Presidente Gentiloni, il suo nuovo libro si intitola «Diventare una potenza. Istruzioni per una rivoluzione europea». Perché oggi l’Europa deve diventare una potenza?
Perché, anche sulla base della mia esperienza alla Commissione europea, abbiamo il dovere in questo momento di far fare al percorso europeo un salto. Le ragioni principali sono due. La prima è che l’Unione europea è di fatto sotto assedio: la guerra di Putin, il disimpegno di Trump e, in fondo, anche il colonialismo dei giganti dell’intelligenza artificiale. È una condizione di assoluta novità in cui l’Europa si trova. L’altro motivo è che è sempre più evidente che quasi nessuno dei veri problemi che abbiamo davanti può essere affrontato dall’Europa dei 27 nani o dai singoli Paesi. Chiunque guardi al cambiamento climatico, all’andamento dell’inflazione, ai problemi energetici, all’intelligenza artificiale, ai flussi migratori: nessuno di questi problemi può essere affrontato in modo decente su una scala solo nazionale. Per questo serve un’Europa potenza.
Quali sono le tre condizioni principali perché l’Europa possa diventare una potenza?
Servirebbe un salto verso un titolo sovrano europeo. Oppure si può anche dire una politica economica comune europea, nel senso che non possiamo immaginare di vivere a lungo con una moneta unica, una banca centrale e 27 diverse politiche economiche. Con una moneta unica, ma senza emissioni sovrane europee. Non eurobond, nonostante il successo di Next generation Eu dopo il Covid, ma solo i Bund, i Btp, gli Oat francesi. Due: serve una difesa europea, perché gli americani hanno fatto capire da tempo, e in modo brutale e ostile con Trump, che non se ne occupano più. E terzo, serve almeno un primo passo verso una federazione europea, che è il superamento dell’unanimità.
Donald Trump, presidenti degli Stati Uniti – Epa/Aaron Schwartz © www.giornaledibrescia.it
I rapporti Draghi e Letta hanno avuto grande risonanza. Ma quanto delle loro proposte è stato realmente attuato?
Non c’è dubbio che il livello di attuazione sia ancora molto ridotto. Qualche passo avanti, ma troppo piccolo e troppo lento. La battaglia per avere più Europa, un’Europa potenza, è una battaglia cruciale sul piano politico. Molti governi, molti attori europei, mentre non invocano più l’uscita dall’euro o dall’Unione europea, anche quelli che lo facevano fino a quattro o cinque anni fa – la lezione inglese è valsa per tutti –, tuttavia pensano che all’Unione europea bisogna dare meno poteri possibili. Questo svuotare l’Unione dall’interno è ovviamente un ostacolo a una prospettiva di federazione europea, ma è anche un ostacolo a un’Europa più competitiva, quella che chiede Draghi, o a un mercato unico più compiuto, che è il rapporto di Enrico Letta. Quindi dobbiamo renderci conto che c’è una linea di faglia politica, ma addirittura culturale, tra chi pensa che in questo momento cruciale per le democrazie nel mondo una delle poche risposte possa venire da un’Europa forte e chi invece sottovaluta il problema o addirittura fa parte della spinta nazionalista, sovranista, antieuropea.
Lei propone di superare l’unanimità. Ma se domani in Europa aumentassero i governi euroscettici o sovranisti, il diritto di veto non potrebbe diventare una garanzia proprio per gli europeisti?
Penso che sia assolutamente da escludere. Chi vuole conservare l’unanimità? Ci sono due categorie. Una sono i Paesi molto piccoli e bisogna convincerli del fatto che le loro richieste, le loro prerogative, non saranno calpestate. Chi altro non vuole il superamento dell’unanimità? I Paesi con governi nazionalisti. Il principale Paese che si è pronunciato contro il superamento del diritto di veto è l’Italia. E non è un caso. Ricordiamo che l’unanimità riguarda un numero di materie relativamente ristretto, perché stiamo parlando principalmente di politica estera e di difesa e di tasse. Ma è fondamentale, perché il diritto di veto impedisce all’Unione europea di avere una politica estera e di difesa convincenti e salvaguarda i paradisi fiscali che purtroppo abbiamo anche dentro l’Unione europea.
L’Unione deve accelerare sull’allargamento, a partire dai Balcani occidentali e dall’Ucraina, oppure è necessario aspettare?
Storicamente penso che sia stata una scelta sacrosanta. Ci fu, come tutti ricordano, un enorme dibattito 23-24 anni fa, all’inizio del secolo. Forse qualcuno lo ricorda come il dibattito sull’«idraulico polacco» che avrebbe distrutto le nostre economie. Ma la scelta di far entrare, soprattutto nel 2004, un numero consistente di Paesi dell’ex orbita sovietica e un paio di Paesi dell’ex Jugoslavia è stata una scelta strategica, perché sarebbe stato incomprensibile, con il tramonto della divisione dell’Europa in due, che l’Unione europea continuasse a essere soltanto un’unione dell’Europa occidentale.
