Turchia, Stati Uniti e Giappone: mercati e strategie per il Made in Italy. Moda e vino, non basta la qualità: servono comunicazione e fiducia


di Raffaele Vitali

FERMO – Dalla Turchia agli Stati Uniti, fino al Giappone, emerge un’indicazione comune per le imprese: internazionalizzare non significa semplicemente trovare nuovi clienti, ma saper interpretare mercati in continua evoluzione, comprenderne le specificità e adattare di conseguenza la propria offerta.

Per le imprese marchigiane, la qualità del Made in Italy rimane un punto di forza, ma deve essere accompagnata da una strategia commerciale mirata, da una comunicazione efficace e dalla capacità di costruire relazioni solide con partner e distributori locali.

Ogni mercato richiede un approccio diverso: valorizzare le opportunità legate ai cambiamenti dei costi in Turchia, individuare le piazze più adatte negli Stati Uniti e rispondere alle nuove aspettative dei consumatori giapponesi.

La sfida, dunque, è passare da un approccio occasionale a una presenza internazionale consapevole e strutturata.

Servono preparazione, flessibilità, investimenti adeguati e pazienza: elementi indispensabili per trasformare le opportunità dei mercati esteri in relazioni commerciali durature e crescita concreta per il sistema produttivo marchigiano.

Questo è emerso parlando durante il b2b organizzato da Camera Marche (nella foto il presidente Gino Sabatini) con i segretari generali, e funzionari, delle camere di commercio estere, tra cui quelli di tre paesi cruciali per il business marchigiano.

Turchia, opportunità tra moda e vino

Eren Alpar, segretaria generale della Camera di commercio della Turchia, ha descritto in maniera chiara un mercato che negli ultimi tempi ha attraversato una fase difficile, condizionato dall’inflazione, dalla svalutazione della moneta e dall’aumento dei costi strutturali.

“La Turchia, tradizionalmente forte nell’export tessile e della moda, ha registrato una riduzione degli incassi e della clientela europea. A fronte di questo – spiega Alpar – la produzione in Turchia resta comunque conveniente e sono ancora numerose le aziende che collaborano con imprese italiane. L’aumento dei costi interni, tuttavia, ha modificato gli equilibri, rendendo alcuni prodotti turchi meno competitivi e aprendo nuove opportunità per il Made in Italy”.

Tra i settori in crescita c’è quello del vino italiano, sempre più richiesto anche attraverso eventi dedicati. I consumatori sembrano prestare maggiore attenzione alla qualità, senza concentrarsi esclusivamente sul prezzo. “Per le imprese marchigiane, la Turchia rappresenta dunque un mercato da valutare con attenzione, puntando sulle occasioni di collaborazione produttiva e sulla valorizzazione delle eccellenze italiane”.

Stati Uniti, serve una strategia mirata

“Il mercato americano richiede una pianificazione strutturata, soprattutto in una fase caratterizzata dai cambiamenti delle politiche commerciali e dalle incertezze legate ai dazi. Le imprese devono saper interpretare un contesto complesso, nel quale ogni area degli Stati Uniti presenta caratteristiche e opportunità differenti” chiarisce Giulia Mocchetti, funzionaria della Camera italiana newyorkese.

“New York resta un riferimento per la moda, il design e gli showroom, mentre Miami può rappresentare una valida alternativa per alcuni segmenti del design. Per il settore alimentare e delle bevande, invece, può essere opportuno guardare anche ad altre piazze, considerando che New York è un mercato già molto presidiato”.

Per non sbagliare, la Camera di commercio è impegnata in missioni mirate come “America Buys Italian”, che coinvolgono catene commerciali statunitensi con punti vendita distribuiti in diversi Stati. “Le attività possono raggiungere realtà di dimensioni differenti, dai piccoli operatori alle catene con centinaia di negozi, anche in territori come Colorado, Utah e Arizona. L’obiettivo è creare occasioni concrete di incontro tra produttori italiani e distributori americani, valorizzando soprattutto i prodotti di fascia alta”.

Giappone, il Made in Italy non basta più

Da sempre riferimento per le scarpe del distretto fermano-maceratese, il Giappone ha rallentato. “Il mercato giapponese sta attraversando una trasformazione che non può essere ricondotta soltanto alla crisi economica. A cambiare sono anche i gusti e le aspettative dei consumatori, in particolare delle nuove generazioni. Se in passato il Made in Italy rappresentava una garanzia sufficiente per conquistare l’attenzione degli acquirenti, oggi questo elemento non basta più” spiega Davide Fantoni, general manager della Camera di commercio di Tokyo.

Il primo consiglio è semplice: “Le imprese devono puntare su esclusività, originalità e comodità, accompagnate da una strategia di comunicazione coerente. È importante anche costruire una presenza digitale riconoscibile e individuare una figura aziendale disposta a presentarsi personalmente sul mercato più volte durante l’anno, per consolidare relazioni e fiducia”.

In troppi, ribadisce Fantoni, pensano di poter vendere solo il prodotto. Non basta. “Il consumatore giapponese è preparato e consapevole: non acquista un prodotto soltanto perché italiano, ma ne valuta le caratteristiche e la capacità di distinguersi”.

La stessa evoluzione interessa il comparto alimentare, che negli ultimi anni ha registrato una crescita. “Il vino, in particolare quello biologico, naturale e biodinamico, offre opportunità, ma richiede un racconto credibile del prodotto e una comunicazione ben costruita”.

Il consiglio finale è esattamente quello che Gino Sabatini, presidente Camera Marche, si era dato come obiettivo organizzando la due giorni con Assocamerestero: pianificare al meglio le strategie per non sprecare risorse ed energie. “Il Giappone può essere un mercato interessante, ma non improvvisato: è consigliabile affrontarlo con un’azienda strutturata, disponibilità a personalizzare l’offerta e pazienza nel costruire rapporti commerciali duraturi”.




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