C’è un momento, a Ginevra, in cui le parole si fermano.
Per due giorni, nella sala del primo Global Dialogue delle Nazioni Unite sulla governance dell’intelligenza artificiale, si è parlato di rischi e di regole, di chip nati per usi civili che finiscono sui campi di battaglia, di sistemi capaci di ingannare gli esseri umani. Ministri, ingegneri, diplomatici. Il linguaggio dei documenti, delle clausole, dei protocolli.
Poi, all’apertura dei lavori, qualcosa è cambiato. Un uomo ha cominciato a suonare.
Davanti a lui siedeva il segretario generale dell’ONU, António Guterres. C’era Doreen Bogdan-Martin, alla guida dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni. C’era Amandeep Singh Gill, l’inviato del segretario generale per le tecnologie emergenti. E per qualche minuto il dibattito più tecnico del pianeta ha abbandonato il terreno delle carte e delle policy per entrare in una zona molto più incerta: quella del sentimento umano.
Cosa ci faceva un musicista nella stanza dove si decide il futuro delle macchine?
L’uomo che ha portato l’arte al tavolo dei potenti
Gadi Sassoon vive a Milano. È un compositore di formazione classica diventato, negli anni, qualcosa di difficile da mettere in una casella: artista transmediale, chitarrista, pianista, violinista elettronico formato al Berklee, uno che lavora insieme a fisici, sviluppatori, artigiani e ingegneri.
“Ho passato gli ultimi vent’anni a cercare modi per fondere la musica al computer e la performance strumentale”, ha raccontato. Il suo studio, dice, è diviso in tre: strumenti acustici, sintetizzatori vintage e “rifiuti elettronici controllati dall’intelligenza artificiale”.
È un’immagine che vale più di mille convegni. Da una parte il legno di un violino, dall’altra il silicio di una macchina che apprende. E in mezzo un uomo che prova a farli parlare.
Non è un profeta della tecnologia né un suo nemico. È un artista che ha deciso di prendere l’intelligenza artificiale e portarla dentro il proprio lavoro, per capire da vicino cosa fa davvero a chi la usa. Ed è esattamente questa posizione scomoda, né tifoso né oppositore, che lo ha reso una voce preziosa proprio lì, tra chi le regole le deve scrivere.
La macchina che risponde: chi segue chi?
Per capire perché la sua presenza a Ginevra non era un semplice intermezzo culturale, bisogna guardare a cosa costruisce Sassoon quando torna a casa.
Il suo ultimo lavoro, “Modes of Vibration”, è un’opera in tre parti: un album, una performance dal vivo e uno strumento virtuale. Al centro c’è una scultura sonora fatta di quattro lastre di metallo ed elettronica, un synth che si può guardare mentre vibra. “Le persone sono affascinate dal vedere le vibrazioni su queste lastre”, spiega. “Anche un pianoforte vibra, ma questo viene percepito come un oggetto d’arte.”
Ma il cuore del progetto è altrove. In due brani, Sassoon duetta con un’intelligenza artificiale addestrata in modo etico su dieci ore della sua stessa musica. Un dialogo tra la sua scrittura orchestrale e una macchina che ha imparato a suonare come lui, con il suo permesso, sui suoi materiali.
Ed è qui che nasce la domanda che ha portato sul palco di Ginevra.
Se durante un concerto una macchina risponde al tuo gesto in tempo reale, chi segue chi? Se il sistema anticipa la nota che stavi per suonare, sei ancora tu a guidare? Per un artista è una vertigine affascinante. Per chi governa, dovrebbe essere un allarme.
Perché il punto non è la musica. Il punto è che quando una tecnologia smette di limitarsi a rispondere a un comando e comincia a dialogare con la nostra voce, i nostri gesti, le nostre emozioni, il vecchio rapporto tra uomo e strumento si incrina.
La sovranità emotiva
Sassoon ha dato un nome a questa preoccupazione: la chiama “sovranità emotiva”.
L’idea, che ha sviluppato anche in pagine ospitate da riviste come Harvard Business Review e MIT Technology Review, è semplice da enunciare e difficilissima da difendere. L’intelligenza artificiale dovrebbe amplificare l’intenzione umana, non estrarla. Dovrebbe potenziare ciò che vogliamo, non decidere al posto nostro cosa vogliamo.
Detta così sembra filosofia. Ma provate a portarla nella vita di tutti i giorni.
Chi sceglie la prossima canzone che ascoltate? La scegliete voi o un algoritmo che ha imparato i vostri gusti meglio di quanto li conosciate voi stessi? Chi decide quale notizia vi appare per prima, quale prodotto vi tenta, quale volto vi compare accanto quando siete soli e cercate compagnia?
La sovranità emotiva è la domanda se, in tutto questo, restiamo ancora noi al centro. O se, poco alla volta, stiamo cedendo alla macchina non solo i calcoli, ma i desideri.
Ecco perché un compositore aveva qualcosa da dire a un tavolo pieno di ministri.
La domanda che spaventa i governi
A Ginevra, la parte tecnica dell’allarme l’hanno data gli scienziati. Yoshua Bengio, tra i padri dell’IA moderna e copresidente del panel scientifico indipendente dell’ONU, ha ricordato che non ci sono segnali di un rallentamento nella corsa della tecnologia, e che test recenti hanno mostrato modelli capaci di ingannare gli esseri umani, persino di capire quando vengono messi alla prova.
La parte più dolorosa l’ha portata la politica. Dal palco è arrivato un dato che gela: il 99 per cento dei deepfake ha natura sessuale, e il 96 per cento colpisce donne e ragazze. La stessa tecnologia che dovrebbe amplificare la creatività viene usata, oggi, per manipolare i corpi e le vite delle persone più esposte.
Guterres ha provato a fissare un principio: le macchine possono informare, ma sono gli esseri umani a dover decidere, e a rispondere. Amandeep Singh Gill lo ha detto ancora più netto: “L’intelligenza artificiale è troppo importante per essere plasmata da pochi.”
In mezzo a tutto questo, la musica di Sassoon non era un ornamento. Era la stessa domanda, posta con un altro linguaggio. Cosa succede quando una macchina impara a toccare le nostre corde, quelle vere?
Non è una storia di musica
Viene il sospetto che la questione più politica del nostro tempo, alla fine, sia una questione artistica. Non riguarda solo i compositori. Riguarda l’insegnante che si chiede se il tema dei suoi studenti l’ha scritto un ragazzo o una macchina. Riguarda il genitore che vede il figlio confidare le proprie paure a un’app. Riguarda chiunque, di sera, apra lo schermo e trovi dall’altra parte una voce sintetica pronta ad ascoltare.
Sassoon non ha risposte da vendere. Ha portato a Ginevra un dubbio, e lo ha suonato. Il suo lavoro dice che si può usare l’intelligenza artificiale senza esserne usati, ma solo a una condizione: che restiamo noi a decidere dove finisce lo strumento e dove comincia l’anima.
La prossima volta che un algoritmo indovinerà con precisione inquietante cosa desiderate, vale la pena fermarsi un istante e farsi la domanda che quel violinista milanese ha portato davanti ai potenti della Terra.
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