Quello che leggerete a seguire è un delicato quanto efficace modo di porre in modo originale questioni di vita quotidiana che intersecano con decisioni pubbliche che giungono o meno a seconda della visione che si ha del territorio, dei luoghi e di chi li vive. Decisioni che possono cambiare, persino invertire un decorso che può sembrare ineluttabile, ma che tale non è. Come tutte le cose determinate da scelte umane. L’autrice dell’articolo che segue la conoscete e non ha bisogno di particolari presentazioni. E’ Chiara Saponaro, protagonista appassionata della vita civile e culturale della Città dei Sassi che, attraverso le problematiche del quotidiano tratte da una vicenda vera, affronta la questione del come si possa “restituire” qualcosa a chi si ostina a resistere ad abitare luoghi interessati a “processi di turistificazione” intensivi. Ad esempio usare i “canoni delle sub-concessioni – pensate con criteri di giustizia- o delle tasse di soggiorno” per “sostenere servizi essenziali, e incentivi ai supermercati affinché garantiscano un servizio a chi nei sassi vive.” Ma leggete come a fronte delle difficoltà di Amanda che vive nei Sassi, là dove essa prova a mettere in pratica un approccio diverso con il turismo….quali siano le cose che si potrebbero fare per andare incontro a lei e alle tante altre Amande. Attraverso “pensieri e parole” di Chiara Saponaro, per l’appunto. Buona lettura.
Vivere nei Sassi e restarne fuori. “Amanda ha i capelli bianchi che riflettono il sole e gli occhi che sorridono alla vita nonostante i vertiginosi precipizi che le hanno tolto i futuri possibili e immaginati. Amanda vive nei Sassi, in una casa in cui, quando ero piccola, si poteva vedere il cielo fuori dal suo terrazzo e dentro la sua casa, con tutte quelle lucine cucite al soffitto che disegnavano le stelle. Amanda oggi ha 82 anni e, per ragioni geografiche e più dolorose, non ha figlie e figli che vivono vicino a lei. Da quando ha l’artrosi e un’infiammazione alla gamba, Amanda deve camminare poco, per lo più restare a riposo. Quando le ho chiesto come facesse la spesa, Amanda ha sorriso – sorride sempre – e mi ha detto: “Eh è una bella domanda, sai che i supermercati non portano la spesa nei Sassi, per questo, anche se il medico mi ha detto che devo stare ferma, io la macchina la prendo lo stesso almeno per fare la spesa!” Per qualche minuto sono rimasta lì, ferma, a pensare a quante Amanda ci sono nei Sassi che, per ragioni diverse – perché hanno figli piccoli, perché accudiscono persone anziane, perché sono persone con disabilità, perché non hanno due macchine con il permesso di entrare nei Sassi, per mille altre ragioni – non accedono ai tanti servizi essenziali, tra cui persino quello più elementare: il nutrimento, la possibilità di fare la spesa. Guardo l’orologio: sono le 21.00 e ci sono ancora 29 gradi. È l’estate più fresca di quelle che verranno, e la città – i bianchi Sassi, senza verde – brucia insieme di bellezza, di caldo e di servizi mancanti. Quando i luoghi diventano cartoline, i processi di turistificazione aumentano: si finisce per pensare che sia meglio concedere pass a qualche grande macchina per accompagnare i turisti avanti e indietro, tra valigie e trasferimenti, anziché proporli a chi potrebbe fornire servizi essenziali destinati a chi nei Sassi ci vive e li tiene in vita ogni giorno. E di nuovo mi chiedo: perché, per esempio, parlando dei canoni delle sub-concessioni – pensate con criteri di giustizia- o delle tasse di soggiorno, queste risorse non vengano restituite a tutte quelle persone residenti, a tutte noi che viviamo i nostri luoghi senza volerli lasciare? Insomma, per i giocolieri del potere qualche centinaio di euro l’anno non sarebbe proprio nulla, mentre per le persone aiuterebbe a vivere meglio. Ma la cosa che più mi lascia sgomenta è che ci siamo lasciati convincere anche noi, noi gente “normale”, a credere che il turismo estrattivo al Sud sia l’unico modo per darci da mangiare. Senza accorgerci che è un turismo che risucchia energie dai territori, arricchisce pochi, precarizza il lavoro e fa salire i prezzi delle case e dei beni vitali. Proprio una bella fregatura che mentre promette lavoro restituisce spopolamento, abbandono, precarietà. Un po’ come il petrolio, un po’ come l’Ilva: lavoro che consuma gli stessi corpi che nutre. Amanda, da quando la sua casa si è svuotata, gestisce un piccolo B&B. Dice che aiuta i turisti a guardare e accarezzare il paesaggio con cura. Mi racconta, ridendo, che mentre lei restituisce storie dei nostri luoghi, qualche turista, tornando dal centro, le porta la spesa. Amanda, senza dirlo, pratica già un’altra idea di turismo. Perché il turismo, il lavoro, la ricchezza redistribuita in servizi alla città non sono sogni, sono facili scelte politiche. Amanda resiste tra le chianche scivolose, come chi abita i Sassi e li custodisce ogni giorno. Per Amanda i Sassi sono uno sguardo che si allunga verso la Murgia fino a toccare il cielo, uno sguardo che la riconnette al passato e ci tiene ancora legati, come un cordone ombelicale invisibile, a una storia più antica di noi. Amanda è la cittadinanza e chiede una cosa facilissima da cui partire: possiamo cominciare concretamente a usare le risorse del turismo, anche quelle che arrivano da chi sui Sassi guadagna – secondo criteri progressivi e proporzionati al reddito e ai profitti generati -, per sostenere servizi essenziali, e incentivi ai supermercati affinché garantiscano un servizio a chi nei sassi vive? Ecco, questo genererebbe anche lavoro e un circolo virtuoso che potrebbe e dovrebbe estendersi ad altri servizi. Ad “Amanda”, il cui nome è puramente inventato, la storia invece è vera, e a tutte le altre Amanda, a tutte e tutti noi che crediamo in una città e in un’economia più giusta.” (NB. Immagine di copertina generata con l’AI)
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Vito Bubbico
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