Un “Pastore’’ e un Profeta della lotta per i diritti. Il Monaco Bianco ‘’pioniere’’con Martin Luther King


Non è la prima volta che Gianni Maragno, ricercatore di storia locale, torna sulla figura di Luigi Loperfido detto “il Monaco Bianco’. Per alcuni controversa, per altri di una coerenza esemplare nonostante sofferenze e delusioni che anticipo’ di molto quel calderone di eventi che caratterizzano il secolo delle guerre,delle lotte operaie e contadine, delle rivoluzioni e delle dittature. Di lui si ricorderanno, esperienza americana a parte, intuizioni sulla cultura del cambiamento e, soprattutto quello che fece nel 1902 con la Lega dei contadini con una protesta che portò a una intesa tradita dai proprietari terrieri (nessuna meraviglia), dall’uccisione di un fedele collaboratore e da un processo che stentò a far venire fuori le responsabilità dei mandanti. Loperfido dovette lottare anche contro la delusione della malafede, dell’ignoranza e degli opportunisti di quanti aveva guidato senza risparmiarsi, fino alla scelta di abbracciare la fede cristiana “battista’’ che lo portarono a operare a fin di bene per gli ultimi. Aveva una speranza, come fece nel secondo dopoguerra un altro pastore battista statunitense: Martin Luther King. L’attivista dei diritti civili che aveva un sogno ‘’i have dream…’’ Loperfido l’aveva vagheggiato sessant’anni prima. Non sarebbe male se le due figure fossero ricordato con una doppia iniziativa in Italia, a Matera, e ad Atlanta in Georgia ( Stati Uniti)

Fu il profeta degli ultimi
A cinquant’anni da Novecento, il capolavoro cinematografico di Bernardo Bertolucci, emerge con forza l’esigenza di chiarezza: è davvero lo stesso Novecento quello del Sud? Oppure, nelle campagne meridionali, si è svolta una storia diversa, rimasta ai margini della rappresentazione nazionale e bisognosa di essere finalmente riconosciuta?
Nel panorama del Novecento meridionale, ancora oggi trascurato dal cinema e dalla grande narrazione nazionale, la figura di Luigi Loperfido, detto il Monaco Bianco, emerge come una delle più originali e sorprendenti. Nato a Matera nel 1876, emigrò giovanissimo a New York, dove mostrò un precoce talento artistico: una sua scultura raffigurante il presidente Jefferson venne esposta all’Expo di Parigi del 1900. La sua riflessione della bellezza lo condusse a immaginare una società fondata sull’“anarchia estetica”, nella quale l’arte, intesa come espressione più alta dell’animo umano, avrebbe potuto generare un ordine sociale libero da norme e condizionamenti, regolato dal merito creativo.
Da questa visione nacque il progetto delle scuole del bello, destinate ai bambini poveri dotati di talento artistico. Per realizzarlo, Loperfido tornò in Italia con il solo “cavallo di San Francesco”, vestito come un antico ateniese, con un lenzuolo bianco e sandali di legno, attraversando Lazio e Toscana e invitando alla donazione generosa nelle conferenze che teneva.
La durezza dei tempi, tuttavia, impedì la realizzazione del suo ambizioso disegno. Rientrato a Matera, trovò una povertà estrema: pastori, braccianti e contadini vivevano in condizioni di ristrettezze estreme, privi di diritti, istruzione e rappresentanza.
In quel mondo sospeso tra miseria e fatalismo, Loperfido comprese che l’arte, da sola, non bastava a “risollevare le sorti di un intero popolo che soffre”. Fu accolto come un profeta e, da profeta, agì: organizzò leghe contadine, fondò circoli socialisti, predicò l’uguaglianza e la responsabilità morale, trasformando la sua esperienza artistica e spirituale in un motore di emancipazione civile.

La sua azione culminò nel grande sciopero di Matera del 28 giugno 1902, durante il quale perse la vita Giuseppe Rondinone, suo fidato collaboratore. Quella morte segnò profondamente la Lega di resistenza e lavoro e rivelò quanto radicale fosse la frattura sociale che Loperfido cercava di colmare.
La sentenza del processo, che condannò moralmente i proprietari terrieri per aver tradito il concordato stipulato con la Lega, portò alla scarcerazione del Monaco Bianco e dei suoi contadini.
Tuttavia, quell’episodio segnò anche la fine della sua stagione politica: ingannato da parte della sua stessa base, Loperfido intraprese la via della fede battista. Divenne pastore e fondò la chiesa di Matera; sposò Claudine Morrison Jane, donna colta che parlava quattro lingue e che, come una moderna Sara biblica, dedicò la vita al marito e alla comunità, insegnando gratuitamente a leggere e scrivere ai figli dei contadini poveri. La sua leadership non fu soltanto politica: fu anche filosofica. Insegnò che la libertà non è concessione dall’alto, ma conquista collettiva; che la dignità nasce dall’istruzione; che la fede, se autentica, non consola ma mobilita.
Il contesto in cui operò è stato descritto con lucidità da studiosi come Michele Gerardo Pasquarelli e Nino Calice. Pasquarelli mostrò come la contrapposizione meridionale non fosse una semplice “lotta di classe”, ma un conflitto più profondo, antropologico, segnato da un odio antico tra cafoni e galantuomini. Calice, dal canto suo, invitava a “penetrare nel mondo contadino con una logica interna, più antropologica che storica”, senza prestargli voci esterne, politiche o letterarie. L’Italia, secondo lui, non aveva ancora compiuto quell’operazione culturale che altrove — in Giappone con la Ballata del Fujiyama o in Francia con Le Roy Ladurie — aveva rivoluzionato la comprensione delle campagne. Da noi, scriveva, si continuava a leggere il mondo rurale attraverso filtri ideologici, come nel pur celebre film di Olmi. Occorreva invece rispettare quel mondo “nelle sue ferine sofferenze, nella sua organica cultura, ma anche nei suoi limiti e nella sua naturale ferocia”, per liberarlo da rappresentazioni stereotipate.

Loperfido fu uno dei pochi a incarnare questo approccio interno: parlava la lingua dei contadini, ne comprendeva la cultura organica, ne condivideva le sofferenze e le speranze. Per questo la sua figura è stata a lungo rimossa: troppo complessa per la retorica, troppo scomoda per la politica, troppo “meridionale” per un cinema che ha preferito raccontare le campagne del Nord, dalla Lombardia dell’Albero degli zoccoli all’Emilia di Novecento.
Eppure, la sua eredità resta. Loperfido trasformò la Basilicata in un laboratorio di emancipazione rurale, anticipando temi che solo decenni dopo sarebbero diventati centrali nel dibattito nazionale. La sua storia dimostra che il Sud non è stato solo teatro di arretratezza, ma anche luogo di innovazione sociale, spirituale e culturale. Non è un caso che Luigi Loperfido, pastore battista, abbia guidato l’emancipazione dei contadini lucani mezzo secolo prima che un altro pastore battista, Martin Luther King, desse voce ai diritti civili in America.
Due contesti diversi, ma un’unica matrice etica: la convinzione che la fede, quando si intreccia alla dignità umana e alla giustizia sociale, possa diventare forza di liberazione collettiva. Un Novecento contadino che merita finalmente di essere letto dall’interno.
Gianni Maragno


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 Franco Martina

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