(Questo articolo è scritto da Alberto Pagani con Lorenzo Zurino, presidente del Forum italiano dell’Export)
Nel 2025 l’Italia ha esportato merci per 643 miliardi di euro, il 3,3% in più dell’anno precedente, e nei primi sei mesi del 2026 è salita a 337 miliardi, con un aumento del 4,5%. Il governo li presenta come la prova che il Made in Italy è più forte di dazi, guerre e crisi energetica. I numeri sono veri e vanno rispettati, perché dietro ciascuno ci sono migliaia di imprese che ogni giorno si misurano con mercati sempre più ostili. Ma proprio per rispetto di quelle imprese conviene chiedersi che cosa raccontino davvero, e da dove vengano. La risposta, a guardare le statistiche ufficiali, è meno rassicurante di quanto suggerisca la comunicazione politica, e soprattutto è una risposta geopolitica. L’export italiano non cresce nonostante il disordine del mondo: in parte cresce a causa di quel disordine. E una crescita alimentata dalla paura è, per definizione, una crescita che non si può programmare.
Due comparti, un record
La prima cosa da osservare è la distanza fra valore e quantità. Nel 2025 il valore delle esportazioni è cresciuto del 3,3%, i volumi soltanto dello 0,7%; l’Istituto del commercio estero (Ice) attribuisce la parte prevalente dell’aumento ai valori medi unitari, saliti del 2,6%. La seconda è la concentrazione. Dei 3,3 punti di crescita, 2,5 vengono dalla farmaceutica, che con un balzo del 28,5% ha raggiunto 69,2 miliardi; un altro punto viene dai metalli. Sommati, i due comparti spiegano più dell’intera crescita: tutto il resto della manifattura italiana, preso insieme, ha dato un contributo leggermente negativo. Dentro quel resto ci sono i settori che più identificano il Paese nel mondo. Il tessile, l’abbigliamento e le calzature hanno perso quasi il 2%, gli autoveicoli quasi il 7%, la meccanica è rimasta ferma poco sotto i cento miliardi. Il record del 2025 è dunque il record di due filiere, non quello dell’industria italiana. La farmaceutica è un’eccellenza strategica e merita di essere difesa, ma la sua corsa non si estende automaticamente alle centinaia di migliaia di piccole e medie imprese che compongono il tessuto produttivo.
Il 2026 e l’oro della paura
Nel 2026 il quadro cambia, e cambia in un modo che dovrebbe preoccupare più che rassicurare. La farmaceutica ha esaurito la sua spinta: a giugno le minori vendite verso Svizzera, Francia e Spagna sottraggono 1,3 punti alla crescita. Il nuovo motore sono i metalli, cresciuti di quasi il 29% nel semestre, e dietro i metalli c’è soprattutto l’oro. A maggio, secondo la ricostruzione del Sole 24 Ore, oltre tre dei 4,1 punti di crescita del mese venivano da un solo prodotto verso un solo mercato, i lingotti venduti in Svizzera; nel primo trimestre il distretto di Arezzo ha esportato metalli preziosi per oltre sei miliardi, il triplo di un anno prima, mentre la gioielleria vera e propria si dimezzava. L’oro non è un prodotto come gli altri. Sale quando il mondo ha paura, e nel 2026 il mondo ha avuto molte ragioni per averne: il massimo storico, attorno ai 5.600 dollari l’oncia, arriva a fine gennaio, nel pieno dell’escalation che precede l’attacco all’Iran. La raffinazione e il commercio di lingotti generano poco valore aggiunto per euro fatturato e coinvolgono pochissime aziende. Lo stesso vale per i prodotti petroliferi raffinati, cresciuti in valore del 23% nel semestre perché è esploso il prezzo dell’energia. In entrambi i casi il Paese incassa una rendita geopolitica, non un guadagno di competitività.
Quantità, prezzi e margini
I volumi del 2026 confermano la diagnosi. Nel semestre crescono dello 0,7%, contro il 4,5% del valore. I singoli mesi oscillano molto, anche per le consegne di navi che l’Istat segnala in tre comunicati consecutivi: maggio e luglio chiudono con volumi in calo del 2,4% e dell’1,7%, giugno con un balzo del 5,1%. Proprio per questo il dato che conta è quello cumulato, e il dato cumulato descrive un sistema che vende quasi le stesse quantità di un anno fa, a prezzi più alti.
Prezzi più alti non significano automaticamente margini più alti. I volumi dell’Istat si ottengono dividendo il valore per un indice dei valori medi unitari, che si muove anche solo perché cambia il mix delle merci vendute: più lingotti e meno macchine fanno salire la media senza che nessuna impresa abbia alzato i listini. E dalla primavera i costi corrono più dei ricavi. A giugno i valori medi all’import crescono del 10,2%, quelli all’export del 4,5%; i prezzi dei beni intermedi importati salgono del 6,7%, quelli dell’energia del 20,5%, e a luglio l’indice dei prezzi all’importazione resta del 5% sopra l’anno precedente. Per un’impresa energivora che compra semilavorati all’estero e vende in euro, è la descrizione esatta di un fatturato estero che cresce mentre la redditività si assottiglia.
