Ci sono storie che cominciano con uno “schiaffo”. Salvatore Bocchetti, amministratore delegato di Zaccanti SpA, si siede nella sede bolognese del Resto del Carlino e racconta a “Money Vibez Stories” un percorso che nessuno, tantomeno lui, avrebbe potuto disegnare a tavolino. Perché quando un ragazzo siciliano parte da Comiso per laurearsi a Bologna con in tasca un solo sogno, ereditare l’azienda di famiglia, e scopre che quel sogno gli è stato tolto senza preavviso, di solito succede una di due cose. O ci si arrende, o viene fame. A Salvatore Bocchetti venne una fame incredibile.
Ma andiamo con ordine, perché la sua è prima di tutto la storia di un’azienda che tutti, prima o poi, incontriamo nel momento più fragile della vita.
Un’azienda nata nel 1954 e una tecnica rivoluzionaria
Zaccanti è una società commerciale fondata a Bologna nel 1954 da Franco Zaccanti, nonno di quella che sarebbe diventata la moglie di Bocchetti. Nasce distribuendo strumentario per la chirurgia. Ma la vera svolta porta il nome di Carlo Zaccanti, il suocero che Bocchetti non ha mai conosciuto: fu lui, con lungimiranza e visione, a portare per la prima volta in Italia la laparoscopia, la chirurgia mininvasiva, quando in quel campo comandava la Germania. Costruì un mercato, diffuse una tecnica, cambiò il modo di operare.
La sua è una figura che aleggia su tutta l’intervista. Uomo impulsivo, appassionato, presidente del Rugby Bologna (un legame affettivo che la famiglia coltiva ancora oggi), Carlo Zaccanti morì tragicamente il 2 maggio 2007, ucciso a Caracas per lo scippo di un orologio, perché si ribellò. Da quel momento le redini passarono alla moglie di Bocchetti, Elena, che divenne presidente per due anni. Poi, nel maggio 2009, entrò in scena Salvatore.
Dalla revisione ai bisturi
Chi si aspetta il classico erede cresciuto tra i corridoi dell’azienda resterà sorpreso. Bocchetti veniva dal mondo finanziario. “Conoscevo a malapena l’anatomia umana”, ammette. Laureato in economia aziendale a Bologna, anni in revisione e in consulenza, poi un ruolo di direzione in un’importante azienda bolognese. Fu lì che, poco più che trentenne, gli venne chiesto di rappresentare l’azienda in Confindustria, anche nel gruppo giovani imprenditori. Accettò, onorato. E fu proprio quel ruolo a fargli incontrare la futura moglie. Galeotto fu l’incarico associativo.
Da quell’incontro nacque tutto: la holding Bocchetti Group, che dal 5 maggio 2009 acquisì il cento per cento di Zaccanti dalla famiglia Zaccanti. Ma come si passa dal consigliare gli altri al decidere in prima persona, sapendo che se si sbaglia la colpa è solo tua? Bocchetti ha una risposta netta: circondandosi delle persone giuste. “Uno dei primi fattori di una buona riuscita aziendale, in qualsiasi ambito, è avere la fortuna di attorniarsi di persone di altissimo livello umano e professionale.”Inizialmente affidò la parte commerciale a un uomo di fiducia, oggi direttore operativo, tenendo per sé la gestione finanziaria. Quel binomio ha quasi quadruplicato il fatturato. Ma attenzione, avverte: “Non conta solo la quantità, conta la qualità.” La fidelizzazione dei clienti, in questi anni, è cresciuta più di ogni numero.
Come si costruisce una sala operatoria
Zaccanti lavora in una nicchia del mondo sanitario, e oggi non fornisce soltanto le sale operatorie, le costruisce. Ma da cosa si parte? Tutto nasce da un fabbisogno reale, scritto nero su bianco in un capitolato da un ospedale, pubblico o privato. Dietro quel documento entrano in gioco ingegneri e architetti che progettano l’ambiente, dai muri ai pavimenti ai soffitti. Il cuore, però, sono le tecnologie: immagini in 4K e 3D che restituiscono al chirurgo i colori anatomici fedeli del corpo, in chirurgia aperta, robotica e laparoscopica. Le nuove sale sono ibride, servono anche per la diagnostica, così un paziente infartuato può essere diagnosticato e operato nello stesso luogo. E possono persino dialogare in rete con altre sale operatorie del mondo.
In Emilia Romagna, sottolinea Bocchetti, l’attenzione alla qualità è altissima, spesso mettendo il prezzo in secondo piano pur di puntare all’eccellenza. Un contesto affascinante, ma difficile: Zaccanti compete con dei colossi. Qual è allora la sua arma? Essere un’azienda sartoriale. Settant’anni di conoscenza diretta del territorio, e una dinamicità che le multinazionali non hanno, soprattutto nel post-vendita. Perché una sala operatoria non può fermarsi neanche un minuto, e il muletto sostitutivo va consegnato in pochissime ore.
Il giorno in cui il padre disse: “Ho venduto tutto”
Ma il cuore pulsante di questa storia batte in Sicilia. Bocchetti è cresciuto tra i marmi e i graniti dell’azienda paterna. “Il marmo è stato il mio primo amore”, dice. Il suo piano era chiaro: laurearsi, fare la giusta gavetta, e un giorno prendere le redini dell’impresa di famiglia. Il padre gli aveva insegnato una regola sacra: si entra in azienda se e quando sarai pronto.
