Il G8 come piazza della Loggia,
si è voluto colpire il dissenso.
Lo Stato riconosca i propri errori.
(Manlio Milani)
intervista di Irene Panighetti a Doriana Galderisi* – Proprio in questi giorni si ricorda il G8 del 2001 a Genova, passato alla storia per le violenze contro le persone che manifestavano e l’uccisione in piazza di Carlo Giuliani. Anche Brescia fu protagonista di quelle giornate: da un lato per esempio la redazione della nota radio locale Radio Onda d’Urto si trasferì a Genova nel contesto del progetto informativo di RadioGap; dall’altro centinaia di persone dal bresciano si recarono nel capoluogo ligure per partecipare ai cortei: ci fu addirittura un treno speciale, oltre alle tante carovane di auto e alle persone che si erano mosse autonomamente. Tutte furono scosse dalle violenze e vissero, sulla propria pelle o su quella di amici, parenti, compagni, quello che fu un vero e proprio trauma politico collettivo.
Dottoressa Galderisi, bentrovata e grazie per le suggestioni che sta per offrirci sul tema del trauma da strage: si tratta di un trauma diverso da un incidente o da un lutto normale e se sì in che senso?
Buongiorno a lei e chi ci legge un approfondimento che ci dà l’opportunità di capire che cosa rappresenta e che cosa è un trauma politico, soprattutto in un’occasione così attuale, come quella del ricordo del G8 di Genova e di quelle violenze. Violenze che hanno provocato un trauma politico, collettivo, oltre che personale, quello stesso tipo di trauma che, con le dovute differenze di contesto, la nostra città ha vissuto in seguito alla strage di Piazza Loggia del 28 maggio 1974.
Iniziamo definendo il concetto: che cosa è un trauma politico? Si tratta di una ferita molto profonda a livello psicologico e comunitario, che viene inflitta ad un individuo o ad un’intera comunità attraverso guerre, violenze, stragi, sconvolgimenti istituzionali, sistemi oppressivi. Già solo questa definizione ci fa intuire un elemento importante, ovvero che un trauma politico rappresenta un danno che, oltre ad essere profondo, non si ferma alle sole vittime. Potremmo letteralmente dire che è un qualcosa che entra nel cervello di un’intera comunità, di una città, di uno Stato e poi ci resta per anni.
È diverso da un lutto individuale o da un incidente e lo capiamo immediatamente se prestiamo attenzione alle parole che si sentono dopo un evento violento del genere: “Volevano uccidermi”, oppure “non è giusto”, o ancora “nessuno mi protegge”. Ebbene, queste frasi ci introducono in quelli che sono i tre elementi cardine che fanno del trauma politico qualcosa di assolutamente a sé e unico: l’intenzionalità, il senso di ingiustizia e poi quella che viene chiamata rottura del patto sociale.
“Volevano uccidermi”: da queste parole cogliamo tutta l’intenzione di fare del male. questo fa nascere rabbia e le neuroscienze ci indicano come queste sensazioni attivino la nostra sentinella del pericolo, ovvero amigdala. L’amigdala infatti diventa iperattiva, iper vigilante, il nostro cervello va come in una sorta di “allarme a rosso”. Lo cogliamo anche nelle parole della psichiatra Judith Lewis Herman che afferma: “Dopo un’esperienza traumatica, il sistema umano di auto-conservazione sembra essere in uno stato di allerta permanente, come se il pericolo potesse tornare da un momento all’altro”.
“Non è giusto, non doveva succedere”: sono frasi che trasmettono l’idea del tradimento, quindi del senso di ingiustizia. È proprio questo senso di ingiustizia, questo dolore morale a diventare un vero e proprio dolore fisico e in questo senso è la corteccia insulare ad attivarsi, quella regione del cervello che elabora il dolore morale come se fosse dolore fisico.
“Nessuno mi protegge” è la terza locuzione che compare in questi contesti traumatici e che ci rimanda alle teorie di Janoff- Bulman che descrivono il fenomeno della “frantumazione delle convinzioni”. In questi casi, infatti, vi è proprio lo sgretolamento della fiducia istituzionale, viene a rompersi il patto sociale, viene meno, sparisce, si dissolve, quella fiducia in uno Stato che ci dovrebbe proteggere. Le teorie di Janoff-Bulman ci dicono dunque che crollano i tre meccanismi di pensiero base, ovvero che il mondo è buono, che ha senso e che ciascuno di noi ha un valore. Il rischio si tutto ciò? La caduta nell’anomia, quella condizione per cui si pensa: “io non sono nessuno”.
Riassumendo: il trauma politico non è solo un lutto, perché a questo dolore si aggiungono altri aspetti quali la paura, la rabbia morale e la sfiducia; in questo mix complesso e composito di elementi si determina la gravità e la pervasività di questo tipo di esperienza.
Quali sono le conseguenze più gravi anche a distanza di tempo e magari di anni di un trauma politico?
Le conseguenze sono molteplici. Innanzitutto pensiamo al fatto che nel trauma politico il detonatore del trauma, quello che potremmo chiamare il trigger, il grilletto, non è soltanto il luogo in cui è avvenuto l’evento traumatico, bensì può essere rappresentato anche da un simbolo, da una bandiera, da una parola, da una data, da un monumento… nel momento in cui il nostro cervello viene a contatto con questo “detonatore” si attiva l’ippocampo, quella parte della nostra mente che svolge un ruolo importante nella formazione della memoria e, nello specifico, nella trasformazione della memoria a breve termine in memoria a lungo termine. Quando l’ippocampo non riesce a datare il ricordo dell’evento traumatico, resta sempre vigile, creando una sorta di prosecuzione, di continuo affioramento del trauma.