Il surplus che dipende da Washington
Il boom farmaceutico del 2025 ha una spiegazione strategica precisa. Mentre la Casa Bianca apriva le indagini sulla Sezione 232 e ventilava dazi a tre cifre sui medicinali, i grandi gruppi hanno anticipato le spedizioni e costituito scorte oltre Atlantico: l’export verso gli Stati Uniti è cresciuto del 7,2%, la farmaceutica di oltre il 54%. È un effetto di anticipo, non ripetibile, e infatti nel primo semestre 2026 la crescita verso il mercato americano si è fermata al 2%.
Ma il dato che dovrebbe far riflettere chi governa l’internazionalizzazione è un altro: nel 2025 circa due terzi del surplus commerciale italiano sono stati realizzati con un solo Paese. Quel Paese usa il commercio come strumento di pressione politica. Dopo l’accordo di Turnberry del luglio 2025, che fissava al 15% il dazio su gran parte delle merci europee, la Casa Bianca ha annunciato a maggio 2026 il 25% sulle auto europee e a luglio un’indagine commerciale come ritorsione per le multe inflitte dall’Unione alle piattaforme digitali americane.
Come uno di noi ha scritto su queste pagine commentando la Strategia di sicurezza nazionale americana del dicembre 2025, Washington, Pechino e Mosca convergono nel preferire un’Europa di ventisette capitali separate a un blocco capace di negoziare da pari. Il dazio è lo strumento economico di quella preferenza. Un Paese che concentra la propria eccedenza commerciale sul mercato americano, e che misura il proprio successo soltanto in miliardi nominali, offre a chi pratica il divide et impera una leva formidabile.
Hormuz e il conto delle imprese
Il secondo shock del 2026 porta il nome di uno stretto. La guerra all’Iran iniziata il 28 febbraio, con la chiusura e le successive riaperture intermittenti di Hormuz, ha prodotto la più grave crisi energetica europea dal 2022: a settembre il Brent ha superato i 107 dollari e il gas sul mercato di Amsterdam gli 83 euro per megawattora, e le stime più prudenti ipotizzano la perdita di circa un quinto del gas liquefatto qatariota per tre-cinque anni. Come spiegato su HuffPost, in un articolo a firma Alberto Pagani e Pino Musolino, Hormuz non è una crisi lontana ma un nodo che ridisegna rotte e costi dell’intero Mediterraneo; gli attacchi degli Houthi alle petroliere nel Mar Rosso, cioè proprio lungo la via alternativa, lo hanno confermato. Dazi, energia, noli, premi assicurativi e costo del credito non sono variabili tecniche che si sommano per caso nel prezzo finale delle merci. Sono le manifestazioni contabili di un unico fenomeno strategico: la fine dell’ordine che aveva reso il commercio internazionale relativamente prevedibile. Un sistema produttivo di trasformazione, privo di materie prime e dipendente dai traffici marittimi, paga quel fenomeno due volte: quando importa energia e semilavorati, e quando l’incertezza scoraggia gli investimenti necessari per conquistare stabilmente nuovi mercati.
Che cosa dovrebbe misurare la politica dell’export
L’obiettivo dei 700 miliardi entro il 2027 è raggiungibile: servono circa 4,3 punti di crescita nominale all’anno, e al ritmo attuale il 2026 chiuderebbe intorno ai 673 miliardi. Qui sta il paradosso. È un traguardo che si può centrare anche senza vendere un solo pezzo in più, purché oro ed energia restino cari. In una stagione di shock sui prezzi, un obiettivo soltanto nominale rischia di misurare l’inflazione delle materie prime più che la forza delle imprese. Per questo proponiamo di accompagnarlo con un cruscotto che le stesse istituzioni pubbliche sono in grado di produrre: l’export in volume al netto di metalli preziosi, energia e cantieristica; le quote di mercato a prezzi costanti rispetto ai principali concorrenti europei; il valore aggiunto domestico contenuto nelle esportazioni; le ragioni di scambio; il numero di imprese esportatrici e la partecipazione delle piccole e medie aziende.
Sul piano strategico, le priorità che i dati indicano sono tre. La prima è il mercato unico europeo, che è cresciuto più di quello extraeuropeo sia nel 2025 sia nel 2026 ed è l’unico spazio in cui l’Italia negozia insieme agli altri ventisei, non da sola. La seconda è una diversificazione concreta, a partire dall’accordo con l’India concluso a gennaio, che riguarda soprattutto la meccanica, cioè proprio il settore rimasto fermo. La terza è la sicurezza delle rotte e delle forniture, che non è un capitolo militare separato dal commercio ma la sua condizione di possibilità.
Il lavoro della Farnesina, dell’Ice, di Sace e di Simest è prezioso e merita riconoscimento. Proprio per questo il racconto pubblico dovrebbe essere all’altezza delle analisi che quelle istituzioni producono. La competitività di un Paese non si misura in quanto il mondo paga le sue merci in una stagione di paura, ma in quanto le sue imprese sanno conquistare e trattenere quando la paura passa.
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