L’Italia deve costruire un piano energetico che sia anche un piano industriale. Non basta stabilire quanta nuova capacità installare: bisogna decidere come coordinare produzione, reti, accumuli e consumi, quali tecnologie inserire nel mix e su quali filiere nazionali concentrare investimenti e competenze. Trasportare e immagazzinare energia, garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e contenere i costi, sono esigenze storiche. Il salto da compiere è affrontarle insieme, trasformando la transizione ecologica in sviluppo industriale. Alessandro Cadei, Senior Partner e responsabile EMEA Energy & Utilities e Luigi Corleto, Partner di Bain & Company, spiegano a Industria Italiana come costruire questa programmazione e quali filiere italiane possono beneficiarne.
La dimensione degli investimenti rende questa scelta urgente. Secondo le stime richiamate da Bain, nel prossimo decennio il settore energetico italiano mobiliterà circa 150 miliardi di euro, dei quali 50-60 miliardi destinati alle reti di trasporto e distribuzione. La questione non è soltanto finanziare le infrastrutture, ma utilizzare queste risorse per rafforzare le filiere nelle quali l’Italia possiede competenze industriali, tecnologiche e progettuali. La produzione di pannelli fotovoltaici, batterie e turbine eoliche, è invece concentrata prevalentemente all’estero. Anche il possibile ritorno del nucleare deve quindi essere valutato non soltanto come scelta energetica, ma come occasione per sviluppare una supply chain nazionale già presente sui mercati internazionali.
Il piano dovrà essere costruito in uno scenario più complesso rispetto a quello previsto dal Pniec. Diversi obiettivi al 2030 si stanno allontanando; la produzione rinnovabile cresce soprattutto nel Mezzogiorno, mentre domanda industriale e data center si concentrano al Nord; il mercato elettrico resta condizionato dal prezzo del gas; sicurezza degli approvvigionamenti e accessibilità dei costi sono tornate centrali per la competitività delle imprese. Non basta quindi aggiungere impianti o sostenere una tecnologia alla volta. Servono reti bidirezionali, accumuli, regole che riconoscano il valore dell’energia disponibile quando occorre e un mix tra rinnovabili, gas, idroelettrico e, in prospettiva, nucleare.
Bisognerà infine tenere conto di come sta cambiando il settore. La crescente intensità di capitale spingerà gli operatori a scegliere tra il modello infrastrutturale e quello integrato, alimentando consolidamento e acquisizioni. L’intelligenza artificiale potrà migliorare gestione degli asset, manutenzione, previsioni e trading, ma solo attraverso dati affidabili e processi riprogettati. Il punto, dunque, non è scoprire oggi la necessità di trasportare o accumulare energia: è costruire una politica che coordini queste esigenze, orienti gli investimenti e trasformi il nuovo sistema energetico in sviluppo industriale italiano.
Reti e accumuli al centro del piano energetico-industriale: la filiera italiana può crescere nell’ingegneria, nel digitale e nel telecontrollo

La programmazione energetica dovrà coordinare lo sviluppo degli impianti con gli investimenti in connessioni, accumuli e reti bidirezionali. «Non basta installare nuovi impianti: bisogna fare in modo che l’energia prodotta possa essere effettivamente utilizzata», spiega Corleto. La produzione cresce soprattutto nel Mezzogiorno, mentre la domanda industriale e i consumi dei data center si concentrano al Nord: serviranno nuove dorsali e reti locali digitalizzate per collegare produzione e domanda.
Per l’industria italiana le opportunità sono soprattutto nell’ingegneria, nei servizi di rete, nel telecontrollo, nella digitalizzazione e nella realizzazione dei progetti; la produzione di pannelli, batterie e turbine eoliche è invece localizzata prevalentemente all’estero. Il valore industriale si concentrerà quindi nella capacità di progettare le infrastrutture, installarle e gestirle, trasformando gli investimenti programmati in nuove connessioni e reti più flessibili. «La filiera dei servizi di rete comprende centinaia di piccole e medie imprese che lavorano per i gestori della trasmissione e della distribuzione – spiega Corleto. L’aumento degli investimenti ne sta favorendo il consolidamento: una maggiore dimensione permette di acquistare strumentazioni digitali, pianificare meglio risorse e attività, e formare le competenze necessarie».
Il mercato deve remunerare l’energia disponibile quando serve: Fer X e Fer Z introducono segnali di lungo periodo, ma il prezzo resta legato al gas

