Anche l‘edilizia e le infrastrutture devono adattarsi. C’è stato un tempo in cui l’estate aveva un ritmo prevedibile. Le città si scaldavano, sì, ma dentro un margine che sembrava gestibile. Le ondate di calore arrivavano come parentesi: qualche giorno difficile, poi il ritorno alla normalità. La nostra normalità, oggi, non è più (e sempre meno lo sarà) quella normalità. Le ricerche degli ultimi anni confermano il cambiamento netto: le ondate di calore stanno diventando più frequenti, più lunghe e più intense. E nelle città colpiscono più forte, perché il caldo non arriva soltanto dall’atmosfera: viene assorbito, trattenuto e amplificato da asfalto, cemento, tetti, vetri, facciate, traffico e climatizzatori.
L’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) conferma che le città sono tra i luoghi in cui i rischi climatici si concentrano maggiormente: il riscaldamento globale rende più probabili gli eventi estremi, mentre densità abitativa, superfici impermeabili e disuguaglianze sociali amplificano l’impatto sulle persone e sulle infrastrutture. E l’Europa è nel pieno di questa trasformazione: secondo l’Oms il Vecchio Continente si riscalda a circa il doppio della media globale. In questa cornice il tema dell’adattamento urbano emerge con prepotenza.
Il caldo non resta fuori dalla finestra. Entra negli edifici, nei muri, nei tetti, negli impianti. Durante un’ondata di calore una casa può comportarsi come una batteria termica: di giorno accumula energia, di notte la rilascia lentamente, proprio quando il corpo umano avrebbe bisogno di raffreddarsi. Gli ultimi piani diventano i più esposti, i sottotetti si trasformano in camere calde, le stanze senza ventilazione accumulano umidità. Le pareti pesanti trattengono calore, i serramenti scuri lo assorbono, le vetrate molto esposte possono trasformare soggiorni e uffici in serre. Gli studi sul surriscaldamento urbano sottolineano che l’isola di calore non incide solo sulla temperatura esterna, ma anche sui consumi energetici e sul comportamento termico degli edifici. Insomma: stiamo peggio e spendiamo di più. I danni sono spesso meno spettacolari di un’alluvione, ma più diffusi. Le guarnizioni di porte e finestre si induriscono e si deformano prima. I sigillanti e le membrane impermeabilizzanti dei tetti invecchiano più rapidamente. Le tapparelle, soprattutto se in materiali plastici e colori scuri, possono deformarsi. Gli impianti di climatizzazione lavorano molte più ore, aumentando il rischio di guasti proprio quando servono di più. In caso di blackout, gli ambienti già surriscaldati diventano rapidamente pericolosi, soprattutto per anziani e fragili: l’agenzia statunitense CISA ricorda che il caldo estremo può portare a temperature interne pericolose negli edifici e accelerare il degrado dei materiali.
Poi c’è la città visibile. L’asfalto, quando viene esposto per ore a sole e temperature elevate, può ammorbidirsi e deformarsi. Compaiono avvallamenti, fessure; l’acqua, quando arriva il temporale, penetra nelle crepe e prepara le buche successive. Le piste aeroportuali e le strade più trafficate sono fra le infrastrutture più esposte. Il metallo segue, il medesimo copione figlio di legge fisica: con il caldo si dilata. I binari ferroviari possono deformarsi, i cavi elettrici e le linee aeree possono abbassarsi, i giunti dei ponti e dei viadotti lavorano sotto stress. Durante le grandi ondate di calore europee degli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di rallentamenti ferroviari, cancellazioni e controlli straordinari: il calore fa espandere rotaie e materiali, aumentando il rischio di instabilità. Anche il vetro non è immune. Le facciate continue e le grandi superfici vetrate, se progettate male, possono generare surriscaldamento interno e stress termico. Uno shock tra una parte della lastra più calda e una più fredda può favorire rotture, soprattutto quando esistono difetti, ombreggiamenti parziali o telai che non consentono corretta dilatazione. Il problema non è il vetro in sé, ma l’idea novecentesca che più trasparenza significhi sempre più modernità. Novecentesca, appunto. Ora una facciata – per quanto gradevole alla vista – ma senza ombra, può diventare una macchina per produrre calore.
E ci viene in soccorso anche la storia. Il nodo dell’adattamento urbano non è liquidabile come trend ambientalista. È piuttosto una vecchia storia delle città.
Nel XIX secolo, le epidemie di colera e le crisi igieniche costrinsero le capitali europee a ripensarsi. Le città si dotarono di reti fognarie, acqua potabile, nuove regole sanitarie, strade più larghe, cortili, luce e ventilazione. Parigi fu trasformata anche per ragioni igieniche e di circolazione dell’aria; Londra costruì grandi infrastrutture fognarie dopo le crisi sanitarie del Tamigi. La ricerca storica sull’impatto delle epidemie conferma che le emergenze sanitarie hanno spesso prodotto cambiamenti radicali nella forma urbana, nei servizi e nelle abitazioni. Quando cambiava il rischio, cambiava volto la città.
