Bending Spoons ha chiuso la prima giornata di contrattazioni a 40,50 dollari, quasi il 40% sopra il prezzo di collocamento di 29 dollari, riporta TechCrunch. A quella quotazione, l’azienda milanese vale in borsa 25,7 miliardi di dollari, più del doppio dell’ultima valutazione privata di 11 miliardi. L’offerta ha raccolto 1,68 miliardi di dollari, e arriva in un momento in cui gli investitori guardano con sospetto crescente al software as a service tradizionale, temendo che l’AI generativa possa renderlo presto obsoleto.
Il modello di business di Bending Spoons non assomiglia a quello delle altre grandi matricole tech dell’anno. Non sviluppa prodotti da zero: compra applicazioni e marchi tecnologici in declino e li rilancia. Il portafoglio conta oggi oltre cinquanta società, ma dieci nomi da soli generano più dell’80% del fatturato totale: AOL, Brightcove, Eventbrite, Evernote, Harvest, komoot, Remini, StreamYard, Vimeo e WeTransfer. Sono marchi che il mercato consumer aveva in gran parte archiviato come superati, prima che Bending Spoons li rilevasse.
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Come si risuscita un marchio morto, in pratica
Il meccanismo che l’azienda applica a ogni acquisizione è ricorrente: taglio aggressivo dei costi operativi, rilancio con nuove funzionalità, aumento dei prezzi. È un approccio che ricorda da vicino il private equity classico, con una differenza dichiarata che Bending Spoons rivendica come identità: non ha in programma di rivendere queste attività. Le tiene, le fa fruttare, le integra nel proprio portafoglio a lungo termine.
I dati finanziari confermano che il meccanismo funziona, almeno sui numeri di bilancio. Nel primo trimestre l’azienda ha generato 601 milioni di dollari di ricavi con un utile netto di 27,4 milioni, un’inversione netta rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando aveva registrato una perdita di 112 milioni su 259 milioni di ricavi. L’84% del fatturato arriva da abbonamenti, la fonte di reddito più prevedibile e meno esposta agli shock di breve periodo.
Come si valuta un marchio prima di comprarlo
Il processo di selezione dei target di acquisizione segue criteri che l’azienda ha reso pubblici in diverse occasioni: brand riconoscibile a livello globale, base utenti ancora consistente nonostante il declino, e soprattutto un prodotto che continua a generare ricavi ricorrenti anche se in calo. Non compra startup in fase di crescita che bruciano cassa: compra software maturo che ha smesso di crescere ma non ha smesso di incassare. È una differenza sostanziale rispetto al venture capital tradizionale, dove il rischio si concentra sulla scommessa che un prodotto ancora acerbo trovi il proprio mercato.
Una volta acquisito, il marchio passa attraverso un processo di integrazione tecnica e organizzativa che Bending Spoons ha reso ripetibile su decine di operazioni: consolidamento dell’infrastruttura su sistemi condivisi tra i vari marchi del portafoglio, riduzione del personale ridondante, e reinvestimento mirato su funzionalità che gli utenti esistenti avevano richiesto da tempo senza ottenerle sotto la gestione precedente. Il caso di Evernote, uno dei marchi più noti del portafoglio, è spesso citato come esempio: l’app aveva perso rilevanza rispetto a concorrenti più moderni prima dell’acquisizione, e il rilancio ha incluso un ridisegno dell’interfaccia insieme a una revisione della struttura tariffaria.
Il debutto arriva mentre il mercato teme il collasso del SaaS
Il contesto in cui Bending Spoons ha scelto di quotarsi è tutt’altro che favorevole al settore. Le azioni delle società SaaS tradizionali sono scese quest’anno tra i timori che software costruito con l’AI possa sostituire interi segmenti di mercato in tempi brevi, riducendo il valore percepito degli abbonamenti software classici. In questo scenario, un’azienda che compra e rilancia proprio software SaaS “vecchio stile” e va a mercato con un balzo del 40% racconta una storia in controtendenza rispetto alla narrativa dominante.
