A chiederlo, con una nota inviata all’Arcivescovo della diocesi di Matera-Irsina e Tricarico, mons Benoni Ambarus, è l’ex presidente dell’Associazione Maria Santissima della Bruna Luigi Belgrano, che denuncia quel comune sentire in città di una deriva identitaria della Festa del 2 luglio, in parte segnalato da altre note pubblicate nei giorni scorsi da giornalemio.it https://giornalemio.it/cultura/cera-una-volta-la-festa-della-bruna-oggi-ha-bisogno-di-un-ritorno-a-umilta-e-sobrieta/ e https://giornalemio.it/cronaca/festa-e-basta-ma-il-2-luglio-non-tirate-fuori-panettone-zampone-e-spumante/. Belgrano tocca vari tempi che spaziano dalla scuola per la cartapesta, agli aspetti della fede e della partecipazione, offuscati da priorità e protagonismi di spettacolarizzazione fine a sé stessi, a scapito della tradizione. Un affondo anche su chi si occupa della gestione della Festa( le nomine dell’Associazione sono ecclesiali) sulle quali l’architetto Belgrano denuncia perplessità, parlando di ”inadeguatezza” e anche di spese fuori luogo. Se ne parlerà dopo il 2 luglio, forse, a bocce ferme. Tante cose da rivedere. La Festa della Bruna torni alla città, aldilà del riconoscimento Unesco, quando arriverà. E per farlo occorreranno umiltà e tanto senso di responsabilità. A Monsignor Ambarus il compito di fornire risposte e ai materani, che vogliono bene a Matera, di non dimenticare le radici della loro storia.
LA LETTERA DELL’ARCHITETTO BELGRANO
Alla c. a. Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Benoni Ambarus
IL TRAMONTO DEL SACRO E DELLA TRADIZIONE DELLA FESTA DELLA BRUNA: DALLE RADICI
DEI SASSI ALLA DERIVA DEL PURO INTRATTENIMENTO POP
Da ex presidente e fondatore dell’Associazione che ha guidato in continuità per oltre tre lustri, la mia prospettiva sulle celebrazioni in onore di Maria SS. della Bruna, tocca dinamiche profonde che solo una guida duratura nel tempo permette di conoscere fin nei minimi particolari, e che oggi appaiono
gravemente compromessi. Premetto che non ho velleità di ritorno consapevole che ogni stagione ha il suo tempo e tutto passa, ma il rispetto per la storia resta. Proprio per questo, vedere quel patrimonio oggi così dolorosamente profanato ferisce la coscienza dei materani e la storia profonda di Matera,
legata al culto secolare di Maria SS. della Bruna. La forza della Bruna è sempre stata la partecipazione viscerale dei materani in ogni singola fase preparatoria, risiedendo nel fatto che ogni fase della preparazione era un tassello di identità, un rito collettivo in cui la Comunità si riconosceva , lavorava e
si educava. Questa partecipazione “viscerale” nel passato, si esprimeva concretamente in diversi momenti chiave durante l’anno: la pubblicazione del tema teologico e del bando per la costruzione del carro Trionfale accendeva il dibattito attraverso il coinvolgimento di tutta la città ed i cittadini si
esprimevano sui bozzetti, sui progetti dei maestri cartapestai e sulle miniature. Le storiche dinastie rappresentate dai fratelli Raffaele e Francesco Pentasuglia, Francesco e Pasquale Nicoletti e i fratelli Vito e Raffaele Epifania, non dipingevano il Carro trionfale con colori casuali o artificiali, ma utilizzavano
la tavolozza cromatica dei Rioni Sassi, utilizzando i colori della roccia tufacea, dei pavimenti in pietra e dei prospetti delle case colpite dal sole. Il Carro che trasporta la sacra Effige, non doveva “urlare” con
colori plastici o stridenti, ma doveva brillare della stessa luce della città dei Sassi con tonalità cromatiche come il bianco calce, il rosa antico, il piombino, il verde salvia, l’ocra e l’oro zecchino venivano usati con sapienza geometrica e mai con opulenza chiassosa, ma richiamavano gli affreschi
delle chiese rupestri ed i dettagli delle edicole votive che popolavano i vicinati.