Con la crescita di fotovoltaico ed eolico, la redditività degli impianti non dipenderà più soltanto dai volumi generati. Per l’industria conta poter disporre di energia quando serve, con continuità e a costi prevedibili. «Bisogna sfatare il mito che un megawattora abbia sempre lo stesso valore – afferma Corleto – L’energia prodotta quando soddisfa la domanda vale più di quella immessa sul mercato indipendentemente dalle necessità del sistema». Su questa differenza intervengono Fer X e Z, introducendo segnali economici di lungo periodo e valorizzando la combinazione tra produzione e accumuli. «Il Fer Z considera l’elettrone come parte di un sistema, non soltanto come energia prodotta», osserva Cadei.
La struttura tradizionale del mercato, invece, conserva l’impianto costruito negli anni Novanta attorno alle fonti fossili. Sebbene una quota crescente di elettricità provenga da sole e vento, spesso è ancora l’ultimo impianto a gas chiamato a produrre a fissare il prezzo per tutti. «Anche una quantità limitata di generazione a gas può determinare il prezzo dell’intero sistema», spiega Corleto. Per contenere i costi dell’energia occorre quindi aggiornare l’architettura, nata con il decreto Bersani, e ormai datata. Meccanismi di lungo periodo possono ridurre la volatilità, offrire certezza sui ritorni e abbassare il costo dei finanziamenti. «Il costo del capitale diventa sempre più determinante in un sistema ad alta intensità di investimenti», conclude Cadei. Servono regole che garantiscano visibilità agli investitori senza trasferire integralmente sui consumatori il costo della trasformazione».
Il nuovo sistema energetico separa operatori infrastrutturali e gruppi integrati: scala, capitale e competenze spingono il consolidamento
Il nuovo assetto del settore sta facendo emergere due modelli industriali. Gli operatori infrastrutturali concentrano risorse su impianti e reti e competono soprattutto su ritorno atteso e costo del capitale, a partire dal costo finanziario. I gruppi integrati combinano invece generazione, accumuli, trading e vendita per stabilizzare i margini e valorizzare l’energia lungo l’intera catena. «Il modello integrato richiede una scala maggiore e competenze avanzate di portfolio ed energy management – spiega Cadei – È quindi accessibile soprattutto ai grandi operatori. Il retail diventa strategico perché permette di bilanciare le posizioni a monte e a valle, mentre la convergenza con telecomunicazioni e servizi digitali apre nuovi terreni competitivi».
La ricerca di scala alimenterà fusioni e acquisizioni. Fondi infrastrutturali e private equity, dopo avere finanziato la crescita delle rinnovabili, dovranno confrontarsi con asset che acquistano valore quando vengono integrati con batterie, clienti e capacità di gestione. «I fondi possono favorire il consolidamento sia attraverso nuove acquisizioni sia cedendo le partecipazioni al termine del proprio periodo di investimento – osserva Cadei – Sarà sempre più difficile competere senza una strategia chiara, la dimensione e le competenze richieste necessarie, coerenti con i trend di mercato».

Il nucleare nel piano energetico-industriale: primi impianti dal 2035 e 50 miliardi potenziali per la filiera italiana