Oggi penso che siano necessarie due cose. Uno: procedere sull’allargamento, sapendo che possono esserci ostacoli. Sull’Albania è prevedibile che in alcuni Paesi ci sia una mobilitazione demagogica. Altri problemi, di natura più economica, li avremo quando matureranno i tempi per l’adesione dell’Ucraina. L’altra necessità si collega al discorso precedente: procedere verso una federazione europea. È ovvio che il diritto di veto, che già rende faticosa la decisione a 27, se l’Unione europea diventasse a 31, 32, 33 sarebbe ancora peggio. Quali altri grandi soggetti nel mondo hanno una coda di Stati che vogliono entrare? Bene, ma non possiamo trasformare l’Unione europea in una sorta di Onu d’Europa. Quindi il meccanismo decisionale va aggiornato e la posizione in questo del governo italiano deve cambiare.
Che cosa pensa della proposta di Carney di una cooperazione più stretta tra le medie potenze?
Carney ne ha parlato nel gennaio scorso in un discorso che è rimasto molto celebre a Davos. Ha detto due cose importanti. La prima è che siamo di fronte a una rottura dell’ordine internazionale, non a una transizione verso un nuovo ordine, nel senso che non si sa in che direzione andiamo, perché non andiamo verso un G2, un mondo governato da Stati Uniti e Cina che si spartiscono d’amore e d’accordo le influenze. Rischiamo di andare in un mondo molto turbolento e ai limiti del caos. In questo mondo turbolento alcune potenze invece lavorano per mantenere i flussi commerciali, per difendere la democrazia e i diritti delle minoranze, per promuovere la libertà. Quindi è bene che l’Unione europea in questi ultimi sette-otto mesi abbia allacciato nuovi accordi commerciali con mezzo mondo: l’India, l’Australia, l’America Latina. Ed è bene se questi rapporti commerciali, con alcuni paesi come il Canada, si trasformano anche in una solidarietà di tipo politico.
È davvero possibile costruire una difesa comune europea?
Io non solo dico che è possibile, dico che è necessaria e obbligata, perché l’intenzione degli americani è evidente ormai da 15 anni. Trump l’ha resa più brutale e ostile, ma Obama o Biden la condividevano, sia pure in modo molto più amichevole e collaborativo.
L’idea che l’America non si faccia più carico della difesa dell’Europa ci è stata consegnata dagli Stati Uniti da quasi vent’anni e quindi serve una difesa europea. Ogni tanto nel dibattito italiano sembra che il bivio sia tra chi vuole una difesa e chi non la vuole, in realtà è tra una difesa a dimensione europea e il fatto che alla nuova necessità di garantire sicurezza, inedita in questi 80 anni, ogni singolo Paese risponda per conto proprio. Questa è la vera alternativa. E purtroppo per ora sta prevalendo la strada di una risposta individuale di ciascun Paese. Non mi convince perché, primo, le capacità fiscali dei Paesi europei sono molto diverse e quindi alcuni si possono permettere livelli di spesa che altri non possono permettersi. Ma secondo, e forse ancora più importante, è vero che noi europei viviamo in pace da 80 anni, ma è anche vero che abbiamo una tradizione plurisecolare di guerre e non siamo vaccinati. Quindi, se si crea uno squilibrio enorme tra le capacità militari di diversi Paesi europei, chi può dire che cosa questo provocherà tra venti o trent’anni da oggi?
Come si costruisce un popolo europeo mentre crescono forze nazionaliste e sovraniste che propongono un’idea opposta di popolo?
Se vogliamo semplificare le cose, si potrebbe dire, con tutte le differenze Paese per Paese, che le minoranze nazionaliste, sovraniste, antieuropee – perché si tratta di minoranze nel Parlamento europeo e nei singoli Paesi – solo eccezionalmente sono andate al governo. È capitato in Olanda, è capitato in Italia, è capitato in Ungheria. L’unico vero successo di questa spinta nazionalista, sovranista, antieuropea è stata la Brexit. Questa minoranza nazionalista, sovranista, antieuropea però è molto vocale. E la maggioranza europeista è fatta da forze molto diverse: democristiani, socialisti, liberali, verdi, che comunque rappresentano un punto di vista e un voto maggioritario. Uno degli obiettivi del mio libro, visto che siamo all’inizio di un lungo ciclo elettorale in cui voteranno più di metà dei cittadini europei, è quello di dire: bisogna un po’ alzare la voce. Bisogna convincersi che abbiamo molte cose buone da difendere in Europa, ma per difenderle, per migliorarle, serve un salto verso un’Europa potenza. Quello che mi ha colpito in questi giorni è che uno dei discorsi più avanzati da questo punto di vista ci è arrivato da Leone XIV, un papa statunitense che ha scelto il posto in cui fare questo discorso: Metz, una città francese che per 70 anni ha cambiato cinque volte tra Francia e Germania, perché è stata attraversata da tre guerre tra Francia e Germania. La città di uno statista cristiano, Robert Schuman, molto importante per la storia dell’Unione europea. E ha fatto un discorso sull’importanza dei valori europei: non solo i valori cristiani, ma i valori di libertà, i valori di solidarietà.
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