Roma, 14 luglio 2026 – Generale, nel dibattito pubblico italiano le missioni all’estero vengono spesso raccontate come un fattore di prestigio internazionale, lontano dalla vita quotidiana dei cittadini. È davvero così?
“No. Missioni, operazioni e piani di cooperazione sono lo strumento con cui l’Italia traduce in atti concreti la propria politica di difesa e sicurezza – spiega Giovanni Maria Iannucci, generale di corpo d’armata alla guida del Comando Operativo di Vertice Interforze –. Non sono presenze simboliche né esercizi di visibilità internazionale: servono a tutelare interessi strategici, sicurezza nazionale, principi e stabilità”.
Dunque non parliamo di presenza simbolica, ma di una scelta politica e strategica?
“Ogni missione nasce da valutazioni approfondite e da una decisione politica, poi autorizzata dal Governo e dal Parlamento. Dietro ci sono politica energetica, sicurezza degli approvvigionamenti, gestione dei flussi migratori, protezione delle rotte commerciali, prevenzione delle crisi. Tutto questo incide sulla vita dei cittadini. Le missioni possono essere bilaterali, svolgersi in coalizioni oppure sotto l’egida di Nato, Unione europea e Nazioni Unite. Ma in ogni caso sono parte integrante della politica estera e di sicurezza dell’Italia”.
Di quale dimensione operativa stiamo parlando?
“Per il 2026 la Difesa prevede quaranta missioni e operazioni internazionali, con una forza media di circa 7.500 militari e un contingente massimo autorizzato di 11.900 unità. La sicurezza nazionale non si esaurisce ai confini geografici”.
Il concetto di sicurezza sembra essersi allargato: non riguarda più solo il piano militare, ma anche energia, economia, migrazioni, materie prime. Come è cambiato questo scenario?
“Viviamo una fase in cui l’instabilità è diventata quasi la regola. Le crisi non sono più eventi isolati: tendono a cronicizzarsi, a sovrapporsi, a manifestarsi su livelli diversi. C’è la dimensione militare, ma la competizione riguarda anche economia, approvvigionamenti, materie prime critiche, sicurezza energetica, libertà di navigazione, dati, cyber e spazio”.
Perché la libertà di navigazione è ormai una questione di sicurezza nazionale?
“La libera circolazione delle merci non è un tema astratto. Circa l’80 per cento delle merci mondiali viaggia via mare. Difendere la libertà di navigazione significa difendere la capacità del sistema produttivo di funzionare. Lo stesso vale per le aree da cui vengono estratti o attraverso cui transitano gas e petrolio: renderle più sicure vuol dire garantire servizi essenziali al Paese”.
E il dossier africano come entra in questa visione?
“C’è poi il tema africano. Nei prossimi decenni la popolazione del continente crescerà enormemente. Prevenire le crisi, aiutare quei Paesi e le loro Forze Armate a garantire stabilità interna, significa aumentare anche la nostra sicurezza. Non si tratta soltanto di migrazioni: spesso i flussi migratori si intrecciano con criminalità organizzata e terrorismo. Intervenire prima che queste situazioni diventino crisi aperte è decisivo”.
Tra i dossier più sensibili ci sono Mar Rosso, Bab el-Mandeb, Suez, stretto di Hormuz. Perché questi passaggi sono così importanti per l’Italia?
“Tecnicamente si chiamano choke points: punti di strozzatura del traffico marittimo globale. Bab el-Mandeb, Suez, Hormuz sono snodi essenziali. Monitorarli e contribuire alla loro sicurezza non è soltanto politica estera: è difesa diretta degli interessi nazionali”.
Come si traduce questa priorità nelle missioni italiane?
“L’Italia è presente in modo significativo nel Mediterraneo centrale e orientale. Partecipa ad Aspides, che tutela la libertà di navigazione nel Mar Rosso anche attraverso la scorta alle navi mercantili. È nell’Oceano Indiano con Atalanta, contro la pirateria. È impegnata in Irini, operazione dell’Unione europea il cui comando è ospitato presso il Comando Operativo di Vertice Interforze, e che consente una conoscenza puntuale di ciò che accade nel Mediterraneo, oggi tornato a essere un mare conteso”.
Il Mediterraneo è tornato a essere un’area contesa?
“Con Mediterraneo Sicuro, Sea Guardian e le forze navali permanenti della Nato, presenza, sorveglianza e deterrenza si saldano alla cooperazione con i Paesi costieri. L’Italia opera in Libia, è presente in Niger, nodo centrale del triangolo saheliano, e in Somalia e nel Corno d’Africa, da cui partono flussi in cui migrazione, criminalità e terrorismo possono sovrapporsi”.
