Mi sono sempre considerato una persona profondamente razionale. Di quelle che affrontano qualsiasi situazione scomponendola in piccoli problemi da risolvere, cercando sempre la soluzione più logica ed efficiente.
È un approccio che nel mio lavoro si è rivelato prezioso, ma che negli anni ha avuto anche un effetto collaterale piuttosto ingombrante: il mio lato artistico non ha mai avuto modo di essere coltivato.
Non ho mai saputo disegnare, dipingere o scolpire. Mi sarebbe piaciuto imparare a suonare il pianoforte, ma tra il poco tempo e una predisposizione piuttosto discutibile non ci sono mai riuscito. Insomma, se dovessi descrivermi dal punto di vista creativo, probabilmente userei parole poco lusinghiere.
È anche per questo che mi ha sorpreso così tanto il progetto di cui voglio parlare. Perché, senza quasi rendermene conto, mi ha permesso di esprimere quella creatività che avevo sempre pensato di non possedere, sfruttando proprio lo strumento che conosco meglio: la tecnologia.
Tutto ruota attorno al Kumiko, una tecnica tradizionale giapponese che permette di assemblare elementi in legno senza utilizzare chiodi o colle. Nel tempo è diventata sinonimo di pannelli decorativi caratterizzati da geometrie estremamente precise e da un’eleganza quasi ipnotica.
La versione che ho deciso di realizzare, però, è una reinterpretazione completamente moderna. Al posto del legno c’è la stampa 3D, mentre al posto dell’artigianato tradizionale c’è un sistema modulare che permette di progettare e assemblare un vero quadro tridimensionale.
È stato il mio primo esperimento e, devo ammettere che con molta probabilità non sarà l’ultimo. Guardandolo appeso alla parete si fatica quasi a credere che sia composto da decine di piccoli pezzi stampati singolarmente. Il gioco di luci, ombre e profondità crea un effetto sorprendente, soprattutto considerando che l’illusione tridimensionale nasce semplicemente dall’accostamento delle varie tonalità e dalla disposizione degli inserti.
Quello che mi ha colpito maggiormente è che, per una volta, non stavo costruendo qualcosa che dovesse essere utile. Non era un supporto, un accessorio o un componente tecnico. Stavo semplicemente cercando di creare qualcosa di bello.
Le basi di partenza
L’intero progetto esiste grazie al lavoro di Paper View, un maker che ha pubblicato gratuitamente su MakerWorld (lo trovate qui) un sistema completamente parametrico per realizzare queste opere.
È uno di quei casi in cui la community dedicata alla stampa 3D dimostra tutto il proprio valore: qualcuno investe tempo, competenze e mesi di sviluppo per creare uno strumento che altri possono utilizzare gratuitamente per dare vita alle proprie idee.
Naturalmente non è un progetto che si affronta in un pomeriggio. Serve pazienza e bisogna capire il funzionamento del sistema, ma è molto meno complicato di quanto possa sembrare inizialmente.
Anzi, il primo consiglio che mi sento di dare nasce proprio da un errore che ho commesso durante questo primo tentativo. Io sono partito seguendo la parte tecnica.
Ho iniziato a generare la struttura, stampare componenti e preparare tutto il necessario, esattamente come suggerivano le istruzioni. Solo dopo mi sono dedicato alla progettazione estetica del quadro… è stato un errore.
Durante la fase creativa ho cambiato più volte idea sui colori, sui contrasti e persino sulla disposizione degli inserti. Risultato? Mi sono ritrovato con diversi pezzi perfettamente stampati ma completamente inutili.
Se dovessi rifarlo oggi invertirei completamente l’ordine, progettando prima e stampando solo in seguito.
Esiste infatti uno strumento gratuito, Kumiko Designer, che permette di costruire digitalmente l’intera composizione. Si sceglie la dimensione della cornice, si definisce la griglia e si iniziano a riempire le varie celle con gli inserti disponibili, osservando in tempo reale come cambierà il risultato finale.
È qui che ci si rende conto di una cosa fondamentale: i colori non sono un dettaglio da decidere all’ultimo momento, sono parte integrante del progetto.
Nel mio caso ho scelto diverse sfumature di marrone per richiamare il più possibile l’aspetto del legno naturale. Guardandolo oggi, probabilmente alleggerirei leggermente il colore della struttura per aumentare il contrasto con gli inserti, ma è proprio questo il bello del processo creativo: ci si accorge continuamente di dettagli che la volta successiva si affronteranno in maniera diversa.
Anche la scelta del materiale influenza parecchio il risultato. Ho preferito utilizzare PLA opachi perché restituiscono un aspetto decisamente più raffinato e, soprattutto, consiglio di stampare utilizzando una piastra liscia.
