comparse vere e proprie ‘nuvole blu’. Ed ecco che, con la pubblicazione del primo articolo scientifico, quelle aree vennero chiamate Zone Blu, proprio in omaggio a quel metodo di lavoro. Lo stesso professor Pes, per la sua ricerca, ha girato la Sardegna in base ai puntini blu. “Il primo Comune certificato è stato Villagrande”, spiega Porcu “per cui ho proposto di fare uno studio anche su altri Comuni.

La dottoressa Marisella Lara, che opera nell’area dell’Ogliastra e che ha in cura diversi anziani e ultracentenari della zona, ha spiegato che molti degli ultranovantenni hanno una straordinaria lucidità mentale, sono attivi, leggono libri, coltivano interessi e mantengono l’indipendenza (spesso preferendo vivere a casa propria piuttosto che essere accuditi o istituzionalizzati). Gli anziani sono integrati nella vita familiare, giocano con i nipoti, mantengono un ruolo d’autorità e decisione, e non vivono l’isolamento o l’emarginazione tipici dei contesti urbani. Lara individua, pertanto, nella resilienza psicologica la chiave fondamentale di queste popolazioni. “La generazione dei centenari attuali è cresciuta con un’alimentazione sobria e senza eccessi”, ha spiegato la dottoressa “ed è nata prima della diffusione del cibo industriale e ultra-processato. Qui, l’alimentazione segue ancora la stagionalità naturale grazie alla presenza quasi universale di orti domestici. Si consumano prodotti locali a chilometro zero: pesce fresco locale, carne da allevamenti locali, latticini e latte caprino (molto digeribile), formaggi, legumi del posto e pane fatto in casa con grani antichi non industriali. Attualmente, è in corso uno studio comparativo sull’epigenetica e sul microbiota sui giovani del luogo rispetto a quelli delle città, per capire quanto lo stile di vita, l’alimentazione locale e l’ambiente influiscano sul patrimonio genetico. Il territorio è meta frequente di ricercatori e studenti universitari (anche internazionali, per esempio dagli Stati Uniti) per studiare la longevità locale”.

Negli anni, poi, anche la tecnologia è venuta incontro a questi studi. Giuseppe Leda, originario di Ales (Oristano) e studioso di genetica e genealogia delle comunità rurali sarde dal 2013 si è trasferito a Seùlo per conto dell’amministrazione comunale, arrivando a ricostruire l’intera trama genealogica e demografica degli ultimi quattro secoli attraverso due database incrociati (basati su registri parrocchiali e comunali). Questo gli ha permesso di risalire e verificare legami di parentela immediati tra gli abitanti della zona. Leda sostiene, infatti, che la prolungata consanguineità e l’isolamento geografico in Sardegna (fenomeno del “collo di bottiglia” genetico) “hanno agito in duplice modo: l’effetto positivo ovvero il “Fattore C”, ha consentito la trasmissione e conservazione dei geni favorevoli alla longevità (che valgono circa il 20% del motivo per cui qui si vive più a lungo), ma c’è anche un effetto negativo che ha incrementato l’incidenza di tratti fisici indesiderati, malformazioni, sordità d’altura e, soprattutto, malattie autoimmuni.

Insomma, il segreto della longevità consiste nell’unione di più fattori, per alcuni dei quali – la genetica – non possiamo intervenire, ma per altri – cibo, stagionalità, vita sana e movimento – sì. A tutto ciò si aggiunge un territorio abitato da millenni nonostante le asperità, che oggi si può visitare facilmente facendo un bellissimo road trip come il nostro.





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