Le nostre banche non sono abbastanza protette dai cyberattacchi, dice la BCE


Claudia Buch, presidente del consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, ha firmato il 7 luglio una lettera indirizzata agli amministratori delegati delle maggiori banche dell’eurozona. Il contenuto è una richiesta operativa con scadenza fissa: presentare entro il 31 ottobre 2026 un piano concreto contro i rischi cyber legati ai modelli AI di ultima generazione, con misure, risorse dedicate, responsabilità assegnate e tempi definiti.

Il conto alla rovescia parte dal 7 luglio

La lettera chiede ai consigli di amministrazione di prendere il controllo diretto della gestione del rischio ICT, rivedere budget e tolleranza al rischio, misurare le dipendenze da fornitori terzi e software, preparare scenari di crisi che includano attacchi simultanei e automatizzati. La richiesta arriva a nome diretto dei singoli amministratori delegati, non come circolare generica al settore, e coinvolge istituti del peso di Deutsche Bank, BNP Paribas e Santander.

La BCE aveva già raccontato questo tipo di preoccupazione un mese prima, nel discorso di Frank Elderson del 3 giugno sulla resilienza operativa nell’era dell’AI. La lettera dello scorso 7 luglio ne è la traduzione in obbligo concreto, con data di scadenza e destinatari nominati.

Quattro mesi per dimostrare di essere pronti. Non è tanto tempo.


Il vero problema è il tempo tra la falla e l’exploit

Il timore dichiarato dalla BCE riguarda la velocità, non la novità dell’attacco. I modelli di frontiera riescono a identificare vulnerabilità software e generare exploit funzionanti in tempi che comprimono drasticamente la finestra tra scoperta della falla e suo sfruttamento. È lo stesso concetto ribadito dall’ESRB, l’organo macroprudenziale europeo, in un avvertimento pubblicato il 25 giugno: i modelli AI possono eseguire attacchi automatizzati su sistemi complessi, riducendo i margini temporali che finora hanno protetto le infrastrutture bancarie.

Il caso Claude Mythos, il progetto con cui Anthropic ha trovato oltre 23.000 vulnerabilità in oltre mille progetti open source, mostra il meccanismo dal lato difensivo: un modello AI può scandagliare codice a una scala che nessun team umano riesce a replicare. Lo stesso strumento che aiuta a scoprire falle nelle infrastrutture critiche prima che vengano sfruttate può, nelle mani sbagliate, ribaltare il vantaggio verso l’attaccante.

Le richieste immediate della BCE toccano quindi la base tecnica: accelerare il patch management, rafforzare il monitoraggio con strumenti AI, verificare il rischio di terze parti, proteggere sistemi esposti su internet e componenti open source. Le richieste strutturali vanno oltre: difese multilivello, sostituzione di tecnologie legacy, piani di risposta alle crisi più solidi.

DORA c’era già, non è bastato

Il regolamento DORA (Digital Operational Resilience Act) è in vigore dal 17 gennaio 2025. Impone già regole su gestione del rischio ICT, segnalazione degli incidenti, test di resilienza, controllo dei fornitori critici. Le banche europee lo hanno recepito, i CIO e CISO hanno costruito processi di compliance dedicati.

Eppure la stessa BCE ammette, con questa lettera, che la conformità formale a DORA non basta di fronte alla velocità dei modelli AI. È il dato che smonta la narrativa più comoda per i comitati di rischio bancari, quella secondo cui avere già una normativa in vigore da un anno e mezzo equivalga a essere pronti. Non equivale.


La conformità formale a DORA non garantisce di essere pronti.

Il gap che la BCE segnala non è teorico. Oltre l’85% delle banche sotto la sua supervisione usa già strumenti AI, e oltre il 40% considera almeno un caso d’uso “altamente rilevante” per il proprio business, secondo quanto dichiarato da Buch al Parlamento europeo il 2 luglio. La stessa proporzione di adozione, però, non si riflette nella capacità difensiva: il settore ha accelerato sull’uso dell’AI più di quanto abbia accelerato sulla protezione da essa. Un divario simile emerge anche sul fronte opposto, quello dell’adozione produttiva: solo il 23% delle banche ha portato un progetto AI oltre la fase pilota, la priorità dichiarata non è ancora praticata su gran parte dei processi.

