C’è una frase che, più di ogni statistica, racconta il cuore del lavoro di Ezio Granchelli, amministratore delegato di Stone S.p.A., ospite della nuova puntata di Money Vibez Stories, il vodcast di QN – Quotidiano Nazionale dedicato alle storie di impresa. La più grande minaccia per la sicurezza sul lavoro, spiega Granchelli, non è un macchinario difettoso o una procedura mancante. È la falsa consapevolezza che, siccome finora non è successo nulla, non succederà mai.
È una battaglia culturale prima ancora che tecnica, e Stone S.p.A., società marchigiana specializzata in sicurezza sul lavoro e consulenza aziendale, la combatte ogni giorno affiancando migliaia di imprese italiane.
Nell’intervista, Granchelli mette sul tavolo un dato che il grande pubblico conosce meno rispetto agli infortuni mortali: le malattie professionali, quelle che si manifestano nell’arco di anni o decenni, sono in crescita costante, anche se fanno meno notizia.
Il paese delle microimprese e il divario tra carta e realtà
Uno dei passaggi più illuminanti della conversazione riguarda la struttura stessa del tessuto produttivo italiano. Circa il 95% delle imprese ha meno di dieci dipendenti, spiega Granchelli, il che significa che nella maggior parte dei casi non si tratta di aziende strutturate ma di realtà artigiane, guidate da un titolare che è al tempo stesso commerciale, tecnico e operativo. In questo contesto, la sicurezza sul lavoro si scontra con l’urgenza del quotidiano: produzione, clienti, problemi da risolvere oggi. Il risultato è che la maggior parte delle aziende italiane è formalmente a norma, con una valutazione dei rischi sulla carta, ma lo scarto tra ciò che viene scritto e ciò che viene davvero applicato resta enorme.
Da qui nasce la missione che Stone S.p.A. si è data: non limitarsi a certificare la conformità formale, ma accompagnare le imprese in un percorso di crescita in cui la sicurezza sia la conseguenza naturale di un’azienda sana, e non un adempimento imposto dall’esterno.
Da consulente per conto terzi a 200 persone in gruppo
Granchelli racconta le origini di Stone con una franchezza rara. Nel 2009, già consulente per un’importante realtà del settore, sente il bisogno di costruire qualcosa di proprio. Ha 28 anni, una figlia in arrivo di cui ancora non sa nulla, e decide comunque di lasciare un posto di lavoro sicuro.
Parte da zero, coinvolgendo amici sia sul fronte tecnico che su quello commerciale, in un periodo tutt’altro che favorevole: l’azienda nasce a ridosso della crisi dei subprime. Oggi il gruppo Stone conta circa 200 persone, ma Granchelli è chiaro su un punto: il momento in cui un imprenditore può dire “ce l’ho fatta” non arriva mai davvero, perché ogni obiettivo raggiunto ne genera immediatamente uno più grande.
Perché la formazione, da sola, non basta
Un passaggio particolarmente diretto dell’intervista riguarda l’efficacia reale della formazione obbligatoria sulla sicurezza. Granchelli non usa mezzi termini: il problema della falsificazione dei corsi è oggi diffuso, e le istituzioni preposte ai controlli, come l’ispettorato del lavoro o le ASL, non hanno il mandato per verificare se la formazione abbia effettivamente avuto luogo, a meno di un’indagine della magistratura. Un corso che dovrebbe durare otto ore può durare meno, o non svolgersi affatto.
Ma il punto più profondo è un altro: la vera formazione, dice Granchelli, dovrebbe cambiare le convinzioni delle persone, perché solo un lavoratore che ha davvero interiorizzato una regola si comporterà correttamente anche quando nessuno lo osserva. Durante l’intervista, come esempio, si riporta quanto avvenuto durante il terremoto dell’Aquila, quando anche chi conosceva perfettamente le regole di comportamento ha finito per fare esattamente il contrario di ciò che gli era stato insegnato. La risposta di Granchelli è netta: nel mezzo, tra il sapere e il fare, ci sono le emozioni, il panico, la paura. Per questo la gestione dell’emergenza deve passare attraverso prove pratiche frequenti, il più possibile simili alla realtà, e non solo attraverso la teoria.