Sotto l’egida lungimirante dell’Arcivescovo, Mons. Antonio CILIBERTI ed ancora prima di Mons. Ennio APPIGNANESI
, entrambi supportati dal sapiente Cancelliere Mons. Damiano LIONETTI, (- vero ed autentico delegato arcivescovile, nonché custode e conoscitore della storia e delle tradizioni di Matera che trasferiva nel contesto delle celebrazioni della Bruna -) nasceva la “Scuola Laboratorio di Cartapesta” nei locali della Fabbrica del Carro, scelto appositamente quale luogo di inclusione e
coesione sociale aperto alla formazione strutturata dei giovani apprendisti. La scuola diventava così il luogo dove la tecnica artigianale si fondeva con la teologia e la storia, integrando la fede e l’identità
storica in opportunità di concreto lavoro per le nuove generazioni. L’aspetto occupazionale non rappresentava un costo passivo per la città legato solo al “2 luglio”, ma si trasformava in un motore di economia circolare e sociale, capace di elevare l’artigianato della cartapesta a vera e propria
professione d’arte, staccata dalla logica dell’hobby stagionale. Un intero ecosistema culturale che, purtroppo, è stato travolto e azzerato dall’indifferenza istituzionale e soprattutto dal disinteresse delle autorità religiose che si sono succedute alla guida dell’Arcidiocesi dopo Mons. Antonio Ciliberti. Inoltre,
è storicamente inaccettabile, oltre che profondamente ingeneroso, il tentativo di chi oggi vuole appropriarsi di una presunta paternità culturale, sostenendo che in passato la Novena della Bruna fosse un momento frequentato da poche persone. Chi porta avanti questa narrazione ignora che la preparazione al 2 luglio si è sempre retta su un coinvolgimento corale e capillare da parte dell’allora
responsabili dell’Associazione e soprattutto delle parrocchie e dei quartieri della città sempre sotto l’egida attenta dell’Arcivescovo. Fu proprio l’illuminata guida di Mons. Antonio Ciliberti a iniziare l’opera di coinvolgimento, per la prima volta e in modo strutturato di tutte le parrocchie, i movimenti e le
associazioni cittadine affinché fossero parte attiva della Novena dopo che furono estirpate quelle frange malavitose e quegli interessi estranei alla fede che per anni avevano ostacolato e condizionato la Festa.
Una transizione storica che affrontammo pagando un prezzo altissimo in termini di minacce e attentati, subiti anche in prima persona dall’Arcivescovo: in quegli anni tormentati, ci trovammo soli a fare scudo contro pressioni e prevaricazioni che tentavano di piegare il sacro rito.
