L’ultimo pomeriggio della Sustainability Week in Borsa Italiana ha attraversato l’evoluzione della finanza sostenile. Dai green bond alla blended finance, ecco come i mercati finanziari e le istituzioni stanno riorganizzando strumenti e risorse per sostenere la transizione reale, la resilienza climatica e la competitività dell’economia.
Il tempo delle pure metriche di crescita e della corsa a fare “massa critica” sembra essersi concluso. Oggi la finanza sostenibile ha raggiunto una maturità strutturale che impone un cambio di paradigma secco: non ci si chiede più se il mercato green stia crescendo, ma quanto sia in grado di finanziare la resilienza dell’economia reale. È questa la fotografia scattata nell’ultimo pomeriggio di lavori milanese, della Euronext Sustainability Week, dedicato all’evoluzione dei mercati finanziari in ottica di sostenibilità, di cui ESGnews è media partner. Il workshop The Evolution of Sustainable Finance: Blended Finance, ESG Innovation and Capital Markets ha visto
“Il mercato dei bond sostenibili ha raggiunto dimensioni strutturali significative, con circa 4.000 strumenti obbligazionari ESG quotati su Euronext (primo mercato in Europa), per un controvalore di 2 trilioni di euro. In Italia, ne sono quotati circa 700” spiega Anna Marucci, Head of Debt and Funds Listing Italy, Euronext. “La crescita non è più lineare come in passato, suggerendo una maturità che richiede nuove domande. La discussione si sposta quindi dal semplice ‘la finanza sostenibile sta crescendo?’ a ‘quanto efficacemente ed efficientemente sta finanziando la resilienza dell’economia reale?’”, conclude Marucci.
La nuova traiettoria della finanza sostenibile: greenium, credibilità ESG, resilienza e transizione
La finanza sostenibile è diventata una componente strutturale dei mercati, ma pone nuove sfide: dalla credibilità degli strumenti ESG e dal rischio di greenwashing alla capacità di valorizzare nei prezzi la resilienza climatica. La transizione richiede inoltre di finanziare non solo ciò che è già green, ma anche il percorso verso la decarbonizzazione. A introdurre il panel sui temi della credibilità ESG, del greenium, della resilienza e della necessità di finanziare concretamente la transizione accompagnando la discussione del primo panel è Annalisa Feliciani, Partner, Dentons.
Un primo quesito è se la finanza riconosce un premio per i titoli sostenibili. Ebbene sì, il mercato riconosce un valore, il cosiddetto “greenium”, per le emissioni delle aziende. “Il premio di sostenibilità, misurato come differenziale di rendimento tramite obbligazioni sostenibili e le obbligazioni tradizionali, è significativamente negativo e rappresenta un beneficio per l’emittente nel settore corporate, mentre tende a scomparire per le emissioni finanziarie. Questo probabilmente perché è meno evidente associare il finanziamento con gli impatti. Ma oltre alle caratteristiche del titolo, dallo studio realizzato insieme a Lucia Alessi del Joint Research, il primo su un campione di titoli italiani, è emerso che le obbligazioni emesse da enti con rating ESG medio-alto tendono ad avere rendimenti significativamente più bassi in tutti i settori” spiega Monica Gentile, Divisione Studi e Regolamentazione, Ufficio Analisi degli Impatti della Regolamentazione, Consob.
Risultati su cui si trova allineato Dario Mangilli, Head of Sustainable Investing, IMPact SGR, per il quale conta il profilo complessivo dell’emittente e non solo le caratteristiche ESG dello strumento. Ma quale giudizio dare ai rating ESG per comprendere il profilo dell’emittente? Su questo punto gli attuali modelli di rating rischiano di essere troppo statici e orientati al passato, faticando a integrare rapidamente gli impatti di eventi estremi come ondate di calore, siccità e scarsità d’acqua che oramai non sono da considerare un’anomalia ma fanno parte dello scenario attuale e comportano notevoli impatti economici. “È necessario superare la distinzione tra analisi finanziaria e analisi d’impatto, integrandole per valutare appieno la capacità trasformativa dei modelli di business” osserva Mangilli.
Quindi il mondo finanziario e quello industriale devono accelerare la capacità di incorporare il nuovo scenario climatico, oltre che geopolitico, nelle proprie strategie operative perché si è entrati in una nuova fase di incertezze e imprevedibilità destinata a perdurare. “Gli eventi climatici estremi rendono la resilienza un tema strategico e macroeconomico urgente” nota Giancarlo Pavia, Head of Sustainable Investment Banking Italy, Crédit Agricole CIB, che sottolinea come la finanza di adattamento sia ancora di nicchia e l’Europa sia indietro rispetto ad altre regioni, come l’Asia. “Per la città di Tokyo” spiega Pavia, “abbiamo strutturato il primo Resilience Bond, al momento l’unico così denominato. Si tratta di un Use of Proceeds Bond, assimilabile a un green bond, i cui proventi sono destinati specificamente a finanziare piani e iniziative di adattamento climatico. L’obiettivo è sostenere interventi capaci di gestire e ridurre i rischi legati agli impatti del cambiamento climatico sulla città”.