La fotografia di una madre e l’eredità della responsabilità
Il momento più intimo della conversazione arriva quando a Granchelli viene chiesto di mostrare un oggetto o una foto personale. Sceglie un’immagine rubata della madre, scomparsa da tempo, che tiene in braccio sua figlia il giorno della sua nascita. Una foto scattata poco prima che la donna affrontasse un ciclo di chemioterapia. Granchelli racconta di aver riscoperto quello scatto anni dopo, scorrendo vecchie foto sul telefono, e di aver riconosciuto in quel volto una serenità che allora non aveva colto: la consapevolezza di una madre che sapeva di aver dato ai propri figli tutti gli strumenti per farcela da soli.
È un’immagine che Granchelli collega direttamente alla sua visione imprenditoriale: la responsabilità di un imprenditore, dice, è mettere in condizione le proprie aziende clienti, e i propri collaboratori, di poter fare a meno di lui. Non lasciare il problema nelle mani di chi si serve, ma costruire autonomia.
La maglia della Juventus comprata dieci mila lire al mese
Il secondo oggetto scelto per l’intervista è una maglia della Juventus, stagione 1995-96, quella della Coppa dei Campioni. Cresciuto in una famiglia umile, trasferitosi da adolescente a San Benedetto del Tronto, dove vive tuttora, Granchelli racconta di aver messo da parte per otto mesi la paghetta della nonna, diecimila lire al mese, senza spendere nulla, pur di comprare prima la maglia, poi i pantaloncini, infine i calzettoni, per non sentirsi diverso dai nuovi amici che giocavano a calcetto con completi firmati. Un oggetto che, dice, gli ricorda ancora oggi il valore della perseveranza.
Da tecnico a manager: la sfida di far fare le cose agli altri
Granchelli descrive con lucidità la transizione più difficile per chi guida un’azienda cresciuta rapidamente: passare dal fare al far fare. Un buon manager, spiega, non è quello che lavora di più, ma quello che riesce a far lavorare bene gli altri, anche accettando che il risultato ottenuto da un collaboratore all’80% delle proprie aspettative sia comunque migliore del 100% fatto da soli.
Racconta anche un proprio errore, un periodo in cui la gestione diretta dell’ufficio tecnico lo aveva portato a irrigidire i rapporti con il reparto commerciale, un errore di visione che i suoi soci gli hanno fatto notare, e da cui dice di aver imparato molto.
Un’agenda scandita da rispetto dei ruoli e tempo per pensare
Nella parte finale della conversazione, dedicata all’agenda settimanale, Granchelli descrive un metodo di lavoro fondato sulla pianificazione condivisa attraverso strumenti di project management, incontri settimanali o mensili con i vari team, e un principio che ritiene non negoziabile: rispettare le linee gerarchiche, senza scavalcare i responsabili diretti dei collaboratori.
La sua porta, dice, è sempre aperta per chi riporta direttamente a lui, ma protegge con cura anche i momenti vuoti in agenda, quelli dedicati a pensare, che considera sacri.
Dove sarà Stone tra dieci anni
Alla domanda su dove vede la sua azienda nel futuro, Granchelli risponde con un’ambizione precisa: non vuole che Stone si limiti a dire ai datori di lavoro cosa cambiare, lasciandoli poi soli davanti al costo dell’adeguamento. L’obiettivo è diventare la prima realtà in Italia capace di affiancare le imprese anche sul piano imprenditoriale, aiutandole a trovare le risorse necessarie per fare davvero sicurezza sul lavoro, non solo per apparire in regola.
Un’intervista che intreccia visione industriale, memoria personale e una riflessione tutt’altro che scontata su cosa significhi, davvero, prendersi cura delle persone che lavorano.
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