Il BIM e la gestione informativa digitale sono entrati stabilmente nel dibattito sulle opere pubbliche e private. Non sono più considerati semplici strumenti di modellazione, ma componenti di un sistema che coinvolge programmazione, progettazione, affidamento, esecuzione e gestione dell’opera.
La loro applicazione concreta, tuttavia, procede a velocità molto diverse.
È quanto emerge dal rapporto “La digitalizzazione e gestione informativa delle opere pubbliche e private in Italia”, promosso dal Gruppo di lavoro BIM del Consiglio Nazionale degli Ingegneri e presentato nel corso dell’evento “BIM e Gestione informativa delle Opere Pubbliche”, organizzato presso la sede del CNI. Il dossier analizza competenze, formazione, standard tecnici, certificazioni professionali, software, ambienti di condivisione dati e livello complessivo di maturità digitale degli ingegneri italiani.
Il quadro che ne risulta può essere sintetizzato in una contraddizione: il BIM è ritenuto importante, ma non è ancora diventato una pratica ordinaria e sistemica.
Interesse elevato, esperienza ancora limitata
Nel campione analizzato il 49,6% si dichiara molto interessato alla digitalizzazione delle opere e il 35,7% abbastanza interessato. Complessivamente, dunque, l’interesse supera l’85%.
La pratica professionale racconta però una storia diversa: negli ultimi cinque anni soltanto il 20,6% si è occupato abitualmente di digitalizzazione e gestione informativa, il 36,1% lo ha fatto saltuariamente e il 43,3% non ha maturato alcuna esperienza.
La digitalizzazione sembra quindi essere riconosciuta sul piano culturale, ma non ancora incorporata nei flussi di lavoro. Il BIM viene spesso percepito come un’opportunità futura o come una competenza specialistica, più che come una modalità ordinaria di organizzare le informazioni di progetto.
Competenze BIM avanzate soltanto per il 7,1%
Il dato più critico riguarda il livello delle competenze.
Solo il 7,1% degli ingegneri dichiara conoscenze BIM avanzate. Il 21,4% possiede competenze intermedie, mentre il 50,4% le definisce frammentate e non sufficienti. Un ulteriore 21,2% non possiede alcuna competenza.
In totale, oltre il 71% del campione non dispone delle condizioni minime per utilizzare la metodologia BIM con piena autonomia operativa.
Il rapporto evidenzia inoltre un forte divario generazionale. La quota di competenze avanzate raggiunge l’11,9% tra gli under 40, scende al 3,9% nella fascia tra 41 e 55 anni e si ferma al 3% tra gli over 55.
Altrettanto evidente è la differenza tra i contesti organizzativi: nel settore privato e nelle organizzazioni non profit le competenze avanzate arrivano al 12,9%, contro il 3% del settore pubblico. Negli studi associati e nelle società la percentuale è del 7,7%, mentre negli studi individuali si ferma al 4,5%.
Il BIM si sviluppa quindi con maggiore facilità dove esistono organizzazioni capaci di distribuire ruoli, sostenere gli investimenti e condividere conoscenze. Il professionista isolato e l’amministrazione meno strutturata rischiano invece di restare ai margini della transizione.
Norme e standard: conoscenza ancora superficiale
La debolezza non riguarda soltanto l’utilizzo dei software, ma anche il sistema di norme e standard su cui si fonda la gestione informativa.
Soltanto il 14,3% conosce nel dettaglio la UNI 11337; il 49,4% ne ha sentito parlare, mentre il 36,3% non la conosce. Anche in questo caso la distanza generazionale è marcata: la conoscenza approfondita raggiunge il 24,8% tra gli under 40, scende all’8,6% tra i 41-55enni e al 6,4% tra gli over 55.
Tra gli standard internazionali, l’IFC presenta una diffusione relativamente maggiore, soprattutto tra i più giovani. Restano invece pressoché sconosciuti gli strumenti più avanzati per la collaborazione e la strutturazione dei requisiti informativi: soltanto il 2,4% dichiara di conoscere e utilizzare il bSDD e il 3,3% l’IDS.
Il risultato è una conoscenza “a piramide”: relativamente ampia sui concetti generali, molto più ristretta quando si passa all’interoperabilità, ai requisiti informativi e alla gestione strutturata dei dati.
Formazione BIM: molta disponibilità, poca partecipazione
Negli ultimi due anni soltanto il 34,5% degli intervistati ha seguito una specifica attività formativa sul BIM. Il restante 65,5% non ha effettuato alcun aggiornamento dedicato.
La partecipazione è più elevata tra i dipendenti, pari al 46,7%, rispetto al 31,2% dei liberi professionisti e consulenti. Tra questi ultimi, quasi sette su dieci non hanno seguito corsi specifici nel periodo considerato.
