A mezzogiorno Piazza Garibaldi è una distesa di pietra e asfalto. Sul Corso Garibaldi si cerca riparo sotto le poche zone d’ombra. Alle fermate degli autobus, soprattutto nelle giornate senza vento, attendere anche pochi minuti può diventare un esercizio di resistenza. Sul Lungomare Falcomatà la brezza dello Stretto aiuta a sopportare le temperature, ma basta allontanarsi di qualche centinaio di metri per percepire una città diversa.
L’ondata di calore che sta interessando il Sud Italia riporta al centro una questione destinata a diventare sempre più attuale anche a Reggio Calabria: quanto è preparata la città ad affrontare estati che, secondo gli esperti, saranno sempre più lunghe e sempre più calde? Perché il tema non riguarda soltanto il clima. Riguarda il modo in cui sono costruite le città.
Quando il caldo è una questione urbanistica
Gli studiosi parlano di “isole di calore urbane”. Un fenomeno che si verifica quando asfalto, cemento, edifici e superfici impermeabilizzate accumulano energia durante il giorno e la rilasciano lentamente nelle ore successive, facendo aumentare la temperatura percepita e riducendo la capacità della città di raffrescarsi naturalmente.
Secondo il documento elaborato nell’ambito del progetto Urban lab biodivercity dal Laboratorio Lastre in partnership con la Città Metropolitana ed il dipartimento di Agraria, le isole di calore non rappresentano un semplice effetto del cambiamento climatico. Sono anche il risultato di decenni di urbanizzazione che hanno privilegiato impermeabilizzazione del suolo, densificazione edilizia e riduzione delle superfici verdi.
In altre parole, il caldo aumenta ovunque, ma alcune città soffrono più di altre. E la differenza la fanno alberi, aree verdi, ombreggiamento, ventilazione naturale e qualità dello spazio pubblico.
Non è soltanto il clima: è il modo in cui abbiamo costruito la città
Uno dei passaggi più interessanti elaborati dagli studiosi dell’Urban Lab BiodiverCity riguarda proprio il rapporto tra cambiamenti climatici e forma urbana. Il documento evidenzia come l’aumento delle temperature non agisca su un territorio neutro, ma si innesti su assetti urbani costruiti nel corso dei decenni attraverso processi di densificazione edilizia, impermeabilizzazione dei suoli e progressiva riduzione degli spazi verdi.
In questa prospettiva, il cambiamento climatico non rappresenta un fattore esterno che colpisce indistintamente tutti i territori. Al contrario, tende ad amplificare criticità già presenti. Dove il cemento ha sostituito il suolo permeabile, dove gli spazi aperti sono stati progressivamente ridotti e dove il verde urbano è rimasto marginale rispetto allo sviluppo edilizio, il caldo trova condizioni favorevoli per accumularsi e permanere più a lungo.
Lo studio parla apertamente di urbanizzazione spesso accompagnata da una regolamentazione debole e da una scarsa integrazione tra sistemi ecologici e sviluppo urbano, elementi che hanno contribuito a costruire città meno permeabili, meno ombreggiate e meno capaci di dissipare naturalmente il calore. La sfida climatica, dunque, non riguarda soltanto i gradi segnati dal termometro.
Una piazza può diventare un problema climatico
Per anni il dibattito urbanistico si è concentrato sulla mobilità, sul traffico, sul decoro urbano e sulla sicurezza. Oggi entra in gioco una variabile nuova: il clima. Una piazza, una strada o un marciapiede non sono più soltanto spazi da attraversare o utilizzare. Diventano dispositivi climatici.
La presenza o l’assenza di alberature, la quantità di superfici impermeabili, la capacità di assorbire l’acqua piovana e di favorire l’evaporazione incidono direttamente sulla temperatura percepita dai cittadini.
Gli studiosi spiegano che quando lo spazio pubblico viene concepito come semplice residuo tra edifici e infrastrutture perde la propria funzione ambientale e diventa esso stesso una superficie esposta al surriscaldamento. Al contrario, alberi, suoli permeabili e continuità ecologica restituiscono allo spazio pubblico un ruolo attivo nella regolazione climatica urbana.