Può sembrare un particolare insignificante, ma una superficie texturizzata lascia una trama molto evidente che, una volta montato il quadro, diventa visibile quando la luce colpisce gli inserti da angolazioni differenti.
Gestione della stampa
Il sistema genera automaticamente tutti gli elementi necessari in base alle dimensioni della composizione. Il risultato inizialmente sembra un enorme puzzle privo di qualsiasi logica.
In realtà bisogna semplicemente imparare a leggere quella rappresentazione. Il metodo che ho trovato più efficace è salvare immediatamente uno screenshot sia dello schema sia dell’etichetta centrale generata dal programma, perché contiene tutte le informazioni che serviranno nelle fasi successive.
A quel punto inizia un lavoro quasi investigativo: confrontare il proprio schema con quello presente nel manuale e individuare il gruppo corretto di componenti.
È probabilmente il passaggio meno immediato dell’intero progetto, ma una volta compreso il meccanismo tutto il resto diventa sorprendentemente semplice.
Ogni elemento va collocato nei piatti di stampa corretti, mentre molti altri componenti possono essere ignorati perché fanno parte della libreria universale utilizzata dal sistema per adattarsi a qualsiasi dimensione della cornice.
Anche la gestione delle stampe segue una logica molto precisa. Alcuni piatti devono essere realizzati una sola volta, altri richiedono un numero di copie calcolato attraverso semplici formule che utilizzano il numero di righe e colonne del progetto, mentre per alcuni elementi bisogna limitarsi a contarne manualmente le occorrenze.
Sembra laborioso, ma dopo qualche minuto si entra perfettamente nel meccanismo.
L’assemblaggio è la vera sfida
Ed è qui che ho imparato probabilmente la lezione più importante di tutta questa esperienza: mai mischiare i pezzi.
Può sembrare un consiglio banale, ma è quello che mi avrebbe fatto risparmiare più tempo in assoluto. Molti componenti sembrano identici, ma in realtà differiscono per dettagli quasi invisibili.
Alcuni sono destinati agli angoli, altri ai lati, altri ancora alla parte centrale della struttura. Se finiscono tutti nello stesso contenitore, durante il montaggio diventa un continuo confronto tra pezzi apparentemente uguali.
Io, naturalmente, li avevo mescolati tutti e il risultato è stato passare ore a smontare sezioni già completate perché un componente era stato montato nella posizione sbagliata.
Basta invece dividerli fin dall’inizio seguendo le categorie indicate dal progetto per rendere l’assemblaggio estremamente lineare.
Ed è curioso come proprio questi piccoli errori siano diventati la parte più preziosa dell’esperienza. Nessun manuale può davvero sostituire ciò che si impara costruendo qualcosa con le proprie mani.
La parte più appagante del progetto arriva quando la struttura è finalmente pronta e si può iniziare a riempirla con gli inserti. È anche il momento in cui la componente tecnica passa quasi completamente in secondo piano e lascia spazio alla creatività.
Occhio ai pezzi mancanti
C’è però un aspetto che vale la pena conoscere prima di iniziare a progettare. Non tutti gli elementi presenti all’interno di Kumiko Designer sono già disponibili come modelli da stampare. La libreria è già molto ricca, ma non comprende ancora ogni singolo inserto che il software permette di utilizzare.
Sembra un dettaglio da poco, invece può costringere a rifare parte del lavoro e io ci sono cascato in pieno. Avevo creato una composizione che mi convinceva parecchio, salvo poi scoprire che alcuni degli inserti scelti semplicemente non esistevano nel generatore degli STL. È bastato quello per dover ripensare parte del disegno.
Da allora ho cambiato completamente metodo. Prima ho verificato quali elementi erano realmente disponibili, poi ho costruito la composizione sfruttando soltanto quelli. Può sembrare un passaggio in più, ma vi consiglio di seguirlo per evitare parecchie perdite di tempo.
Una volta terminato il progetto, il software permette anche di esportare un riepilogo con il numero esatto di pezzi da stampare. È una funzione comodissima perché elimina praticamente ogni possibilità di errore.
Da quel momento in avanti il lavoro cambia completamente ritmo: la stampante continua a lavorare, ma ogni pezzo che esce dal piatto rappresenta un piccolo tassello dell’immagine finale. È una sensazione molto diversa rispetto alla stampa di un semplice oggetto funzionale.
Qui ogni elemento ha un ruolo preciso nella composizione e vedere il progetto prendere forma, pezzo dopo pezzo, è estremamente soddisfacente.