Poi, dopo la laurea e qualche settimana di vacanza, la convocazione. Salvatore immaginava che il padre volesse illustrargli il suo futuro. Invece si sentì dire quattro parole che gli tolsero la terra da sotto i piedi: “Guarda, ho venduto l’azienda.” Tutto già definito, nessuna trattativa da riaprire. Lo shock fu enorme, e finì in un litigio. Non si parlarono per un anno.
Eppure, col tempo, Bocchetti ha capito. Il padre gli disse una cosa che oggi custodisce: “Non immaginavo il tuo futuro, né quello dei tuoi figli, a Comiso. Prima di pensare alla tua delusione, pensa a cosa provo io a vendere ciò a cui ho dedicato l’ottanta per cento della mia vita.” E prima che il figlio uscisse di casa, aggiunse la frase più dura: se avesse continuato per quella strada, lui si sarebbe sentito il suo più grande fallimento, perché Salvatore non stava capendo le ragioni.
Cosa fa un ragazzo dopo uno strappo così? Torna a Bologna, lascia il comodo appartamento universitario, prende un posto letto in una doppia tra studenti. E ricorda ancora quella sera come l’ennesimo shock, ma anche come l’inizio di qualcosa. “Mi venne una fame incredibile”, racconta. Una fame positiva, la voglia di dimostrare quanto valeva. Una borsa di studio, l’assunzione in revisione, e una serie di incontri decisivi: una professoressa che gli fece da madre, un mentore che ancora oggi chiama nei momenti difficili. Perché Bocchetti non ha avuto né un suocero né, per anni, un padre a guidarlo nell’impresa.
Con il padre, poi, la pace arrivò. Fece in tempo a vedere il successo del figlio, seppur contrariato: si era liberato di un’azienda, e il suo ragazzo si tuffava a capofitto in un’altra. Non è forse questa la contraddizione più tenera di ogni rapporto tra padri e figli?
La disciplina, i mutui dei dipendenti e la libertà dai debiti
Prima di riconciliarsi, quel padre gli aveva lasciato due consigli che oggi sono il codice genetico dell’azienda. Il primo: pensa ogni giorno che metà dei tuoi collaboratori ha un mutuo da pagare, e la tua responsabilità è garantire loro serenità. Un pensiero che ha reso Bocchetti prudente, quasi ragionieristico, ma che gli ha sempre dato buoni risultati. Il secondo: sarai davvero imprenditore solo quando potrai cedere l’attività senza debiti, libero dalle banche. Un obiettivo che Zaccanti ha raggiunto, tanto che oggi l’azienda non ha nemmeno fidi sui conti correnti e si autofinanzia, pur lavorando al novanta per cento con il settore pubblico e i suoi ritardi nei pagamenti. Massima libertà d’azione.
Zaccanti, con i suoi 42 dipendenti, è oggi il cuore di una galassia più ampia e la Bocchetti Group ha diversificato anche in altri settori. E il suo amministratore delegato ha moltiplicato i fronti. E’ stato presidente di un aeroporto, siede in Confindustria, in cda di Banche ed è socio della Fondazione CARISBO. E soprattutto dedica ormai gran parte del tempo al gruppo GVM Care & Research, secondo polo ospedaliero nazionale, il cui fondatore Ettore Sansavini, “una delle persone più intelligenti che io abbia mai conosciuto”, gli ha affidato prima la presidenza e ora la carica di amministratore delegato della clinica Villalba di Bologna, quella che molti ricordano per i ricoveri di Vasco Rossi.
Come si tiene insieme tutto questo? Con un’organizzazione ferrea e una prima linea di giovani collaboratori. E con un ritmo che ha del monastico: sveglia alle cinque, in azienda alle sei, in sala operatoria di persona perché “lì devi esserci”, e la giornata che finisce spesso alle dieci di sera. Dorme pochissime ore. Legge duecento mail al giorno sapendo che il settanta per cento è fuffa, e per questo preferisce le riunioni in presenza, ancora oggi lo strumento che conta di più.
Una fame che non si placa
C’è un dettaglio che, alla fine, dice tutto. Da qualche mese Bocchetti non pranza più. Beve una tisana e va avanti. Lui, che alla figlia Carlotta di quattordici anni ripete che “la vita va mangiata con appetito, mai vissuta in maniera passiva”, che confessa quasi per gioco che in casa toglierebbe divani e sedie pur di non vederla oziare, quella stessa fame metaforica che lo ha spinto da un posto letto in affitto fino a un gruppo sanitario nazionale, la coltiva ancora, letteralmente, saltando i pasti.
Come oggetto, per il podcast, ha portato un quadro. Non un ricordo qualunque: è il progetto della loro prima sala operatoria intelligente, chiamata Téleion, prima gara presentata a Catania e prima gara vinta, la prima del genere installata in Italia. E come fotografia ha scelto quella dei suoi genitori, scattata nel 2009, il giorno del suo matrimonio. Il cerchio che si chiude. Perché senza quello strappo, senza quella cava venduta contro la sua volontà, oggi Salvatore Bocchetti non sarebbe qui.
Alla domanda se un giorno saprebbe prendere una decisione altrettanto dura verso sua figlia, risponde senza esitare di sì. E allora resta da chiedersi una cosa sola. Quante volte ciò che scambiamo per il più grande torto della nostra vita è, in realtà, il regalo che non eravamo ancora pronti a ricevere?
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Source link