Veniamo al realismo, che suona come una nota dolente: adattarsi non vuol dire mettere qualche albero in più in una piazza, bensì ridisegnare la città come un sistema termico.
Una prima risposta: cambiare i tetti. I cool roofs, cioè tetti chiari o riflettenti, riducono l’assorbimento di radiazione solare. L’EPA segnala che, negli edifici residenziali non climatizzati, possono abbassare le temperature interne massime di circa 1,2-3,3°C. Non è teoria: ad Ahmedabad, in India, una delle prime città al mondo ad adottare un Heat Action Plan, i tetti freddi sono entrati nelle politiche pubbliche per ridurre l’esposizione al caldo nei quartieri più vulnerabili. Il piano prevedeva interventi su abitazioni informali, scuole ed edifici pubblici, insieme ad allerta precoce e formazione sanitaria; valutazioni successive hanno attribuito al piano migliaia di morti evitate negli anni dopo l’introduzione delle misure.
La seconda risposta riguarda l’asfalto. Le strade sono enormi piastre scure che accumulano calore di giorno e lo restituiscono di notte. Per questo alcune città stanno sperimentando cool pavements, pavimentazioni più riflettenti, evaporative o progettate per scaldarsi meno. A Phoenix, in Arizona, il programma comunale sui cool pavements ha rilevato superfici trattate più fredde rispetto all’asfalto tradizionale: in media 10,5-12°F in meno nelle ore centrali e pomeridiane e temperature inferiori anche sotto la superficie.
Nel 2020 l’amministrazione di Phoenix, Arizona, ha autorizzato i lavori per coprire l’asfalto di un materiale riflettente
La terza risposta è verticale: facciate, schermature e verde sugli edifici. Gli architetti non ragionano più solo su facciate belle o trasparenti, ma su involucri capaci di proteggere dal sole. Brise-soleil, logge, tende esterne, frangisole mobili, facciate ventilate, pareti verdi e balconi profondi tornano a essere strumenti climatici prima ancora che estetici. Le strategie di raffrescamento di Singapore, uno dei casi più avanzati, indicano proprio questo: orientamento degli edifici, ventilazione naturale, ombreggiamento permanente o mobile, spazi prioritari all’ombra per pedoni e ciclisti, verde integrato e materiali freddi.
Poi c’è la città che smette di essere impermeabile. Le pavimentazioni drenanti e i suoli depavimentati non servono solo contro gli allagamenti: trattengono acqua, favoriscono evaporazione, raffrescano il microclima e riducono il carico sulle reti durante i temporali. È il principio della sponge city, la città-spugna, sviluppato in Cina e poi ripreso in molte strategie urbane: non far scappare l’acqua il più rapidamente possibile, ma trattenerla dove cade, usarla per raffrescare, irrigare, assorbire e ridurre i picchi.
Gli esempi più interessanti sono quelli in cui il verde diventa rete, non aiuola. Medellín, in Colombia, ha costruito una rete di corridoi verdi lungo strade e corsi d’acqua urbani, con milioni di piante e centinaia di migliaia di alberi. Il progetto è stato premiato a livello internazionale e viene citato come caso di raffrescamento urbano tramite natura: la temperatura media in alcune aree è scesa di circa 2°C, con benefici anche su qualità dell’aria e biodiversità (NIES, Medellín Green Corridors. Non un parco isolato, ma una trama continua di ombra, evaporazione e percorsi pedonali più vivibili.
Pergole che fanno parte di un progetto per l’ombreggiamento a Phoenix, Arizona
È stata anche proposta una sorta di ‘lista’ della città futura. Il C40 Urban Cooling Toolbox organizza le soluzioni in famiglie: superfici fredde, tetti verdi, alberature, corridoi di ventilazione, ombreggiamento, raffrescamento distrettuale, norme edilizie, pianificazione urbana, protezione delle persone vulnerabili e riduzione del calore prodotto dalle attività umane. Una ricerca pubblicata nel 2026 su Nature Cities propone inoltre una agenda sanitaria per le città del caldo: mappare i quartieri più esposti, proteggere anziani e fragili, integrare urbanistica e sanità pubblica, e trasformare l’adattamento in infrastruttura permanente, non in risposta emergenziale. Il messaggio comune di architetti, urbanisti e medici è ormai convergente.
Infine c’è il livello più visionario, come le città foresta. Liuzhou Forest City, progettata da Stefano Boeri Architetti, immagina edifici ricoperti di vegetazione non come decorazione, ma come infrastruttura climatica: ombra, biodiversità, mitigazione termica. Sebbene molti di questi progetti restano masterplan e rendering, indicano una direzione culturale: il verde non è più un arredo. E’ oro.
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