Guardando Reggio Calabria, il tema appare tutt’altro che teorico. Quanto ombreggiamento offrono oggi le principali piazze cittadine? Quante fermate del trasporto pubblico consentono di attendere un autobus al riparo dal sole? Quanto incidono i grandi parcheggi asfaltati presenti in alcune aree della città? E ancora: i nuovi interventi di rigenerazione urbana stanno realmente incorporando criteri di adattamento climatico?
La città dell’Aspromonte che rischia di perdere il verde
Il paradosso reggino è evidente. Reggio Calabria vive a stretto contatto con uno dei più importanti patrimoni naturalistici del Mezzogiorno. Il Parco Nazionale dell’Aspromonte rappresenta una risorsa ambientale straordinaria e, allo stesso tempo, un elemento identitario del territorio. Eppure il rapporto tra città e natura continua a rappresentare una delle principali sfide urbane del presente.
Non a caso il Piano Urbano Integrato “Aspromonte in Città”, finanziato dal PNRR e sviluppato dalla Città Metropolitana di Reggio Calabria, individua proprio nella costruzione di una rete ecologica diffusa uno degli strumenti principali per affrontare le trasformazioni climatiche in corso. Il programma coinvolge oltre 471 mila abitanti e punta a rafforzare il verde progettato, aumentare la naturalità negli spazi urbanizzati e migliorare la resilienza dei territori.
«Reggio ha grandi spazi da ripensare»
Tra i ricercatori impegnati nelle attività dell’Urban Lab BiodiverCity c’è anche Elvira Stagno, urbanista ed esperta di pianificazione urbana, che invita a guardare il tema delle isole di calore come una questione che riguarda direttamente il futuro della città. «Una delle domande che dovremmo porci riguarda il destino di alcuni grandi spazi urbani oggi completamente impermeabilizzati», osserva. «Reggio presenta superfici molto ampie dominate da asfalto e cemento. Penso, ad esempio, al parcheggio del Cedir, a grandi piazze cittadine o a interi assi urbani che durante l’estate accumulano enormi quantità di calore».
Per Stagno il tema non riguarda soltanto la necessità di aumentare il numero degli alberi, ma la possibilità di ripensare la funzione stessa di alcuni luoghi della città. «Cosa accadrebbe se questi spazi diventassero dei veri polmoni verdi urbani? Cosa succederebbe se le corti interne dei palazzi si trasformassero in piccole piazze verdi di quartiere, capaci di offrire ombra, raffrescamento e occasioni di socialità?».
La provocazione dell’urbanista parte da una constatazione precisa. Reggio Calabria vive a stretto contatto con uno dei più importanti patrimoni naturalistici del Mezzogiorno, il Parco Nazionale dell’Aspromonte, ma all’interno del tessuto urbano continua a confrontarsi con una presenza del verde spesso insufficiente rispetto alle sfide poste dal cambiamento climatico.
«Il punto – conclude – è capire quale idea di città vogliamo costruire nei prossimi decenni. Una città che continua a impermeabilizzare e consumare suolo oppure una città che restituisce spazio alla natura e utilizza il verde come una risorsa strategica per migliorare la qualità della vita dei cittadini».
La sfida del risarcimento ecologico
Gli studiosi parlano di “risarcimento ecologico”. Un’espressione che richiama la necessità di invertire processi che per decenni hanno ridotto la presenza della natura negli spazi urbani. Restituire permeabilità ai suoli, rafforzare il verde, ricostruire connessioni ecologiche e progettare spazi pubblici più resilienti non rappresentano soltanto obiettivi ambientali, ma scelte che incidono direttamente sulla qualità della vita delle persone.
A questo punto le domande diventano inevitabili. Reggio Calabria dispone di una mappatura delle aree maggiormente esposte alle isole di calore? Esiste una strategia urbana per affrontare il fenomeno? I nuovi progetti di rigenerazione tengono conto dell’adattamento climatico? E quali quartieri rischiano di pagare il prezzo più alto delle trasformazioni climatiche in corso?
Le isole di calore non hanno la visibilità di una frana o di un’alluvione. Eppure stanno già modificando il modo in cui viviamo la città. La vera sfida non sarà capire quanto caldo farà nei prossimi decenni, ma quanto Reggio sarà capace di adattarsi a un clima che è già cambiato.
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Aldea Bellantonio
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