Il dossier mette in evidenza un ulteriore paradosso: oltre il 90% si dichiara disponibile a intraprendere percorsi formativi, ma la partecipazione effettiva resta ferma al 34,5%. La disponibilità è spesso condizionata dalla gratuità dei corsi, dall’organizzazione da parte del datore di lavoro o dalla compatibilità con l’attività professionale.
Anche l’autovalutazione conferma il ritardo: il 35,9% dichiara di non aver mai approfondito il BIM e il 22,1% di essersi avvicinato al tema solo recentemente. Il 12,4% possiede una formazione concentrata sulla modellazione, mentre appena il 2,4% dichiara competenze specifiche nella gestione informativa.
La formazione, dunque, non può limitarsi all’apprendimento di un programma di authoring. Occorre sviluppare competenze su processi, requisiti informativi, coordinamento, verifica dei modelli, interoperabilità e gestione collaborativa dei dati.
Commesse BIM: oltre la metà non ne ha mai svolta una
La distanza tra conoscenza teorica e mercato emerge chiaramente analizzando la partecipazione alle commesse.
Il 51,6% degli ingegneri dichiara di non aver mai preso parte a una commessa in cui sia stata applicata la metodologia BIM. Il 31,7% ha avuto questa esperienza soltanto in alcuni casi, mentre appena il 16,7% risulta coinvolto “spesso” o “sempre”.
L’esperienza è più frequente tra i dipendenti del settore privato e tra i professionisti che operano in società, STP e studi associati. Nel settore pubblico e negli studi individuali prevalgono invece l’assenza di esperienza o un utilizzo episodico.
Il BIM appare quindi ancora legato alla dimensione e alla capacità organizzativa del soggetto che lo adotta, anziché essere una metodologia capillarmente distribuita.
I vantaggi sono riconosciuti, ma il BIM è ancora considerato “per grandi opere”
Gli ingegneri riconoscono soprattutto al BIM la capacità di anticipare le decisioni progettuali, vantaggio indicato dal 57,9% del campione. Seguono il miglioramento della gestione del cantiere, con il 38,1%, e della gestione del costruito, con il 34,3%.
Solo il 42,8%, tuttavia, considera il BIM applicabile a qualunque tipologia di progetto. Il 20,8% continua ad associarlo prevalentemente alle opere di grandi dimensioni e il 15,9% agli interventi di nuova costruzione.
Questa percezione rischia di ridurre la gestione informativa a uno strumento “speciale”, da attivare soltanto nelle commesse più importanti, anziché considerarla un metodo proporzionabile alla complessità di qualsiasi intervento, compresi manutenzione, recupero e gestione del patrimonio esistente.
È invece relativamente favorevole l’atteggiamento verso l’e-permit, ossia l’eventuale gestione di titoli abilitativi, autorizzazioni e pareri sulla base di modelli informativi: il 64,8% si dichiara molto o abbastanza favorevole, anche se resta una quota del 35,2% ancora critica o scettica.
Il principale ostacolo? Le competenze delle stazioni appaltanti
Secondo il 56,7% degli intervistati, uno dei principali fattori che frenano la diffusione del BIM è la carenza di competenze nelle stazioni appaltanti.
Il problema, quindi, non viene ricondotto soltanto ai costi dei programmi o alle difficoltà tecniche. Gli ingegneri individuano soprattutto ostacoli di carattere organizzativo: assenza di strategie, procedure non definite, frammentazione delle responsabilità e difficoltà nel governare e valorizzare i dati prodotti.
Il tema è particolarmente delicato nelle opere pubbliche. La committenza dovrebbe definire esigenze, requisiti informativi e obiettivi del processo, ma il rapporto evidenzia come proprio il settore pubblico presenti i livelli più bassi di competenza, dotazione software e maturità organizzativa.
Software BIM: oltre un’organizzazione su due è impreparata nel settore pubblico
Quasi la metà del campione, il 46,8%, non dispone di software per la modellazione BIM. La percentuale sale al 60,4% per i software destinati al controllo e alla verifica dei modelli. Il 52% non ha inoltre predisposto un piano per l’acquisizione di hardware e software dedicati.
Il divario pubblico-privato è netto.
Il 56,9% degli ingegneri che lavora in enti pubblici dichiara di non disporre di alcuna dotazione BIM, contro il 36,1% del privato. Soltanto il 4% del settore pubblico considera il BIM uno strumento fondamentale nell’attività ordinaria, mentre nel privato la percentuale sale al 17,6%.
La disponibilità di software, da sola, non garantisce naturalmente la digitalizzazione. La loro assenza impedisce però anche di avviare sperimentazioni, consolidare competenze e costruire processi interni.
Investimenti BIM ancora senza pianificazione
Il 43,8% degli intervistati dichiara che la propria organizzazione non destina alcuna quota specifica di budget alla modellazione BIM. Un ulteriore 27,7% non è in grado di quantificare l’investimento.
