#Finsubito news – Diabete tipo 2, il Veneto cerca integrazione


Verona ha ospitato ieri, 12 ottobre, la quarta tappa del progetto nazionale intitolato “La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2”, promosso dalla Fiaso, la Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere, con il contributo non condizionante di Lilly e Roche Diabetes Care. Il percorso conoscitivo, suddiviso in 5 tappe regionali che toccano Puglia, Emilia-Romagna, Lazio, Veneto e Toscana, si concluderà il 3 dicembre 2026 a Roma al Ministero della Salute. L’iniziativa si propone di valutare la prontezza del servizio sanitario regionale di fronte all’aumento dei casi, analizzando le criticità operative e promuovendo l’aggiornamento dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali.

I dati demografici aggiornati a inizio 2026 indicano una popolazione veneta di 4.857.960 residenti. La presenza del diabete interessa tra 300.000 e 350.000 persone, cifra corrispondente a circa il 7% della popolazione adulta, con oltre il 90% dei casi rappresentato dal diabete di tipo 2. Il flusso di nuove diagnosi si attesta a circa 35.000 casi all’anno, pari al 7 per mille dei residenti, mentre il flusso in uscita registra tra 35.000 e 40.000 decessi annui per eventi direttamente o indirettamente legati alla malattia metabolica. Le patologie cardiovascolari si confermano la prima causa di morte tra i pazienti diabetici, giustificando fino al 50% dei decessi complessivi, affiancate da un incremento dei casi oncologici e polmonari. Le differenze di genere mostrano un’insorgenza più precoce della patologia nei maschi, mentre nelle donne la diagnosi giunge in età più avanzata dove si riscontra anche una longevità superiore. La presenza del diabete determina un aumento del rischio di morte del 40-45% rispetto alla popolazione non diabetica e comporta una contrazione media dell’aspettativa di vita compresa tra 3 e 4 anni.

Sul territorio nazionale si stima la presenza di circa 1.500.000 persone affette da diabete senza esserne a conoscenza, condizione che accresce il ritardo diagnostico e la gravità delle complicanze. Il quadro clinico regionale evidenzia complicanze diffuse, tra cui la steatoepatopatia dismetabolica che colpisce oltre il 60% dei pazienti con diabete di tipo 2, uno screening della retinopatia diabetica con cadenza biennale ancora insufficiente e la presenza del piede diabetico distribuita a macchia di leopardo sul territorio.

«Di fronte ai numeri del diabete, la domanda che dobbiamo porci come manager della sanità italiana è: come possiamo far funzionare meglio il sistema che si prende cura delle persone che si misurano con questa cronicità?», è stato il quesito posto dal presidente di Fiaso Giuseppe Quintavalle. E una risposta è arrivata dal professor Riccardo Bonadonna, ordinario dell’università di Verona e presidente eletto della Società Italiana di Diabetologia (Sid). Il professor Bonadonna ha spiegato che la rete specialistica veneta riesce a seguire soltanto il 30-35% dei pazienti, rappresentati dai soggetti più complessi, lasciando il restante 70% della popolazione diabetica alla gestione esclusiva della medicina generale. E l’integrazione tra medici di famiglia e diabetologi trova un ostacolo tecnico rilevante nell’impossibilità di condividere agevolmente le cartelle cliniche informatizzate e i flussi di dati aziendali. 
Un’ulteriore valutazione è emersa dal sondaggio di Fiaso, che colloca il Veneto in una posizione di prontezza “intermedia”. La struttura assistenziale regionale vanta una tradizione con 50 anni di esperienza e punti di forza distintivi, quali la Medicina di Gruppo Integrata (Mgi), i protocolli clinici condivisi e gli audit periodici. I documenti programmatori evidenziano un Pdta regionale adottato nel 2015 e revisionato nel 2018 e nel 2022, la cui applicazione operativa rimane disomogenea tra le varie Ulss venete.