Ed è appena il caso di ricordare
il monito della storia e gli anni bui culminati con il drammatico incendio del Carro Trionfale. Episodi tragici che derivavano proprio dalle medesime derive in cui la festa rischia di scivolare oggi, quando alcuni segmenti spuri della popolazione cercarono di appropriarsi dell’evento, per strapparla, senza
riuscirci, alla sua naturale guida istituzionale e spirituale. Quegli stessi episodi furono allora combattuti con fermezza da tutti noi, e la festa fu infine restituita all’allora Arcivescovo integra e priva di quegli
elementi spuri. Fu una battaglia vinta grazie alla fermezza congiunta di chi era alla guida della diocesi unitamente alla volontà della Comunità, e delle Forze dell’Ordine, capaci di fare fronte invalicabile a
difesa del rito. – A smentire ogni odierna narrazione di comodo basta l’onestà della storia. Le immagini televisive dell’epoca sono la prova incontestabile di una verità che non si può cancellare: testimoniano come la Festa, superata quella stagione tormentata, vedeva l’orgogliosa riappropriazione da parte dei materani
e il ritorno al suo decoro religioso ed alla sua secolare dignità storica. Agli Ordinari Diocesani succeduti a Mons. Antonio Ciliberti sarebbe bastato semplicemente preservare e mantenere viva quella
straordinaria condizione partecipativa ereditata dal passato. Infatti, dopo il suo trasferimento avvenuto a cavallo del 2004, non si è registrata alcuna reale novità in termini di partecipazione popolare, se non la conservazione passiva di quanto già costruito ed in termini organizzativi di deriva della identità
storica; una stasi sfociata oggi in deviazioni spettacolari, come la sala da ballo improvvisata sotto le luminarie, a fronte della completa assenza di vere manifestazioni culturali. Molto prima delle recenti derive spettacolari e dell’odierna incapacità organizzativa, la comunità materana presidiava ogni
singola fase preparatoria delle celebrazioni in onore della Madonna con una partecipazione calorosa, attiva e strutturata. Le piazze e le Chiese non si riempivano per l’effetto speciale dell’ultima ora, ma per un cammino di fede condiviso che univa l’intera periferia al centro storico. Anzi, è proprio dal 1998 che la benedizione del Carro è stata spostata al 24 giugno, in concomitanza con l’inizio della Novena, con l’obiettivo mirato di integrare la presentazione e la benedizione del Carro trionfale con il solenne ciclo di preghiere e la preparazione spirituale nei nove giorni della Novena che
precedono le solenni Celebrazioni in onore di Maria SS. della Bruna. Ridurre quella devozione antica parlando di una “scarsa partecipazione del passato”, al solo scopo di giustificare i moderni dj-set, significa mistificare la storia di Matera e calpestare la memoria di una Comunità che ha sempre cercato
di presidiare la sua festa con dignità e numeri straordinari. L’illuminato impulso, quindi, impresso a suo tempo da Mons. Antonio Ciliberti, da Mons. Damiano Lionetti insieme al Vicario Generale è stato oggi azzerato. La disattenzione dei successivi Ordinari Diocesani e degli organizzatori, nel comprenderne il
valore profondo di comunione partecipativa, dimostra, oggi, una distanza drammatica dalle radici e dall’identità storica della nostra comunità.
Il suo legame con Matera non si è mai interrotto. Posso
testimoniare personalmente che, nei nostri incontri periodici avvenuti fino al 2015, anno della sua scomparsa, Mons. Ciliberti ha sempre auspicato la continuità di quel metodo partecipativo che lo vedeva costantemente presente in ogni fase organizzativa, dalla preparazione della processione dei
Pastori passando con gli incontri istituzionali in Prefettura, ai continui incontri di catechesi con i
Cavalieri della Bruna sino alla preparazione del Carro Trionfale e della sua discesa nella Piazza dove sarebbe avvenuta la “stracciata” rituale beneaugurante di protezione e prosperità per le famiglie materane che custodivano quel frammento come un sacro trofeo. Esprimeva tuttavia il timore, quasi con paterna preoccupazione, che un’inversione di rotta avrebbe trovato un contesto sociale ormai profondamente mutato, esponendo la festa al rischio di degradare in manifestazioni da stadio, proprio come purtroppo viviamo oggi assistendo a orde di platee chiassose ed urla scomposte che accompagnano, ferendo, la solennità del Carro Trionfale. La sua figura avrebbe dovuto essere
