Roma, 11 luglio 2026 – Il commercio italiano fattura di più, occupa quasi lo stesso numero di persone ed è diventato più efficiente. Ma perde negozi, presenza fisica e presidio sociale. Tra il 2018 e il 2025 le unità locali del dettaglio sono scese da 666.479 a 570.313: 96.166 attività in meno, pari al 14,4%, quasi 38 punti vendita al giorno. Il primo Rapporto Confcommercio descrive così un settore più strutturato sul piano economico, ma territorialmente più rarefatto. La contrazione è particolarmente forte tra gli ambulanti, diminuiti del 27,3%, e colpisce le attività più radicate nella vita quotidiana: i piccoli negozi alimentari arretrano del 17,9%, gli esercizi dedicati a libri, cartoleria, giocattoli e musica del 21,9%, abbigliamento, calzature e gioiellerie del 15,5%. Anche i minimercati perdono quasi un punto vendita su cinque. Non scompare soltanto una parte dell’offerta: si indebolisce la rete che tiene vivi quartieri, centri storici e piccoli comuni.
Imprese più forti, strade più vuote
Gli addetti diminuiscono appena dell’1,8%, da 1,905 a 1,871 milioni, mentre il fatturato sale da 326,8 a 410,7 miliardi, il 25,7% in più. Il fatturato per addetto passa da 172mila a 220mila euro, con un incremento del 27,9%, e la dimensione media cresce da 2,9 a 3,3 occupati per unità locale.Il lavoro commerciale si concentra dunque in meno punti vendita, mediamente più grandi e organizzati. La quota delle società di capitali aumenta dal 12,2% al 17,4%. Ma ciò che migliora i bilanci non coincide automaticamente con ciò che migliora le città: una rete più produttiva può mantenere fatturato e occupazione lasciando intere aree senza servizi. Tra il 2018 e il 2025 i prezzi al consumo sono aumentati del 19,8%. Una parte della crescita dei ricavi riflette quindi l’inflazione. Il settore ha recuperato efficienza, ma l’espansione reale è assai più contenuta di quella nominale.
Quando chiude un negozio
La desertificazione commerciale non si misura soltanto contando le serrande abbassate. Un esercizio di vicinato garantisce accesso ai beni essenziali, illumina e sorveglia informalmente le strade, crea relazioni e rende un quartiere abitabile anche per chi non guida o non usa con facilità i canali digitali. A pagare il prezzo più alto sono anziani, persone con ridotta mobilità e residenti delle aree interne. Dove scompare il piccolo alimentare, l’edicola o la cartoleria, anche un acquisto ordinario può richiedere un’automobile o un viaggio in un altro comune. Si crea un circolo vizioso: meno residenti riducono la domanda, meno domanda fa sparire altri esercizi e ogni nuova chiusura rende il territorio meno attrattivo. Librerie, edicole e cartolerie non sono soltanto punti di vendita, ma luoghi di incontro e accesso alla cultura. La loro scomparsa impoverisce il tessuto urbano più di quanto suggerisca la quota di fatturato.
Discount e online ridisegnano i consumi
Mentre la rete tradizionale si restringe, avanzano i modelli capaci di offrire prezzo, scala o comodità. I discount aumentano del 7,4%, gli addetti del 51,2% e il fatturato del 101,1%, passando da 17,7 a 35,5 miliardi. È la risposta più evidente alla perdita di potere d’acquisto: dopo anni di rincari, la convenienza diventa il criterio dominante. Crescono anche e-commerce, vendita porta a porta e distributori automatici: le attività aumentano del 13,6% e il fatturato del 41,9%. Le farmacie sono un’altra eccezione, con unità locali in aumento del 4,2% e ricavi del 43,5%. Arretrano invece gli ambulanti, con fatturato in calo del 14,9%, e gli ipermercati, a -8,4%. Le grandissime superfici periferiche soffrono la distanza dai centri e il ritorno della domanda di prossimità; il commercio di strada subisce costi, concorrenza digitale e nuove abitudini.
Il Sud resiste, ma non è al riparo
Nel 2023 il Sud contava 12,1 unità locali ogni mille abitanti, contro 8,9 nel Nord-Ovest, 8,8 nel Nord-Est e 10,6 nel Centro. Tra il 2018 e il 2023 la densità è diminuita del 5,2% nel Mezzogiorno, molto meno del 10,2% del Nord-Est. La tenuta dipende dal turismo, dagli incentivi e da una maggiore autoimprenditorialità, favorita anche dalla scarsità di lavoro dipendente. È una ricchezza sociale, ma può nascondere una fragilità futura. Confcommercio avverte che il Sud potrebbe essere semplicemente in ritardo nel processo di concentrazione e conoscere nei prossimi anni una riduzione più rapida.
La risposta non può essere la nostalgia
Difendere il commercio di prossimità non significa congelare il mercato. Significa riconoscere che il negozio è anche un’infrastruttura urbana. Servono agevolazioni mirate nelle aree a rischio, sostegno al ricambio generazionale, riduzione dei costi degli affitti, strumenti digitali condivisi e rigenerazione degli spazi vuoti. Occorre mappare i “deserti commerciali”, individuando quartieri e comuni nei quali i beni essenziali non sono più raggiungibili in tempi ragionevoli. In queste aree il sostegno non dovrebbe essere considerato un aiuto alla singola impresa, ma un investimento nella vivibilità, come accade per trasporti, scuole e presidi sanitari. La sfida è integrare fisico e digitale. Il negozio che usa e-commerce, consegna locale e servizi personalizzati può ampliare il mercato senza perdere il legame con il territorio. Ma la transizione richiede capitale e competenze, difficili da sostenere per le microimprese isolate.
Il costo delle serrande abbassate
Il Rapporto racconta un commercio capace di adattarsi: più produttivo, più societario e più concentrato. Ma se il successo viene misurato soltanto attraverso fatturato e produttività, si rischia di non vedere città più efficienti nei conti e più povere nella vita quotidiana. Le 96mila attività scomparse non sono tutte imprese che avrebbero potuto essere salvate. Quando però la selezione diventa desertificazione, il problema riguarda sicurezza, autonomia degli anziani, attrattività urbana e coesione sociale. Il commercio italiano sta diventando più forte. La politica deve evitare che diventino più deboli i luoghi in cui viviamo.
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