Un tocco personale
Nel mio caso, però, la libreria disponibile non bastava. Avevo in mente un effetto tridimensionale più marcato, con contrasti molto netti tra zone illuminate e parti in ombra. Nessuno degli inserti esistenti riusciva a restituire esattamente quello che immaginavo, così ho deciso di crearne un paio da zero.
Non è stato un lavoro particolarmente complesso, ma richiede un minimo di esperienza con la modellazione 3D. Sono partito da uno degli STL originali, l’ho importato nel software CAD e l’ho modificato fino a ottenere due varianti capaci di enfatizzare molto meglio il gioco tra pieni e vuoti.
È una possibilità che rende questo progetto ancora più interessante. Chi possiede qualche competenza in modellazione può spingersi ben oltre quanto previsto dal progetto originale, mentre chi vuole semplicemente stampare troverà comunque una quantità enorme di elementi già pronti con cui divertirsi.
Un altro dettaglio che inizialmente avevo sottovalutato riguarda i fondi. Ogni inserto poggia infatti su una base triangolare che, sulla carta, ha una funzione molto semplice: evitare che il quadro resti completamente traforato e lasci intravedere il muro sul quale è appeso.
In realtà quei fondini possono diventare un elemento fondamentale del progetto. Anche in questo caso ho scelto di utilizzarli come parte integrante della composizione, stampandoli con tonalità differenti per accentuare ulteriormente il contrasto tra luce e ombra.
È uno di quei dettagli che difficilmente qualcuno noterà osservando l’opera finita, ma che contribuisce in maniera enorme alla profondità dell’immagine.
È curioso come, senza accorgermene, mi sia ritrovato a ragionare continuamente su colori, equilibrio e composizione. Normalmente, quando progetto qualcosa da stampare in 3D, il primo pensiero riguarda la funzionalità. Mi chiedo se un componente sarà abbastanza resistente, se un incastro funzionerà oppure se una certa scelta progettuale renderà l’oggetto più pratico.
Qui, invece, mi sono ritrovato a fare considerazioni completamente diverse. Quanto deve essere scuro questo elemento? Questo colore rischia di attirare troppo l’attenzione? È meglio creare una zona più vuota oppure aumentare la densità del disegno?
Sono domande che non mi ero praticamente mai posto. Ed è forse proprio questo il motivo per cui questo progetto mi è rimasto così impresso. Per la prima volta la stampa 3D non era semplicemente uno strumento per costruire qualcosa. Era diventata il mezzo attraverso cui esprimere un’idea.
Perfino la predisposizione per integrare una striscia LED, che personalmente ho deciso di non utilizzare, racconta bene la filosofia del progetto. La struttura è pensata per lasciare piena libertà creativa.
C’è chi preferirà trasformarla in una lampada decorativa, chi utilizzerà colori accesi, chi punterà tutto sul minimalismo e chi, invece, cercherà effetti tridimensionali sempre più complessi. Io ho preferito lasciarla così.
Mi piaceva che fosse la luce dell’ambiente a modificarne continuamente l’aspetto durante la giornata. Al mattino le ombre sono diverse rispetto alla sera, cambiano i riflessi e cambia perfino la percezione della profondità. È quasi come avere un’opera che non appare mai esattamente uguale a sé stessa.
L’altro volto della stampa 3D
Ripensando all’intera esperienza, mi sono accorto che la soddisfazione più grande non è arrivata quando l’ultimo pezzo è uscito dalla stampante. È arrivata quando ho appeso il quadro al muro e mi sono fermato semplicemente a osservarlo.
In quel momento ho capito che non avevo costruito l’ennesimo oggetto, avevo creato qualcosa che raccontava un’idea; e per uno che ha sempre pensato di essere completamente negato per qualsiasi forma d’arte, è stata una sensazione sorprendente.
La stampa 3D viene spesso raccontata come uno strumento per produrre oggetti utili, prototipi o componenti tecnici. Tutto vero. Ma esperienze come questa ricordano che può essere anche molto altro.
Può diventare un ponte tra razionalità e creatività. Permette a chi, come me, non saprebbe mai prendere in mano un pennello e realizzare un quadro da zero di creare comunque qualcosa di profondamente personale. La tecnologia non sostituisce l’espressione artistica, semplicemente la rende accessibile in una forma diversa.
Ed è forse questa la scoperta più bella che mi porto a casa. Pensavo di iniziare un semplice progetto di stampa 3D e ho finito per riscoprire un lato di me che avevo sempre dato per perso.
E, a giudicare da quanto mi sono divertito durante questi giorni di progettazione, prove colore, errori e assemblaggi, ho la netta sensazione che questo sia soltanto il primo di una lunga serie.
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Andrea Ferrario
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