Più del 70% del campione si trova quindi in una condizione di assenza di investimenti o di scarsa consapevolezza della spesa digitale. Soltanto il 9,5% destina al BIM tra il 5% e il 10% del budget e appena l’1,2% supera il 25%.
Le differenze organizzative sono rilevanti: il 57,4% degli studi individuali non investe alcuna quota nella digitalizzazione, contro il 35,4% degli studi associati e delle società.
Il ritardo non è quindi soltanto culturale, ma anche economico e dimensionale. Le strutture più piccole hanno maggiori difficoltà a sostenere contemporaneamente costi di formazione, software, hardware e riorganizzazione interna.
ACDat e CDE: la collaborazione digitale non è ancora strutturale
L’ambiente di condivisione dati rappresenta uno degli elementi centrali della gestione informativa, perché consente di organizzare, tracciare, approvare e rendere disponibili documenti e modelli durante il ciclo di vita dell’opera.
Eppure il 57,7% degli intervistati non ha mai utilizzato un ACDat/CDE. Il dato sale al 74,8% negli studi individuali e nelle forme non organizzate, contro il 58,6% degli studi associati e delle società. L’utilizzo sistematico resta marginale in entrambi i casi.
Quando viene impiegato, il CDE serve principalmente per scambiare elaborati e modelli editabili, gestire documenti non editabili e controllare i flussi di approvazione.
Il dato suggerisce però che la digitalizzazione sia ancora concentrata sulla produzione tecnica, senza aver trasformato pienamente le modalità di collaborazione, validazione e gestione delle informazioni.
Certificazioni BIM: interesse alto, diffusione bassa
Solo l’8,8% degli ingegneri intervistati possiede una certificazione professionale in ambito BIM. Il 42,9% dichiara però di essere interessato a conseguirla.
La percentuale di certificati è pari al 9,6% tra i dipendenti e al 7,6% tra i liberi professionisti. La disponibilità potenziale alla certificazione supera invece il 44% in entrambi i gruppi.
La certificazione non è ancora un requisito abituale del mercato: tra i liberi professionisti il 72,7% non ha mai ricevuto una richiesta di possesso di una certificazione BIM per partecipare a una commessa. La domanda è più frequente nelle società e negli studi associati, dove assumono maggiore importanza i profili di BIM Manager e BIM Coordinator.
Una maturità digitale ancora basata su e-mail e documenti
La parte conclusiva del dossier fotografa le modalità con cui le informazioni vengono effettivamente scambiate nelle organizzazioni.
Nel 52,4% dei casi le informazioni sono trasmesse soprattutto tramite e-mail e i file non derivano da modelli informativi. Il 18,4% utilizza prevalentemente l’e-mail, ma produce almeno i principali elaborati grafici dai modelli.
Soltanto il 12,7% opera con elaborati prevalentemente ricavati o collegati a modelli e appena il 9% scambia le informazioni quasi esclusivamente attraverso modelli informativi. Nel 7,5% dei casi la carta resta ancora il mezzo preferenziale per le comunicazioni ufficiali interne.
Nel settore pubblico la situazione è ancora più arretrata: il 67% comunica prevalentemente via e-mail senza un utilizzo strutturato dei modelli, contro il 48,4% del settore privato. Le modalità più mature di scambio raggiungono il 19,4% nel privato e soltanto il 6,7% nel pubblico.
Il modello informativo non è dunque ancora il centro del processo. Nella maggior parte delle organizzazioni resta un supporto accessorio inserito in flussi prevalentemente documentali.
Quanto tempo servirà per completare la transizione?
Il 57,9% degli ingegneri ritiene insufficienti gli sforzi messi in campo dalla propria organizzazione.
Soltanto il 4% pensa che un adeguato livello di maturità digitale possa essere raggiunto entro un anno; il 15,5% indica un orizzonte di cinque anni, mentre il 22,6% ritiene che servirà ancora più tempo. Nel settore pubblico gli sforzi sono considerati insufficienti dal 62,2%, contro il 49,7% del privato.
La transizione non viene quindi percepita come un adeguamento rapido, ma come un percorso pluriennale che richiede cambiamenti nelle competenze, nella struttura delle organizzazioni e nella governance dei progetti.
Cosa serve per accelerare la digitalizzazione
Le priorità indicate dagli ingegneri sono particolarmente significative: la formazione è indicata dall’82,2% del campione, lo sviluppo di procedure interne dal 58,1%, la crescita della consapevolezza della proprietà o della direzione dal 52,1% e l’acquisizione di hardware e software dal 45,3%.
I professionisti attribuiscono quindi maggiore importanza al capitale umano e all’organizzazione che all’acquisto delle tecnologie.