d’esempio per i suoi successori e di riferimento per i comitati venuti dopo il 2006, responsabili di una gestione palesemente fallimentare: un patrimonio di competenze organizzative che per secoli era stato custodito nell’alveo della tradizione e che oggi risulta brutalmente disperso e calpestato. Insieme al suo
delegato arcivescovile Mons. Damiano Lionetti, egli incarnava una presenza costante: seguiva di persona ogni singolo risvolto organizzativo e culturale, fino a integrarsi così intimamente nel tessuto cittadino da diventare, a tutti gli effetti, un materano tra i materani. Sotto la sua guida, ed alla sapienza
storica del delegato Arcivescovile, gli aspetti culturali del rito si elevarono a respiro universale, come dimostra l’installazione realizata professionalmente dal sottoscritto, dell’edicola votiva realizzata presso la Basilica di Ain Karem in Gerusalemme, voluta per sottolineare la comune origine storica della
festa in onore di Maria SS. della Bruna al mistero della Visitazione. Una visione in cui la fede si traduceva quotidianamente in opere concrete di carità e di attenzione verso i bisognosi, saldando la devozione
patronale alla giustizia sociale: ne sono prova tangibile gli effetti economici derivanti dai primi pellegrinaggi mediante il gemellaggio con la Chiesa in Cecoslovacchia, guidata da Sua Eminenza il Cardinale Miloslav Vlk, fondi che — uniti alle risorse scaturite dall’edificazione dell’edicola di Ain Karem
in Terra Santa — furono interamente destinati a sostenere l’ospedale di Ramallah in Palestina a favore dei bambini feriti dalla seconda intifada e altre opere di carità locali di cui molti materani hanno beneficiato. Il rinvio perenne di queste “incompiute”, per’altro in contrasto con la normativa giuridica
per cui i fondi pubblici dovrebbero essere impiegati, dimostra che oggi si preferisce spendere risorse per l’effetto speciale temporaneo — come le luminarie acustiche o i dj-set animati dalla figura sacerdotale nel ruolo di delegato arcivescovile — piuttosto che investire sulle radici e sulle maestranze
locali. I momenti che anticipano la festa sono sempre stati caratterizzati da un’attesa vibrante ma composta. Sostituire quindi il suono delle bande tradizionali o il brusio della piazza con casse acustiche
ad alto volume e un prete alla console distrugge l’armonia stessa della tradizione. Introdurre elementi come una discoteca sotto le luminarie è percepito come una distorsione che banalizza la sacralità e la
dignità del momento storico in nome di una inventata operazione di “evangelizzazione popolare” ed effimera gioia cittadina.
L’immagine del sacerdote alla consolle che sale in cima alla torre di controllo delle luminarie
esortando la folla a ballare e cantare rischia di sostituire il carisma pastorale, suo e dell’arcivescovo e la sacralità del rito con una logica di puro intrattenimento pop, mirata a compiacere la spettacolarizzazione a scapito della devozione silenziosa e profonda che ha nel passato caratterizzato
le secolari celebrazioni in onore di Maria SS. della Bruna. Tale deriva, mirata a compiacere la spettacolarizzazione a scapito della tradizione e della secolare devozione per Maria SS. della Bruna, tradisce d’altronde una stridente discordanza tra l’arcivescovo, (ovviamente non il nuovo), il suo
delegato e il presidente dell’Associazione della Bruna, incapaci di esprimere una visione unitaria e rispettosa dell’anima culturale della città. Diventa quindi urgente e indispensabile un intervento deciso da parte del nuovo Arcivescovo Mons. Benoni Ambarus. Egli ha l’inderogabile responsabilità e dovere
morale di valutare i fatti in prima persona, respingendo ogni condizionamento o interferenza esterna per arrestare, in piena consapevolezza, questa dolorosa deriva. Con la fermezza del carisma pastorale proprio del suo ministero, il Presule è chiamato a porre fine a una gestione fallimentare, guidata da un
vertice associativo ormai palesemente scollato dall’anima e dall’identità storica di Matera.
Consentire che la festa continui a essere guidata da figure inadeguate significherebbe, per la Chiesa locale, rendersi complice del definitivo esproprio del “2 Luglio” ai danni dei materani.
A Sua Ecc.za Mons. Benoni Ambarus, chiediamo, con filiale fiducia ma con altrettanta fermezza civile, di fermare la sconsiderata deriva spettacolare in atto e di riconsegnare al suo legittimo popolo una festa restituita alla sua identità e alla sua secolare tradizione, prima che il tramonto del sacro ridiventi una notte senza ritorno.
Arch. Luigi Belgrano –
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Franco Martina
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