C’erano una volta fashion, food e forniture. D’ora in avanti, alle tre “F” del Made in Italy dovremmo aggiungerne una quarta, in italiano: la farmaceutica. Perché nei prossimi cinque anni saranno i produttori di medicinali a guidare la crescita del manifatturiero tricolore. Non da soli, certo: a dar loro manforte saranno le imprese del biomedicale e della meccanica avanzata. Ma anche elettrotecnica, elettronica, aerospazio e difesa, energie rinnovabili, economia circolare, intelligenza artificiale, cybersecurity e agroalimentare sono destinati a giocare un ruolo importante.
La graduatoria al 2030 emerge dal confronto tra le più recenti analisi di Confindustria, Intesa Sanpaolo e Prometeia: a spingere la crescita industriale italiana sarà soprattutto la combinazione di innovazione, digitalizzazione, sostenibilità ed export.
Il quadro è difficile, ma l’industria regge
Secondo il recente rapporto di Intesa Sanpaolo e Prometeia, l’industria italiana chiuderà il 2026 con un giro d’affari complessivo di 1.168 miliardi di euro. Le stime della banca, pubblicate lo scorso maggio, incorporavano l’ipotesi di una durata limitata del conflitto in Medio Oriente e di un miglioramento del contesto operativo nella seconda parte dell’anno. A sostenere la crescita, sottolineava il rapporto, sarebbero soprattutto la domanda interna e la dinamica degli investimenti infrastrutturali legati al Pnrr, ormai giunto alla fase conclusiva, a fronte di consumi meno vivaci. In un quadro di crescente incertezza geopolitica ed economica, continuare a crescere mantenendo o conquistando nuove quote di mercato sarà però sempre più difficile.
Finora, tuttavia, l’industria italiana ha retto bene. È ottava al mondo e seconda in Europa per dimensioni, con una quota pari al 2,1% del valore aggiunto manifatturiero globale e al 13% di quello europeo. Genera inoltre il 15% del Pil del Paese, una percentuale che raddoppia considerando l’indotto, secondo l’ultimo rapporto sulla manifattura del Centro Studi di Confindustria, aggiornato a novembre 2025. Resta però una criticità strutturale da superare: la bassa dinamica della produttività, che si mantiene su livelli inferiori a quelli degli altri grandi Paesi europei. È pari a circa un terzo di quella registrata in Francia e Germania e a meno della metà di quella della Spagna.
L’elettronica sarà tra i comparti più dinamici (+1,9%) grazie agli investimenti legati alla doppia transizione, digitale e ambientale (© Getty Images)
Secondo gli economisti di Confindustria, molto dipenderà dal funzionamento del mercato del lavoro e dall’efficacia dell’intervento pubblico nell’economia. Quest’ultimo, spiegano Chiara Puccioni e Guido Franco del Centro Studi di Confindustria, «è nuovamente percepito come uno strumento necessario per rafforzare la resilienza dei sistemi produttivi, rivitalizzare la crescita della produttività, promuovere l’innovazione tecnologica e accelerare la transizione digitale e verde». In questo contesto, sarà determinante la capacità di orientare il sostegno pubblico verso prodotti ad alta complessità tecnologica e coerenti con la struttura produttiva nazionale.
Allo stesso tempo, le imprese dovranno continuare a puntare sulle esportazioni, che hanno sostenuto le vendite nell’ultimo decennio: tra il 2015 e il 2024 sono cresciute in media del 2,4% l’anno, più di quelle delle imprese francesi e tedesche nello stesso periodo. L’export è centrale anche nelle previsioni dell’ultimo rapporto di Intesa Sanpaolo e Prometeia. Lo scorso maggio, gli economisti stimavano una crescita moderata del manifatturiero, pari a circa l’1% medio annuo fino al 2030, nell’ipotesi di una riapertura a breve dello stretto di Hormuz. Una chiusura prolungata, al contrario, avrebbe conseguenze ben più pesanti: secondo lo scenario elaborato nel rapporto, il fatturato manifatturiero potrebbe contrarsi dell’1,5% nel biennio 2026-27. Comunque vada, quella delle imprese italiane non sarà una corsa, ma neppure una passeggiata.