Un maggiore impegno viene richiesto innanzitutto ai tecnici incaricati, indicati dal 69,8% dei dipendenti e dal 75,4% dei liberi professionisti. Seguono le committenze pubbliche e le imprese esecutrici.
Dal software al processo: la vera sfida del BIM
Il dossier CNI mostra che il ritardo dell’ingegneria italiana non dipende esclusivamente dalla mancanza di programmi informatici.
Il problema principale è la difficoltà di trasformare strumenti e modelli in processi organizzati, collaborativi e interoperabili. Finché le informazioni continueranno a circolare prevalentemente tramite e-mail, documenti isolati e procedure non coordinate, il BIM resterà un’attività specialistica o episodica.
La transizione digitale sarà realmente compiuta quando il modello informativo diventerà il riferimento comune per decisioni, verifiche, approvazioni e gestione del ciclo di vita dell’opera.
Il rapporto individua quindi una direzione precisa: non basta aumentare il numero delle licenze software. Servono formazione accessibile, procedure interne, investimenti programmati, ambienti di condivisione dati, competenze nelle stazioni appaltanti e una maggiore integrazione tra committenze, progettisti e imprese.
La sfida non consiste semplicemente nell’“usare il BIM”, ma nel passare dalla produzione di file alla gestione strutturata dell’informazione. È su questo passaggio che si misureranno, nei prossimi anni, la competitività della professione tecnica e la capacità del settore delle costruzioni di governare davvero la trasformazione digitale.
Inserirei il seguente passaggio dopo la sezione “Cosa serve per accelerare la digitalizzazione” e prima delle conclusioni, così da collegare le criticità rilevate dal CNI alle risposte già disponibili per professionisti e stazioni appaltanti.
Il contributo di ACCA software alla diffusione dell’openBIM
Le esigenze evidenziate dal rapporto CNI — formazione, interoperabilità, ambienti collaborativi, procedure organizzate e qualificazione delle competenze — coincidono con gli ambiti sui quali ACCA software opera da anni per favorire la diffusione del BIM in Italia.
L’impegno non riguarda soltanto lo sviluppo di applicazioni per la progettazione, ma la costruzione di un ecosistema openBIM capace di accompagnare professionisti, imprese e pubbliche amministrazioni lungo l’intero ciclo di vita dell’opera.
ACCA è membro multinazionale di buildingSMART International e ha sviluppato numerose soluzioni certificate per l’interoperabilità IFC, contribuendo alla diffusione di processi basati su formati aperti e non legati a un unico software di authoring.
L’offerta comprende software di BIM authoring e strumenti specialistici per i diversi ambiti dell’edilizia, oltre a usBIM, la piattaforma di BIM management attraverso la quale è possibile organizzare modelli, documenti, dati e attività in un unico ambiente collaborativo. La piattaforma può essere utilizzata come ACDat/CDE, supportando la condivisione controllata delle informazioni, la gestione delle versioni, i flussi di approvazione e la collaborazione tra i soggetti coinvolti nella commessa. Alle stazioni appaltanti sono inoltre rivolte soluzioni specifiche per la gestione informativa digitale degli appalti e piani formativi personalizzati.
L’approccio openBIM consente di lavorare su modelli IFC indipendentemente dall’applicazione con cui sono stati prodotti, integrando funzioni di controllo, validazione e coordinamento basate anche su BCF, IDS e bSDD. In questo modo l’ACDat non si limita a essere un archivio di file, ma può diventare l’infrastruttura operativa nella quale governare dati, responsabilità, revisioni e processi decisionali.
Un altro fronte strategico è quello della formazione e della certificazione delle competenze BIM. Dal 2019 ACCA software collabora con ICMQ per la somministrazione degli esami relativi alle figure professionali previste dalla UNI 11337-7. A questa esperienza si è aggiunto l’accordo con la Fondazione del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, finalizzato a sostenere la certificazione dei professionisti che operano con il Building Information Modeling.
I percorsi formativi sono differenziati in funzione dei ruoli e possono preparare alle attività di BIM Specialist, BIM Coordinator e BIM Manager, oltre ad affrontare la gestione informativa nelle pubbliche amministrazioni. L’obiettivo non è soltanto insegnare l’utilizzo di un software, ma consolidare conoscenze tecniche, normative e operative utili anche per affrontare l’esame di certificazione.
Il quadro delineato dal CNI conferma quindi la necessità di un’azione integrata: strumenti openBIM, ACDat realmente collaborativi, formazione continua e certificazione delle competenze devono procedere insieme.
È proprio nell’integrazione tra tecnologia, processi e capitale professionale che si colloca il contributo di ACCA software alla maturazione digitale del settore italiano delle costruzioni.
Indirizzo articolo: https://biblus.acca.it/notizie/bim-e-digitalizzazione-lingegneria-italiana-viaggia-ancora-a-due-velocita/
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Sergio Volpe
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