Francoforte stringe, Londra e Washington temporeggiano

La Banca centrale europea sceglie la linea più dura tra i grandi regolatori occidentali: scadenza secca, richiesta scritta ai singoli CEO, questionario annuale sui rischi IT spostato da settembre 2026 a febbraio 2027 apposta per liberare risorse alle banche in questi mesi. È un segnale di priorità netta, non una raccomandazione generica.

La Bank of England segue un registro diverso. Andrew Bailey, nel Financial Stability Report del 7 luglio, condivide la stessa diagnosi sui rischi AI ma non impone scadenze pubbliche né richieste formali ai singoli istituti. La Federal Reserve va oltre nella cautela: Michelle Bowman, in un discorso dell’1 maggio, ha scelto un approccio proporzionato e volontario, senza obblighi standardizzati per il settore.

Il contrasto regolatorio apre una domanda concreta per chi gestisce rischio in una banca europea: il costo di compliance sale, i tempi si accorciano, ma la contropartita dovrebbe essere una difesa reale più solida rispetto ai concorrenti su altre sponde dell’Atlantico. Se la scadenza resta un adempimento formale, il vantaggio competitivo della severità regolatoria europea sparisce e resta solo il costo maggiore sostenuto per raggiungerla.


Vale anche l’obiezione opposta: un regolatore più severo di altri due grandi mercati finanziari non è per forza un vantaggio. Le banche soggette a vigilanza BCE competono su capitale e prodotti anche con istituti britannici e statunitensi meno vincolati su questo fronte, e ogni euro speso in compliance cyber è un euro non investito altrove. La distinzione, però, regge solo finché non arriva il primo incidente sistemico: a quel punto la banca meno regolata perde molto più della differenza di costo accumulata negli anni precedenti.

Chi paga il conto se una banca viene bucata

Il costo della corsa agli aggiornamenti, micro-segmentazione delle reti, architetture zero trust, sostituzione dei sistemi legacy, personale specializzato in sicurezza AI, non lo assorbe la banca come astrazione contabile. Ricade sui correntisti in forma di commissioni più alte, e sui contribuenti in caso di salvataggio se l’aggiornamento arriva comunque troppo tardi.

Buch stessa, nelle dichiarazioni al Parlamento europeo, ha richiamato la redditabilità attuale del settore bancario come argomento a favore dell’obbligo: le banche europee hanno margini sufficienti per investire, quindi la questione non è più di budget disponibile ma di priorità assegnata dal board. È un argomento che regge sui numeri, ma sposta la responsabilità dalla scarsità di risorse alla volontà di usarle.

Dall’altra parte del conflitto ci sono le banche di aree con vigilanza più morbida. Restano più flessibili sui costi di adeguamento, ma restano anche più esposte a un salto di qualità della minaccia che i loro stessi regolatori riconoscono senza tradurlo in obbligo. Il rischio sistemico non si ferma ai confini della vigilanza BCE: un incidente grave in una grande banca extraeuropea si propaga comunque sui mercati finanziari globali.

Non è la scadenza a decidere chi ha ragione

Ma davvero un piano scritto entro fine ottobre cambia la capacità difensiva reale di una banca in quattro mesi? È lecito dubitarne, e in parte la stessa BCE lo sa: per questo chiede piani con responsabilità e tempi definiti, non semplici dichiarazioni di intenti, e per questo ha tolto un altro adempimento (il questionario IT) dal calendario delle banche nello stesso periodo.


La vera domanda non è se l’AI aumenti il rischio cyber: lo dicono concordemente BCE, ESRB e la stessa Anthropic con i dati di Claude Mythos. La domanda è se l’infrastruttura di vigilanza europea riesca a muoversi alla velocità dei modelli che sta cercando di regolare. La scadenza del 31 ottobre è un test di credibilità tanto per le banche quanto per la BCE.

Se i piani restano documenti formali archiviati in un cassetto, il primo vero banco di prova non sarà una circolare di vigilanza, ma un incidente su scala sistemica, e a quel punto il conto lo pagheranno tutti, indipendentemente da quale regolatore avesse fissato la scadenza più severa.


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