Si hanno quindi conseguenze a lungo termine: non solo si presenta il cosiddetto PTSD, disturbo post-traumatico da stress che porta con sé flashback e ansia, ma, come detto poc’anzi, rabbia morale. E, come ci dice la teoria del Just World di Melvin Lerner, del mondo giusto, il cervello ha bisogno di credere che ci siano verità e giustizia, ma se queste non arrivano la rabbia si trasforma in cinismo, in depressione.
Si parla anche di PTSD politico, che è appunto questa condizione (non una diagnosi clinica ufficiale ma più un’espressione metaforica) di stress emotivo psico fisico causata proprio all’esposizione prolungata a notizie allarmanti, climi politici visivi, tensioni sociali.
Lo psichiatra Vamilk Volkan ci spiega, attraverso il concetto di “chosen trauma”, che le comunità si trascinano un trauma aperto, un cosiddetto trauma scelto, scelto non perché lo si vuole, ma perché è qualcosa che riguarda una memoria condivisa di un evento umiliante o catastrofico che è accaduto per mano di qualcuno, di un nemico.
A tutto ciò aggiungiamo che non stiamo parlando solo di un lutto di una persona, stiamo parlando di un lutto collettivo, il lutto di una comunità intera che sente venir meno il senso di sicurezza, un lutto che genera senso di impotenza e di sfiducia.
In tutto questo processo si smette di vedere enti e istituzioni come regolatori esterni, con la conseguenza di determinare nelle persone reazioni anche molto diverse: da un lato vi possono essere ansia cronica, ritiro o, dall’altro lato, l’adesione a gruppi radicali dai quali si cercano quelle certezze, ordine, protezione che si sono sentite venir meno.
La rabbia quindi può diventare una rabbia fredda, che, se non trova giustizia, può subire delle trasformazioni e assumere i connotati della depressione. A questo punto come non ricordare Manlio Milani, il presidente dell’Associazione vittime della strage di Brescia che da oltre 50 anni continua ripetere quanto sia forte il valore della memoria con la frase emblematica: “Io non sono solo vittima ma anche testimone”.
Si può guarire da un trauma così? Cosa aiuta una comunità a superare un evento del genere?
Certo, guarire si può, a patto che ci siano delle condizioni e la prima è che non si può guarire da soli. Oltre a ciò sono necessari tre ingredienti indispensabili: verità, giustizia e dare dei nomi e delle responsabilità.
In queste situazioni traumatiche c’è bisogno di parlare, di raccontare, di portare all’esterno attraverso le parole il trauma. Qui ritroviamo le teorie di James Pennebaker, secondo cui scrivere, mettere in parole un trauma, aiuta ad archiviare il ricordo. La scrittura dà calma e orientamento a quelle parti del cervello, l’ippocampo e l’amigdala come già detto, sono abilissime nel codificare ricordi legati a emozioni, emozioni che, se sono emozioni troppo forti, fan sì che il ricordo diventi invasivo. Cito nuovamente Judith Lewis Herman secondo cui: “Il conflitto tra la necessità di negare gli eventi orribili e il desiderio di proclamarli a viva voce è la dialettica centrale del trauma psicologico. Quando la verità è finalmente riconosciuta, i sopravvissuti possono finalmente ricominciare a guarire. Tuttavia, spesso il segreto prevale e la storia dell’evento traumatico sale a galla come sintomo, invece che come una storia organizzata”
Ancora: dobbiamo ora nominare un’altra parte del nostro cervello che si trova tra l’amigdala e l’ipotalamo e il cui nome è riassunto nella sigla BNST, BNST (dall’inglese “Bed Nucleus of the Stria Terminalis, Nucleo del Letto della Stria Terminale): questo Nucleo del Letto della Stria Terminale si nutre di incertezza, di attesa, di pericoli, di vaghezza, di attesa… fattori che svolgono la funzione di trigger. In altre parole, quando c’è attesa, incertezza, non si capisce bene chi è cosa e come avviene, si crea una sorta di ansia di sottofondo che non solo rimane e fa star male, ma alimenta pensieri come: “e se ricapita?”.
Infine per guarire c’è bisogno di riti e di comunità. Perché commemorare, avere luoghi della memoria, sono modalità che creano senso di appartenenza, e, come ci dicono le neuroscienze, favoriscono il rilascio di ossitocina, noto come ormone del legame. Queste modalità, questi riti, restituiscono un “noi”.
Dunque un trauma politico non si cura individualmente, si cura con la memoria condivisa, perché solamente quando un dolore comune, collettivo diventa storia, allora cambia veste, smette di essere allarme e diventa una sorta di investimento e di prevenzione.
Vorrei concludere questa riflessione con una frase di Roberto Benigni che si riferisce ai bambini ma che si può benissimo estendere anche alle persone adulte: “Nelle fiabe non si insegna ai bambini che esistono i draghi, quello lo sanno già; si insegna ai bambini che i draghi si possono sconfiggere”.
Grazie per l’attenzione, ci ritroviamo tra 15 giorni
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Redazione BsNews.it
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