Sul piano locale veronese, la Ulss 9 Scaligera dispone di un proprio Pdta approvato nel 2022, integrato nel 2023 con il coinvolgimento di diabetologi, medici di medicina generale, nutrizionisti, farmacie e associazioni. Mentre le aziende ospedaliere della regione continuano a fare riferimento al documento aziendale del 2018, evidenziando la mancanza di una piena condivisione del percorso a livello regionale e aziendale. L’accesso alle strutture specialistiche risulta poi discrezionale e condizionato da una carenza strutturale di personale che interessa diabetologi, infermieri, dietisti, psicologi e podologi. «Il Veneto dispone di competenze ed esperienze importanti nella gestione del diabete di tipo 2 – ha commentato la docente Angela Ianaro, dell’Osservatorio Innovazione di Motore Sanità e dell’università di Napoli Federico II – La priorità è consolidare la continuità tra territorio e specialistica, sostenendola con personale, informazioni condivise e partecipazione dei pazienti, affinché il percorso sia concretamente accessibile anche alle persone più fragili».

L’impatto economico della patologia diabetica sul bilancio sanitario regionale supera i 770 milioni di euro all’anno, quota pari al 7% della spesa sanitaria pubblica della Regione Veneto. Il costo medio annuale a carico del Servizio Sanitario Nazionale per ciascun cittadino diabetico si attesta a circa 2.800 euro. La distribuzione delle risorse sanitarie mostra che l’8,8% dei costi è destinato ai farmaci antidiabetici, il 30,6% ai farmaci per il trattamento delle complicanze e il 40,7% alle spese di ricovero ospedaliero. Uno studio sui costi sociali del diabete di tipo 2 stimava nel 2016 una spesa complessiva in Italia superiore a 20 miliardi di euro, suddivisa tra un 46% di costi sanitari diretti e un 54% di costi indiretti legati alla perdita di produttività e all’assistenza informale. La gestione della sola malattia metabolica assorbe il 10% del totale dei costi sociali, mentre il restante 90% è generato dalla cura delle complicanze cliniche e dalle ospedalizzazioni. L’assorbimento delle risorse sanitarie nel Veneto indica che il 20% dei pazienti diabetici più complessi assorbe l’80% dei fondi destinati alla patologia, con costi individuali superiori dal 10% al 15% rispetto ai soggetti privi di diabete.

L’evoluzione delle opzioni terapeutiche è stata discussa al recente Congresso internazionale Easd 2026 svoltosi a Milano, dove sono state presentate le nuove raccomandazioni congiunte Ada ed Easd. I nuovi protocolli raccomandano di anticipare l’impiego dei farmaci incretinici, quali gli analoghi del Glp-1 e i doppi agonisti, sin dal momento della diagnosi iniziale, al fine di ridurre il rischio cardiovascolare, renale ed epatico e favorire la remissione della patologia. «Il cambio di paradigma nasce dal fatto che oggi nel diabete di tipo 2 non dobbiamo più limitarci a controllare la glicemia o ad attendere la comparsa delle complicanze – ha spiegato il professor Gian Paolo Fadini, ordinario dell’università di Padova e ricercatore presso il Vimm – Da alcuni anni sono disponibili terapie che possono modificare precocemente la traiettoria della malattia, ridurre il rischio cardiovascolare e renale e, in una quota di persone, favorire anche la remissione del diabete». La diffusione dell’innovazione farmacologica in Veneto riscontra però ostacoli dovuti ai limiti prescrittivi della Nota 100 e alle politiche regionali di rigoroso contenimento della spesa farmaceutica.

La dottoressa Viviana Coffele, direttrice sanitaria della Ulss 9 Scaligera, ha infine ricordato la scelta aziendale di valorizzare la prevenzione e gli stili di vita sani ancor prima della diagnosi, creando un gruppo multidisciplinare che coinvolge cardiologi, geriatri, dietisti, infermieri e medici di medicina generale insieme alle associazioni veronesi. Mentre il dottor Paolo Petralia, vicepresidente Fiaso e direttore generale dell’Aoui di Verona, ha descritto l’avvio di un piano di riorganizzazione incentrato sull’umanizzazione delle cure e sulla creazione di un “ecosistema relazionale” capace di superare la rigidità dei singoli settori clinici. Il rappresentante di Diabete Italia Stefano Nervo ha rilevato l’assenza in Veneto di ambulatori plurispecialistici integrati e il persistente sottoutilizzo degli strumenti di telemedicina legato ai carichi di lavoro del personale. E la portavoce dell’Asand Veneto Paola Branzi ha sottolineato la carenza di dietisti nei centri diabetologici e la necessità di dislocare tali professionisti presso le strutture del territorio.

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