Lo stretto di Hormuz potrebbe essere la nuova frontiera dell’impegno italiano?
“La decisione spetta al Governo e dovrà essere confermata dal Parlamento. Ma i militari non possono permettersi di farsi trovare impreparati. Per questo l’Italia ha già preposizionato due cacciamine a Gibuti, nell’ambito dell’operazione Aspides. Partendo dall’Italia servirebbe quasi un mese per arrivare nell’area; da Gibuti i tempi sono molto più rapidi”.
Qual è il livello della minaccia in quell’area?
“La stima condivisa è che nello stretto di Hormuz vi siano alcune decine di mine, anche sofisticate. Non tutti dispongono delle capacità tecniche e materiali per intervenire. L’Italia è tra i Paesi che le hanno. Se la decisione politica da parte del Parlamento sarà quella di partecipare, saremo in grado di farlo”.
Un altro fronte cruciale è il Libano. Che cosa accadrebbe se Unifil dovesse chiudere nella configurazione attuale?
“Nel dicembre 2026 è prevista la conclusione del mandato della missione nella configurazione attuale. Ma il governo libanese, attraverso il presidente Aoun, ha espresso chiaramente la necessità di una presenza delle Nazioni Unite, magari in una forma diversa, come soggetto terzo di monitoraggio rispetto agli accordi che potranno uscire dai negoziati in corso”.
Quindi una presenza internazionale resta necessaria?
“Anche il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha elaborato tre ipotesi di possibile presenza delle Nazioni Unite in Libano. Noi confidiamo che, anche se Unifil come l’abbiamo conosciuta dovesse terminare, resti una presenza Onu. Servirà comunque una risoluzione che garantisca il necessario sostegno giuridico. La risoluzione 1701 resta un architrave della stabilità libanese: il punto è evitare un vuoto securitario nel Sud del Libano, perché quel vuoto rischierebbe di produrre effetti ben oltre il confine israelo-libanese”.
Quali strumenti può mettere in campo l’Italia?
“Abbiamo già una missione bilaterale, la Mibil, con cui aiutiamo le Forze Armate libanesi ad accrescere le proprie capacità, e intendiamo potenziarla. Esiste inoltre il Comitato tecnico militare per il Libano (MTC4L), oggi presieduto da un Generale italiano, che riunisce diversi attori, anche regionali, in grado di fornire addestramento, capacità, assistenza e finanziamenti. Rafforzare questi strumenti, insieme a una presenza delle Nazioni Unite, permetterebbe di continuare a essere efficaci, forse anche più di prima”.
Perché il Libano resta uno snodo così delicato?
“Il quadro regionale, aggravato dalla transizione a Gaza e dagli eventi lungo il confine israelo-libanese, conferma che il Libano è essenziale per la stabilità dell’intero Mediterraneo orientale”.
Nel pacchetto delle missioni compaiono anche Iraq e Somalia. Perché servono missioni bilaterali accanto a quelle già esistenti?
“Per l’Italia le missioni bilaterali non sono mai alternative alle iniziative multilaterali: sono complementari. In Somalia l’operazione dell’Unione europea, che pure comandiamo, è efficace, ma non dispone dei numeri e degli strumenti sufficienti per sostenere con l’intensità necessaria l’addestramento delle Forze Armate somale. A questo si aggiunge il lavoro dei Carabinieri con le forze di polizia somale. La missione bilaterale rafforza l’intero dispositivo in un quadrante vitale tra Corno d’Africa, Mar Rosso e Oceano Indiano”.
E in Iraq qual è il cambio di fase?
“In Iraq il ragionamento è analogo, ma legato al possibile termine di Inherent Resolve, che potrebbe essere a breve. Se ciò avverrà, si passerà dal contrasto diretto a Daesh a sorveglianza, training e advising, con maggiore enfasi sulle capacità locali. In Iraq resterà la Nato Mission Iraq: strumento importante, ma non sufficiente da solo a sostenere forze armate, forze di sicurezza irachene e regione autonoma del Kurdistan. L’Iraq è rilevante sia per la sicurezza sia per le politiche energetiche”.
La Nato è concentrata sul fianco Est, dopo l’aggressione russa all’Ucraina. L’Italia insiste però anche sul fianco Sud. Sono priorità in competizione?
“No, sono complementari. Il fianco Est rappresenta in modo evidente il confronto con la Russia, che per la Nato è il principale pericolo attorno al quale l’Alleanza ha organizzato piani e capacità. L’Italia dà un contributo importante in tutti i domini: nel terrestre siamo presenti in Lettonia, Ungheria e Bulgaria; nel dominio aereo siamo stati in Estonia fino a marzo, ora siamo in Romania, a Costanza, per contribuire alla difesa aerea integrata della Nato, e in futuro saremo in Lituania. Schiereremo anche una batteria di difesa aerea e missilistica Samp/T”.