Bending Spoons non è l’unica a scommettere su questo modello. Investitori come Constellation Software, Tiny, SaaS.group, Arising Ventures e Calm Capital seguono strategie simili, comprando e tenendo software maturo invece di inseguire l’ultima startup AI. Il settore ha persino un soprannome informale per queste realtà: “venture zombie”, aziende che rifiutano lo schema classico crescita-exit del venture capital in favore di un possesso perpetuo e redditizio.
Un’IPO europea in un anno di IPO americane
Il debutto di Bending Spoons era già stato anticipato come una delle più grandi operazioni tech europee del ciclo, e uno dei più rilevanti sbarchi sul mercato pubblico statunitense per un’azienda con sede in Italia. Il nome scelto per l’azienda, ispirato a una scena del film Matrix in cui un bambino piega un cucchiaio con la mente, racconta bene l’ambizione dei cinque fondatori (Luca Ferrari, Francesco Patarnello, Matteo Danieli, Luca Querella e Tomasz Greber): piegare la realtà di prodotti considerati finiti, non inventarne di nuovi.
Prima della quotazione, Baillie Gifford era il principale azionista esterno di Bending Spoons, seguito da quote minori di Renaissance Partners, Cox Enterprises, Durable Capital Partners, Fidelity e T. Rowe Price. L’operazione rappresenta anche un guadagno significativo per i cinque fondatori, che restano al comando dell’azienda dopo la quotazione.
Cosa dice questo debutto a chi guarda il mercato del software
La lettura più immediata dell’operazione è che il mercato pubblico premia ancora i fondamentali (ricavi ricorrenti, margini in crescita, esecuzione dimostrata) più della narrativa dominante del momento. Bending Spoons non vende una promessa su cosa l’AI potrà fare tra due anni: vende utili già prodotti su marchi che il pubblico conosceva, spesso con affetto nostalgico, prima che sembrassero destinati a sparire.
Resta da vedere quanto questo modello scali oltre i dieci marchi che oggi generano la maggior parte del fatturato, e se la strategia di acquisizione e rilancio regga anche quando i target diventano più costosi da acquistare proprio perché il modello si è dimostrato efficace. Per ora, il mercato ha risposto con un giudizio netto: chi guadagna comprando ciò che gli altri considerano già finito, in un anno in cui tutti inseguono l’ultima frontiera dell’AI, ha appena ricevuto una validazione da 25,7 miliardi di dollari.
Cosa succede quando finiscono i marchi facili da rilanciare
La domanda che gli analisti finanziari porranno nei prossimi trimestri riguarda la scalabilità del modello oltre il portafoglio attuale. I marchi acquisiti finora condividevano caratteristiche comuni: riconoscibilità globale residua, una base di utenti fedele anche se in calo, e un costo di acquisizione reso basso proprio dal fatto che il mercato li considerava già superati. Man mano che la strategia dimostra di funzionare, il prezzo di ingresso su acquisizioni simili tende a salire, perché i venditori negoziano sapendo che l’acquirente ha già un metodo collaudato per estrarre valore da un asset che loro stessi consideravano poco più che un costo residuo da gestire.
C’è poi una questione di scala organizzativa che diventa più rilevante con ogni nuova acquisizione. Integrare dieci marchi su un’infrastruttura condivisa è un esercizio complesso ma gestibile con un team dedicato. Integrarne cinquanta, come Bending Spoons dichiara di avere già in portafoglio, richiede processi standardizzati che riducono il margine di personalizzazione per ciascun marchio, un compromesso che finora l’azienda sembra aver gestito bene, a giudicare dai numeri di bilancio, ma che diventa più difficile da sostenere quanto più il portafoglio cresce in dimensione ed eterogeneità.
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Sara Romano
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