Il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, è stata ospite della redazione di Quotidiano Nazionale, a Bologna, per una intervista con la direttrice Agnese Pini. Quello che segue è il resoconto dei temi trattati.
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Ministro Bernini, qual è il significato politico e quali contraccolpi sul governo potranno esserci dopo quanto successo con il voto sulla legge elettorale?
“L’opposizione evoca ogni giorno la fine del mondo per un Paese che ha invece bisogno di crescere e di splendere. Sono segnali da prendere in considerazione, ma la cosa importante è che la legge elettorale è stata approvata e garantisce stabilità: chi vince si assume la responsabilità di governare e ha la forza per farlo”.
La storia recente d’Italia ha dimostrato la pericolosità del voto segreto…
“All’epoca della decadenza del presidente Berlusconi in Giunta per le autorizzazioni, si volle il voto palese proprio perché tutti temevano che nel segreto dell’urna qualcuno esprimesse qualcosa di diverso”.
Cosa può succedere ora nella coalizione con Vannacci?
“Credo che Vannacci una scelta l’abbia già fatta. In Parlamento ha messo insieme un piccolo drappello e ha sempre votato con la sinistra, anche sulla legge elettorale. Lavora per indebolire il governo, quindi in questo momento Vannacci sta a sinistra. Non con noi”.
Quando si andrà al voto?
“Il nostro obiettivo è arrivare alla chiusura naturale della legislatura, intorno a settembre-ottobre. Questo periodo mi serve per tirare le somme di 4 anni di lavoro. Abbiamo riformato in parte Medicina con gli studenti, trasformato l’alta formazione artistica in laurea e riformato il reclutamento dei professori. Stiamo anche chiudendo gli housing universitari legati al Pnrr: a differenza delle opposizioni che andavano nelle tende a solidarizzare con i ragazzi contro il caro affitti, noi abbiamo aperto i cantieri degli studentati”.
Che numeri abbiamo sugli studentati?
“Il target è 60mila posti letto. Ad agosto chiuderemo i primi 35mila per arrivare al completamento nel 2027, più altri 2mila direttamente tramite le università. Inauguriamo due o tre studentati alla settimana e a settembre i ragazzi ci entreranno”.
Qual è il bilancio della sua riforma di Medicina?
“Nel 2022 ho trovato un quiz istantaneo fuori dalle università: 90mila ragazzi per soli 10mila posti, con 80mila fantasmi costretti a pagare corsi privati costosi. Abbiamo invertito il paradigma: ora tutti possono iscriversi a un semestre filtro gratuito in cui siamo noi a formarli. Il sistema si è stabilizzato con gli studenti e oggi l’80-90% dei ragazzi è dentro: chi non supera il filtro viene orientato verso materie affini o professioni sanitarie. È una riforma con una forte valenza sociale ed equa: tutti uguali ai blocchi di partenza, a prescindere dalle condizioni economiche della famiglia”.
Questo risponde alle critiche sul merito accessibile?
“È una rivoluzione che per 25 anni tutti hanno promesso e nessuno ha mai fatto. Le opposizioni l’hanno criticata ostinatamente, ma i 4-5mila ricorsi presentati si sono sgonfiati. Mi dispiace solo per i soldi spesi: con i 4-5 milioni di euro usati per fare ricorsi poi respinti, avremmo potuto costruire un ospedale”.
C’è stato un disegno politico dietro questo fiorire di ricorsi?
“Non so cosa ci fosse dietro, ma lo considero in parte fisiologico. Mi dispiace solo che gli avvocati abbiano illuso le famiglie. Una volta visti i numeri reali, abbiamo creato un tavolo con gli studenti che hanno frequentato il semestre: ci hanno segnalato cosa non andava e abbiamo rimappato la procedura. In più ho voluto coinvolgere i docenti delle superiori nella preparazione dei testi per evitare che il passaggio all’università fosse traumatico”.
Parliamo del Tecnopolo di Bologna e dell’impatto dell’IA nelle università.
“L’IA è già nella nostra vita. Con il supercalcolatore Leonardo l’Italia non è più solo consumatrice, ma sviluppatrice di IA. C’è sempre l’intelligenza umana che programma gli algoritmi e ne governa i risultati per applicarli a medicina predittiva, nuovi farmaci, clima e agricoltura di precisione. Dal Covid in poi il mio ministero ha investito 11 miliardi in infrastrutture di ricerca, di cui 800 milioni per il supercalcolo e la sicurezza dei dati. Difendere i dati significa garantire la sovranità tecnologica del Paese. Sono i fondi spesi meglio in assoluto”.
Esiste una formula contro la ferita della fuga dei cervelli?
“Che i ricercatori vadano all’estero è naturale. La sfida è dare loro ragioni per tornare creando opportunità qui, attraverso ecosistemi di ricerca che uniscono università, imprese e territori con ricadute sul lavoro. Il vero ostacolo sono i salari italiani più bassi, che incentivano l’uscita. Io posso finanziare la ricerca, ma le imprese dovrebbero dare stipendi più cospicui: nessuno deve lavorare gratis”.
Che cos’è che non è riuscita a fare in questa legislatura?
“Una marea di cose. Avrei voluto controllare meglio da subito i meccanismi ministeriali, dove la struttura burocratica conta quasi più del ministro. Avrei voluto favorire di più l’internazionalizzazione con più corsi ininglese e spagnolo. La nostra formazione pubblica è eccellente, migliore di alcune università anglo-americane che dominano i ranking ma hanno budget diversi. Quest’anno abbiamo portato il fondo di finanziamento ordinario al record di 9 miliardi e mezzo e stanziato 1 miliardo e 200 milioni sulla ricerca triennale per dare certezze ai ricercatori. Avrei voluto anche portare più impresa negli atenei. Dobbiamo portare l’alto artigianato italiano nel mondo delle nuove tecnologie senza perdere l’intelligenza delle mani. L’Italia ha una storia e una genetica che la rende straordinaria, e questo è parte della nostra formazione”.
(testo a cura di Francesca Lequaglie)
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