Per restare competitive, dovranno continuare a presidiare i mercati esteri, servire nicchie a elevato valore aggiunto e diversificare ancora di più gli sbocchi commerciali. Non potranno di certo contare sulla domanda interna, poco dinamica, con i consumi che faticano a ripartire anche per effetto della forte polarizzazione dei redditi.
Per il largo consumo l’attesa di crescita media annua del fatturato è pari all’1,4%; questo comparto comprende anche la cosmesi (© Getty Images)
Farmaceutica e largo consumo tra i comparti in testa
Ma quali saranno i settori più dinamici nei prossimi cinque anni? Secondo Intesa Sanpaolo e Prometeia, in testa alla classifica c’è la farmaceutica, che si prepara a essere il comparto più dinamico da qui al 2030, con una crescita media annua del fatturato del 2,5%. A sostenere il settore saranno soprattutto le esportazioni, ma anche la tenuta della domanda interna. L’invecchiamento della popolazione e la crescente attenzione al benessere manterranno infatti i farmaci tra le voci rilevanti della spesa delle famiglie.
Sopra la media manifatturiera anche i beni di largo consumo, che comprendono la cosmesi, attesi in crescita dell’1,4%. A beneficiare della doppia transizione digitale e ambientale saranno invece soprattutto elettronica (+1,9%), meccanica (+1,5%) ed elettrotecnica (+1,3%). Anche l’auto è attesa in moderato recupero, con una crescita media dell’1,5%, nonostante le difficoltà legate alla transizione verso l’elettrico. Tutti gli altri comparti andranno un po’ al rallentatore. Le previsioni indicano infatti incrementi inferiori all’1% annuo.
A soffrire maggiormente saranno i produttori di beni durevoli per la casa, come mobili ed elettrodomestici, frenati da una domanda interna debole. Se l’arredo potrà contare sulla specializzazione nei prodotti di fascia alta e nel lusso, gli elettrodomestici resteranno invece più esposti alla concorrenza internazionale, in particolare asiatica. Poco brillanti anche alcuni dei settori storicamente associati al Made in Italy: alimentare, bevande e moda saranno penalizzati dalla debolezza dei consumi e dalla maturità del mercato europeo. Per il fashion si aggiungerà la crescente pressione dei produttori asiatici nei segmenti a scarsa differenziazione e più sensibili al prezzo. In fondo alla graduatoria ci sono i comparti dei beni intermedi, frenati dalla domanda contenuta di manifattura e costruzioni e dai costi energetici più elevati, e i materiali da costruzione, penalizzati dall’esaurimento del ciclo delle opere pubbliche legato al Pnrr e dal ridimensionamento degli incentivi fiscali per la riqualificazione edilizia.
La meccanica (+1,5%) è il terzo settore per crescita media annua del fatturato prevista (© Getty Images)
L’Italia, insomma, potrà continuare a contare nei prossimi cinque anni su una manifattura forte, che dovrà però essere capace di trasformare la qualità in maggiore produttività. Il vantaggio competitivo non sarà il costo, ma la capacità di produrre ciò che gli altri concorrenti nel mondo non sanno fare allo stesso modo. Certo, il tallone d’Achille resta la dimensione. Lo zoccolo duro dell’industria italiana è infatti formato da una costellazione di piccole e microimprese, che non riescono a raggiungere i livelli di produttività, conoscenza e innovazione delle grandi imprese. Secondo Confindustria, nei prossimi anni la crescita passerà innanzitutto dal rafforzamento delle pmi e delle filiere produttive: serviranno più aggregazioni, un maggiore accesso al credito e una migliore patrimonializzazione per sostenere gli investimenti.
