Scorte, prezzi e Donald Trump. Il caro gasolio spaventa l’Italia


Gasolio stabilmente sui massimi storici, scorte europee ai minimi stagionali. Ora anche l’ipotesi che gli Stati Uniti, primi esportatori al mondo, smettano di venderlo all’estero. È lo scenario in cui si trova l’Italia, e con lei l’Europa. Mentre il Brent riprende la corsa dopo aver perso terreno nella speranza di una soluzione in Iran, il prezzo del gasolio non accenna a scendere. Oggi costa in media 2,340 euro al litro, secondo l’Osservaprezzi Carburanti del ministero delle Imprese, sopra il picco del marzo 2022 quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva spinto il prezzo al record. Una soglia da cui il distillato non è mai sceso. E che significa per chi fa il pieno pagare un terzo in più di un anno fa. Secondo i dati presentati da Uniontrasporti alla Fiera del Levante di Bari, il gasolio è aumentato del 35% rispetto allo scorso anno. La ragione sta in quello che succede nelle raffinerie. Sette mesi di guerra in Medio Oriente e gli attacchi ucraini agli impianti russi hanno messo fuori uso parte degli impianti che trasformano il greggio nel carburante che muove camion, trattori e navi. È su questo mercato che si è inserito martedì Donald Trump, dicendosi favorevole a un divieto delle esportazioni del diesel americano, oggi una delle principali fonti di approvvigionamento dell’Europa. Una misura pensata per frenare il prezzo del gasolio negli Stati Uniti, arrivato al record di 6,53 dollari al gallone, ma che per gli economisti andrebbe a peggiorare solo le cose. E non solo negli Usa. 

Il conto arriverebbe in Europa, che già sta scontando il caro diesel più di ogni altra regione del mondo, visto che ne consuma più di quanto ne produca. Nel 2022 la Russia forniva la metà del diesel importato dell’Ue, dopo lo stop europeo del 2023 a colmare il vuoto sono stati soprattutto il Medio Oriente e gli Stati Uniti. Oggi il primo è teatro di guerra, il secondo minaccia di fermare l’export rendendo ancora più spietata la concorrenza per ogni carico e spingendo verso l’alto le quotazioni europee. Non il massimo per un continente dove il boom del prezzo del gasolio costa già 203 milioni di euro in più al giorno, secondo un nuovo studio di Transport & Environment. Si parla, in particolare, di 30 euro a ogni pieno per ogni automobilista e di 236 euro a settimana per un camion. Insomma, una crisi che colpisce un’area dove il 38% delle auto va a gasolio e gran parte delle merci viaggia su strada, e che investe in pieno anche noi. 

Nel nostro Paese la preoccupazione è già alta, a partire dalle forniture. “Siamo in una situazione già abbastanza critica da un punto di vista degli approvvigionamenti”, spiega a HuffPost Bruno Bearzi, presidente della Figisc Confcommercio che rappresenta i gestori delle stazioni di servizio. La crisi di Hormuz ha spostato i compratori come India e Cina, che si rifornivano nel Golfo, e che “ora sono costretti giocoforza a rifornirsi sul mercato globale, quindi anche sul nostro mercato”. Più concorrenza, dunque, per un prodotto che l’Italia raffina meno di un tempo. Negli anni, ricorda Bearzi, “tantissime raffinerie sono state chiuse oppure riconvertite”. E se le crisi non si risolvono in tempi ragionevoli, il rischio va oltre il prezzo, specie per il carburante per aerei che l’Italia importa in buona parte dal Qatar. “I problemi di approvvigionamento di gasolio, soprattutto di jet fuel sono concreti. C’è veramente la possibilità che nei prossimi mesi ci possa essere scarsità di prodotto, a prescindere dal fatto che Trump faccia o meno il bullo”.  

Di quanto quanto aggravarsi la situazione nessuno lo azzarda. Per Aldo Francesco Bevilacqua, presidente di Federtrasporto, “non è oggettivamente possibile stimare di quanto potrebbero salire i prezzi finché la situazione non si sblocca e la decisione americana resta in valutazione”. Tuttavia “gli effetti sull’Italia sarebbero comunque rilevanti”, visto che per un’impresa di autotrasporto il carburante pesa tra il 28% e il 30% dei costi. “In una prima fase”, dice a HuffPost, “il rincaro verrebbe assorbito dalle imprese, ma se la tensione durasse il riequilibrio delle tariffe sarebbe inevitabile e una parte del costo arriverebbe lungo le filiere”. Quella prima fase, per molti autotrasportatori, è già cominciata. “Indubbiamente la situazione del caro gasolio sta creando condizioni molto difficili per le imprese di autotrasporto”, racconta a HuffPost Paolo Uggè, presidente della Fai, la federazione degli autotrasportatori. “Solo quelle con più di 50 camion, circa il 3% del settore, hanno la forza contrattuale per farsi pagare gli aumenti dal committente”. Le altre sono “sostanzialmente medio piccole” e il rincaro rischia di restare a loro, al posto che passare sulle tariffe e poi sul prezzo delle merci. 

Nemmeno lo sconto sulle accise le ha aiutate a risolvere il problema. Gli autotrasportatori pagano già un accisa agevolata e il taglio generale ne ha ridotto il rimborso. Per compensare il governo Meloni ha stanziato crediti di imposta per 386 milioni e a settembre ha esteso la misura rifinanziadola. Il nodo sono i tempi. “Il problema vero è far arrivare queste risorse rapidamente nelle tasche delle imprese”, che probabilmente le vedranno solo intorno a metà ottobre. “Ecco perché come Fai guardiamo alla legge di bilancio per proporre di scendere sotto l’accisa agevolata, oggi intorno ai 40 centesimi al litro, sfruttando i margini concessi dall’Unione europea. E chiedendo che l’aumento mensile del gasolio venga indicato in fattura, con l’obbligo per il committente di farlo entro 60 giorni”. Intanto, tra le associazioni c’è già chi parla di imprese senza liquidità per fare il pieno e di camion a rischio stop. E chi invece chiede un tetto al prezzo dei carburanti. Richieste che si scontrano con i limiti riconosciuti dallo stesso esecutivo, con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che a margine del question time alla Camera ha ribadito che i prezzi dei carburanti non dipendono da governo, ma da quante raffinerie funzionano per produrre gasolio e benzina. Intanto, per le imprese, il danno è già cominciato. “Le aspettative sui prezzi dei carburanti determinano nel mercato un aumento vertiginoso dei livelli”, precisa Bevilacqua. Parole come quelle di Trump alimentano queste aspettative” e creano “già da subito a prescindere da quello che succederà uno shock su imprese già fortemente in difficoltà”. 


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