Nel futuro mix energetico, il nucleare può fornire energia decarbonizzata e programmabile, ma non risolverà nell’immediato il problema dei prezzi. «In Italia arriverà almeno tra dieci anni – afferma Corleto. Se le previsioni saranno rispettate, il primo impianto potrebbe entrare in funzione intorno al 2035, mentre una capacità installata significativa arriverà dopo il 2040». Per avviare il settore servono un’autorità di controllo, regole autorizzative e strumenti finanziari capaci di remunerare investimenti lunghi e ad alta intensità di capitale. «In una logica di mix, il nucleare ha senso – aggiunge Cadei – Ma bisogna definire il modello economico e il market design che dovranno sostenerlo».
La scelta deve essere anche industriale. Pur non avendo centrali attive, l’Italia conserva la seconda industria manifatturiera nucleare d’Europa, con aziende già presenti nei programmi esteri. Secondo Bain, la realizzazione degli obiettivi nazionali, accompagnata dall’espansione internazionale delle imprese italiane, potrebbe generare circa 50 miliardi di euro di valore aggiunto cumulato al 2050. «Tale opportunità, potrebbe rafforzare la filiera italiana e fornire l’assist per una successiva risoluzione del tema tecnologico e regolatorio nel nostro Paese», sottolinea Corleto.
L’AI deve uscire dai progetti pilota: dati e nuovi processi per gestire asset, trading e investimenti energetici
La gestione di un sistema energetico più integrato richiederà di coordinare un numero crescente di asset, dati e decisioni. Dal 2019-2020 gli operatori energetici utilizzano gli advanced analytics per manutenzione predittiva, previsione della domanda, trading e analisi dei clienti. Il passaggio successivo è integrare AI generativa e sistemi agentici nella gestione degli asset, nel procurement, nell’ingegneria e nella programmazione degli investimenti. «Quasi tutti hanno sviluppato progetti pilota, ma pochi hanno trasformato i processi e ancora meno ne hanno misurato i benefici economici – spiega Cadei – Bisogna ripensare processi e operating model end-to-end, insieme a workflow, competenze e scelte di make or buy». AI e robotica potranno inoltre aumentare la produttività dei tecnici e attenuare la carenza di professionalità che limita la crescita delle filiere energetiche.
Il primo vincolo è la qualità delle informazioni. «Il valore emerge quando l’azienda dispone di dati organizzati e strutturati – osserva Corleto – Deve cambiare anche il modo in cui ingegneria, procurement, operations e pianificazione lavorano insieme: la trasformazione è organizzativa, non soltanto tecnologica». Resta da stabilire quanta autonomia affidare agli algoritmi. Nella gestione degli asset, i sistemi possono combinare segnali provenienti dagli impianti con dati meteorologici, domanda e prezzi di mercato, fino a proporre o eseguire una decisione. «Serve un discrimine che stabilisca quando l’agente può procedere da solo e quando è necessaria la supervisione», spiega Corleto.

Il Pniec va aggiornato al nuovo scenario: decarbonizzazione, sicurezza e costi devono entrare in un unico piano energetico-industriale
Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima ha fissato obiettivi ambiziosi al 2030, dalle rinnovabili all’elettrificazione dei consumi e della mobilità. A quattro anni dalla scadenza, tuttavia, alcuni traguardi appaiono difficilmente raggiungibili. Le crisi energetiche e geopolitiche non hanno cancellato la decarbonizzazione dall’agenda, ma hanno riportato in primo piano la sicurezza degli approvvigionamenti e il costo dell’energia: due variabili decisive per la competitività delle imprese e per la possibilità di programmare investimenti industriali di lungo periodo. «Che il 2030 fosse un obiettivo ambizioso era chiaro e va riconosciuto che sono stati fatti molti passi avanti – osserva Cadei – ma, considerando il tempo rimasto, diversi target saranno difficili da raggiungere. Serve un ripensamento più pragmatico, anche in vista del 2035 e del 2040: alcune soluzioni si sono dimostrate meno efficaci o meno percorribili del previsto e bisogna trovare un nuovo equilibrio tra decarbonizzazione, sicurezza degli approvvigionamenti e affordability».
Il riequilibrio dovrà coinvolgere anche gli strumenti europei. Tra questi c’è l’Emission Trading System, sul quale sono già stati introdotti alcuni correttivi e la cui evoluzione inciderà direttamente sui costi delle aziende energivore. «Sarà importante seguire il percorso europeo e capire come le nuove regole verranno recepite a livello nazionale», sottolinea Cadei. Per l’industria, la questione non è scegliere tra transizione e competitività, ma costruire un percorso nel quale gli obiettivi climatici siano accompagnati da energia disponibile, prezzi sostenibili e regole sufficientemente stabili da orientare gli investimenti.
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