Nel solco di don Giustino con un nuovo meridionalismo che rilanci il Sud


La considerazione-proposta, e tale è al momento, lanciata da Pasquale Tucciariello per un ruolo dinamico della Fondazione ”Giustino Fortunato”, di cui fa parte, è interessante per la provocazione che lancia a quanti, dalle dirigenze degli enti locali, ai politici, ai sindacati, ai giovani,continuano a parlare, magari tirando fuori un bando un avviso per rilanciare l’economia e frenare l’emigrazione, ma senza aver riferimenti e buone pratiche per operare. Il pensiero di Don Giustino e quanto fece sul campo per cambiare le sorti della Basilicata possono tornare utili per una politica dei piccoli passi ma con una cornice definita sulle cose da fare. E oggi con strumenti normativi in più per mettersi a lavorare seriamente a un nuovo meridionalismo di rilancio, ma con il supporto- non dimentichiamolo- di cultura d’impresa e del fare sistema, per non sprecare sia le singole peculiarità economiche, paesaggistiche e culturali e risorse umane di Basilicata e del Sud. Il lascito di don Giustino e il compito della Fondazione sono le facce di una stessa medaglia, che vanno spese bene. Altrimenti continueremo a elencare convegni, pubblicazioni di atti,inaugurare mostre e magari a ripetere a vuoto anglicismi e frasi di circostanza, ricordando l’imperatore illuminato Federico II di Svevia o l’umiltà e, soprattutto, la concretezza di Francesco d’Assisi.

LE RIFLESSIONI DI PASQUALE TUCCIARIELLO
La Fondazione Giustino Fortunato e la visione meridionalistica nella contemporaneità
di Pasquale Tucciariello°
La mia recente designazione nel Direttivo della Fondazione Giustino Fortunato, formalizzata dal Presidente della Regione Basilicata Vito Bardi, rappresenta un autorevole riconoscimento a una lunga stagione di studi e di impegno intellettuale spesi sul territorio. E configura, in una congiuntura storica segnata da profonde transizioni geopolitiche, economiche e istituzionali, un’opportunità strategica improrogabile, urgente: ricondurre il pensiero fortunatiano al centro del dibattito contemporaneo sul Mezzogiorno, liberandolo da eventuali secche della pura memoria museale, del collezionismo erudito o del nostalgico localismo.
Giustino Fortunato non fu mai un meridionalista del lamento, né un teorico dell’isolamento difensivo. Al contrario, la sua lezione più alta e attuale risiede nel realismo rigoroso, quasi scientifico, applicato alla geografia, alla storia e all’economia delle nostre regioni. Un metodo analitico che oggi, di fronte alle sfide epocali dell’autonomia differenziata, dello spopolamento delle aree interne e della ridefinizione delle rotte globali, impone alle classi dirigenti un radicale cambio di paradigma. Il Meridione non è appendice passiva, subalterna, assistita, delle dinamiche continentali, ma può riscoprirsi per ciò che la geografia e la storia hanno decretato: il baricentro geopolitico naturale di un’Europa autenticamente proiettata nel Mediterraneo.

In tale prospettiva di rinascita civile, la Fondazione custodita a Rionero in Vulture può assumere le sembianze e l’autorevolezza di un autentico think-tank istituzionale. Essa è la cerniera ideale tra la tutela della memoria storiografica e la formulazione di una visione d’avvenire. La sfida del nuovo meridionalismo, d’altronde, trova la sua continuità ideale proprio nella capacità di connettere le grandi epoche storiche. Gli studi sulla grandezza amministrativa e culturale dei Regni del Sud — dall’universalismo normanno-svevo di Federico II alla strenua difesa dell’autonomia regia operata da Manfredi, ai regni di Alfonso V d’Aragona e dei Borbone di Napoli — sono certo sguardi storici volti ad un nobile passato centenario, ma anche fondamenta logiche e identitarie che giustificano la centralità del Sud invocata oggi da più parti e, non ultimo, dal Centro Studi Leone XIII di Rionero che dirigo.
Per tradurre tale visione in risultati non fumosi ma visibili, la Fondazione può agire su due binari temporali ben definiti. A breve termine, l’obiettivo prioritario è l’immediata valorizzazione delle grandi direttrici turistico-culturali lucane e mediterranee. In quest’ottica, la Fondazione si pone come l’interlocutore scientifico ideale per connettere il rigore del pensiero meridionalista al grande progetto strategico “Fantastico Medioevo”, promosso dalla Regione Basilicata. Si tratta di utilizzare il network dei castelli federiciani e i borghi medievali come un grande laboratorio di narrazione transmediale. Il “Fantastico Medioevo” diventa così il veicolo pop e attrattivo per raccontare a un pubblico internazionale la nascita dell’idea stessa di Sud, che sotto Federico II era avanguardia legislativa, scientifica e poetica, e non periferia. Un’idea – e una proposta, la presente – che mi è sorta qualche giorno fa, in occasione dell’apertura di un’altra parte dell’imponente Castello di Lagopesole inaugurata dal presidente Bardi.

A lungo termine, l’ambizione può farsi strutturale e politica, attraverso il progetto di una “Macroregione Sud”. Tale entità territoriale (ce ne siamo occupati il 21 marso scorso nel Convegno di Rionero e con il primo numero di Quaderni di Studi Mediterranei), vista subito come necessità di forme di cooperazione tra le regioni, le università, i presidi sanitari, può trasformarsi in un grande hub strategico fortemente orientato verso la sponda sud del Mare Nostrum. Una coesione sistemica politico-amministrativa capace di intercettare le grandi rotte commerciali, energetiche e digitali del XXI secolo. Se a breve termine il richiamo al “Fantastico Medioevo” e al turismo delle radici serve a riposizionare il territorio sui flussi globali, a lungo termine la Macroregione Sud trasformerà quell’antico primato culturale in centralità geopolitica stabili, interloquendo alla pari con Bruxelles e con i paesi del bacino mediterraneo.
Il legame profondo tra la grande storiografia medievale, la preveggenza illuminata di Fortunato e l’attuale collocazione europea del Mezzogiorno costituisce il filo rosso di una proposta culturale organica che oggi trova nuova linfa. La Fondazione Giustino Fortunato, forte di simile, rinnovata spinta propulsiva e operando in sinergia con i nodi più vivi della ricerca indipendente — come l’esperienza scientifica del Centro Studi Leone XIII —, è chiamata a farsi promotrice di questo dialogo. E ripartendo dalla severità del metodo fortunatiano, dalla consapevolezza della nostra storia e dalla forza istituzionale di un’ambizione macroregionale, il Sud potrà finalmente smettere di subire la storia scritta da altri e ricominciare a scrivere la propria in termini fecondi.
° Presidente Centro Studi Leone XIII


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 Franco Martina

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