Piccole, ma competitive
Simone Benini, Portfolio Manager di AcomeA Sgr, spiega perché le pmi più specializzate e resilienti possono affrontare meglio l’incertezza e intercettare le opportunità offerte dai grandi trend di investimento
Le pmi, spina dorsale del sistema produttivo italiano, si muovono in uno scenario di forte trasformazione. Il quadro macroeconomico per i prossimi mesi resta eterogeneo: da un lato pesa il nodo energetico, con costi per l’elettricità in Italia ancora superiori alla media europea, dall’altro siamo nell’ultima fase del Pnrr, in cui l’Italia dovrebbe accelerare la fase di spesa. «Il ciclo economico è per lo più in una fase di stabilizzazione che in accelerazione», spiega a Business People Simone Benini, Portfolio Manager di AcomeA Sgr, realtà milanese attiva nella gestione degli investimenti nata dall’iniziativa di un gruppo di gestori e imprenditori con una lunga esperienza nel settore.
Secondo le più recenti stime macroeconomiche, l’economia italiana dovrebbe crescere dello 0,5- 0,7% nel 2026. Quali sono le prospettive per le pmi?
Monitoriamo il ciclo economico del comparto delle pmi, quotate e non, attraverso l’Osservatorio Pmi Italiane di AcomeA Sgr: il nostro indicatore prospettico è in fase di miglioramento dall’inizio dell’anno. Le componenti che guidano il miglioramento del sentiment degli imprenditori sono attese crescenti sugli ordinativi in ingresso, anche dall’estero, e sui prezzi di vendita, capaci di essere adeguati ai rincari dei prezzi di input. Ci aspettiamo che la crescita per le pmi italiane sia trainata dalla specializzazione in nicchie industriali e dall’esposizione, diretta o indiretta, ai trend di difesa, elettrificazione e infrastrutture, beneficiari di investimenti pubblici crescenti.
Quali imprese stanno dimostrando maggiore capacità di resilienza e quali fattori fanno la differenza in termini di competitività?
Tra i fattori differenzianti individuiamo la capacità di mitigare e superare gli shock esterni, che si riconosce nelle imprese di nicchia, con bilanci solidi e bassa dipendenza da un unico mercato di sbocco. Per esempio, un nostro studio dell’anno passato mostrava come le pmi italiane meno esposte agli Usa avessero sovraperformato nettamente quelle più legate all’export americano nella fase più acuta delle tensioni sui dazi. Gli elementi premianti sono, a nostro avviso: specializzazione dell’offerta, prossimità alla clientela e relazioni consolidate con i fornitori, capacità di trasferire sui prezzi i rincari energetici, diversificazione geografica dei ricavi e spesso una governance familiare ma strutturata e orientata al lungo periodo.
Come stanno performando le pmi italiane in Borsa e quali comparti stanno creando più valore?
Dopo un triennio di sottoperformance tra il 2022 e il 2024, il 2025 ha segnato un punto di discontinuità: l’indice Ftse Italia Small Cap ha eguagliato la performance del FtseMib, anche per la maggiore ricerca di esposizione domestica innescata dai dazi Usa. Nel primo semestre il differenziale di performance tra gli indici resta ampio; tuttavia, anche nel comparto delle mid e small cap osserviamo ritorni positivi e titoli che presidiano la catena del valore di alcuni trend in forte crescita: datacenter, elettrificazione, semiconduttori e infrastrutture critiche.
Qual è invece il settore italiano che il mercato sta ancora sottovalutando?
Uno dei temi maggiormente penalizzati dalla fine dell’anno scorso è il comparto software globale, e anche italiano. Con la corsa all’intelligenza artificiale, il mercato ha iniziato a sviluppare timori sui ritorni effettivi dei massicci investimenti effettuati negli ultimi mesi. Si è quindi sviluppato un gruppo di titoli cosiddetti “AI loser”, ovvero i presunti perdenti a causa dell’adozione crescente di intelligenza artificiale nei processi aziendali e quotidiani. Gran parte di questi titoli sono legati al software e alla consulenza IT e il loro andamento in Borsa è stato fortemente penalizzato. Tuttavia, analizzando i singoli casi è possibile invece individuare all’interno di questo settore delle società che al contrario integrano e utilizzano l’AI come leva competitiva, e le cui relazioni solide con i clienti e la specializzazione dei prodotti rappresentano pertanto una difesa e un vantaggio, con le valutazioni di mercato che sottovalutano le reali opportunità di crescita.
* Questo articolo è stato pubblicato su Business People di ottobre 2026, scarica il numero o abbonati qui
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