Quanto pesa il contributo italiano alla difesa aerea dell’Alleanza?
“Il contributo nazionale non è simbolico: l’Air Policing ha prodotto decine di Alpha Scramble per monitorare attività e sconfinamenti di aerei inizialmente non identificati”.
Perché il fianco Sud non può essere considerato secondario?
“Gli stessi attori che vediamo a Est sono presenti anche a Sud: la Russia attraverso Wagner e altre forme di influenza, la Cina con una presenza crescente in Africa e nel Medio Oriente. A questo si aggiungono instabilità endemica, squilibri demografici, fragilità istituzionali, terrorismo e criminalità. Stabilizzare il continente africano significa prevenire crisi che potrebbero diventare molto difficili da gestire non solo per l’Italia, ma per l’intera Alleanza Atlantica. Per questo l’Italia cerca di mantenere alta l’attenzione sul fianco Sud sia in sede Nato sia in sede europea”.
Qual è, in questo quadro, il ruolo del Covi?
“Il Comando Operativo di Vertice Interforze è il braccio operativo della Difesa. Da qui si dirigono le missioni e le operazioni delle Forze Armate in Italia e all’estero. Attraverso il Covi, il Capo di Stato Maggiore della Difesa e il Ministro della Difesa traducono la politica di difesa e sicurezza nazionale in attività operative concrete”.
Quali attività passano concretamente dal Comando operativo interforze?
“Oggi parliamo delle attività condotte da 7500 militari nell’ambito di quaranta missioni e operazioni attive, dei piani di cooperazione con altri Paesi e le attività addestrative multinazionali e interforze, fondamentali per sviluppare interoperabilità. Dentro questo schema rientrano anche le forze ad alta e altissima prontezza, necessarie per rispondere a crisi improvvise: per il 2026 la forza massima indicata è di circa 6.500 unità, tenendo conto del comando italiano delle Allied Reaction Forces”.
Che rapporto c’è tra il Covi e le singole Forze Armate?
“Le Forze Armate hanno un ruolo diverso ma essenziale: preparano lo strumento. Reclutano, formano, addestrano e generano le capacità che poi vengono impiegate nelle missioni e nelle operazioni. In un eventuale conflitto, inoltre, hanno il compito decisivo della rigenerazione: personale addestrato, unità pronte, equipaggiamenti disponibili. Senza questo lavoro, lo strumento militare si ferma. Il Covi può impiegare efficacemente le capacità solo se queste vengono generate e rigenerate in modo adeguato e sostenibile.
Lei ha parlato di crisi cronicizzate, a intensità variabile. Quale strumento militare serve in un mondo così instabile?
“Serve uno strumento flessibile, bilanciato e capace di adattarsi rapidamente. Nei prossimi anni vedremo picchi di intensità alternarsi a fasi di apparente stabilità. La conflittualità non sarà sempre sopra la soglia militare tradizionale: si manifesterà anche nella guerra ibrida, nell’economia, nell’accesso alle materie prime, nell’energia, nella navigazione, nel dominio cyber e nello spazio”.
Il confronto si gioca anche nei dati, nel cyber e nello spazio?
“Il dato è ormai essenziale per i militari, per l’economia e per la vita quotidiana. Nel dominio cyber il confronto è continuo. Lo stesso accade nello spazio, con manovre e avvicinamenti di satelliti verso assetti critici molto più frequenti di quanto il cittadino percepisca”.
Che cosa insegna il conflitto russo-ucraino?
“Il conflitto russo-ucraino ci ha insegnato una cosa: la guerra lampo è tramontata. Il teatro di guerra è oggi iper-sorvegliato: sensori, intelligenza artificiale e sistemi senza pilota nelle tre dimensioni riducono drasticamente la possibilità di occultamento. I conflitti futuri saranno un mix di altissima tecnologia e massa. In Ucraina sono state utilizzate circa 15 milioni di munizioni d’artiglieria. Nel 2025 Kiev ha prodotto circa 4 milioni di droni; per il 2026 la stima è di circa 8 milioni. Sono numeri che descrivono la nuova dimensione della guerra”.
Quale deve essere, allora, la risposta dello strumento militare?
“Lo strumento militare deve essere sempre preparato per lo scenario peggiore che si può manifestare. Per questo servono capacità tecnologiche avanzate, ma anche quantità, resilienza industriale, scorte, personale addestrato, rapidità di rigenerazione e capacità di operare in crisi diverse, improvvise e forse sovrapposte. La sicurezza nazionale, oggi, si difende molto prima che una crisi arrivi ai confini”.
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