Per le aziende un passo significativo per avviare una concreta riflessione sul proprio grado di preparazione alle nuove sfide è stato l’introduzione della CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive). “La CSRD, pur essendo stata oggetto di critiche, ha prodotto anche alcuni effetti positivi. Ha spinto le aziende a ragionare con un orizzonte di più lungo periodo e a integrare gli obiettivi di sostenibilità nei piani industriali. Ha inoltre introdotto il principio della doppia materialità, che considera sia l’impatto dell’azienda sull’ambiente e sulla società sia gli effetti dei fattori di sostenibilità sull’azienda, favorendo una maggiore attenzione ai piani di adattamento e resilienza” afferma Ronan Lory, CFO di Edison e rappresentante della CFO Coalition for the SDGs. Secondo il manager, un’applicazione rigorosa della CSRD può contribuire a ridurre il profilo di rischio delle imprese, mentre requisiti di rendicontazione più strutturati, verificabili e comparabili aiutano a contrastare il greenwashing. Infine, la direttiva ha favorito la diffusione di un linguaggio comune sulla sostenibilità, attraverso concetti e metriche condivisi come gli Scope 1, 2 e 3.
L’evoluzione dei bond ESG e di transizione tra innovazione di prodotto e aspettative del mercato
Nel secondo panel la discussione si è concentrata sul ruolo delle etichette (label) e sulla necessità di evolvere verso strumenti finanziari in grado di accompagnare la transizione reale senza imbrigliare le imprese in un’eccessiva burocrazia. Nonostante l’obiettivo di lungo termine debba essere quello di integrare la sostenibilità nella finanza ordinaria, i label rimangono oggi un passaggio imprescindibile per intercettare i capitali dedicati e soddisfare i vincoli normativi degli investitori.
La complessità del quadro normativo europeo rischia talvolta di creare cortocircuiti o irrigidimenti, spingendo le aziende più dinamiche a cercare un punto di equilibrio. Nicole Della Vedova, Executive Finance Director di Snam, ha ricordato come l’obiettivo non debba essere semplicemente “mettere un’etichetta”, ma utilizzare la finanza come leva strategica per muovere capitali verso la transizione. In quest’ottica, i Sustainability-Linked Bond (SLB) rappresentano uno strumento di straordinaria efficacia, poiché legano direttamente il costo del debito societario al raggiungimento dei target di decarbonizzazione (Scope 1, 2 e 3), responsabilizzando l’intero management e incidendo in maniera tangibile sulla riduzione del costo del capitale.
L’esigenza di rispondere a bisogni di sostenibilità specifici ha inoltre aperto la strada a soluzioni innovative e verticali. È il caso del primo blue bond pubblico emesso in Italia da Acea, focalizzato sulla tutela della risorsa idrica e sul contrasto al fenomeno delle perdite lungo la rete. Giovanni Scotto di Freca, Head of Finance di Acea, ha sottolineato come il settore idrico necessiti di enormi investimenti infrastrutturali e come l’accoglienza del mercato, con richieste di oltre cinque volte superiori all’offerta, dimostri la forte sensibilità degli investitori verso indicatori e KPI legati alla resilienza idrica.
Sul fronte del collocamento e del mercato del debito, Giada Sonego, Head of Debt Capital Markets di Banca Akros, ha evidenziato la posizione “nel mezzo” che le banche occupano tra gli ambiziosi piani industriali delle aziende e i rigidi requisiti di portafoglio sostenuto dagli investitori. Se da un lato il label facilita la collocazione dei titoli nei fondi ESG (come quelli classificati ex Articolo 9 SFDR), dall’altro l’intensità emissiva di determinati settori tradizionali (come l’Oil & Gas) richiede un dialogo costante e trasparente con gli investitori per far comprendere la bontà dei piani di transizione.
Infine, l’analisi si è estesa al mercato dei risparmiatori privati. Alessandro Raiola, Head of Structured Finance & DCM Financial Institutions di Equita, ha illustrato come i risparmiatori retail mostrino un’attenzione crescente e una propensione maggiore verso le obbligazioni etichettate ESG rispetto a quelle tradizionali. La chiarezza dello use-of-proceeds, l’impatto sociale tangibile sul territorio e la vicinanza dell’emittente alle comunità locali rendono gli strumenti sostenibili, in particolare i blue bond e i social bond, un eccellente ponte per canalizzare il risparmio delle famiglie verso l’economia reale.
Costruire la transizione reale: standard globali e investimenti strategici
Nel corso del suo intervento, Gianpiero Nacci, Managing Director Climate Strategy and Delivery della EBRD (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo), ha tracciato il ruolo fondamentale che le istituzioni finanziarie internazionali svolgono nel promuovere una transizione equa, resiliente ed energeticamente sicura nei Paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti.
Nacci ha evidenziato come le trasformazioni strutturali necessarie per azzerare le emissioni e mettere in sicurezza i territori richiedano non soltanto volumi ingenti di risorse pubbliche, ma un’azione coordinata per abbattere la percezione del rischio politico e di mercato che spesso frena gli investitori privati. Attraverso l’adozione di standard condivisi, l’assistenza tecnica per la preparazione dei progetti e la strutturazione di strumenti ad hoc, la EBRD opera per creare contesti di investimento stabili, capaci di coniugare la decarbonizzazione industriale con la competitività economica di lungo periodo.
Finanziare le infrastrutture della transizione: il ruolo di blended finance, PPP e project bond
L’ultima ora del workshop si è focalizzata sulle modalità concrete per trasformare gli imponenti fabbisogni infrastrutturali, dall’acqua ai trasporti, passando per l’energia, in progetti reali, finanziabili e aperti al capitale privato. Il nodo centrale non risiede unicamente nella disponibilità di risorse, ma nell’allocazione efficiente del rischio e nella capacità di creare strutture finanziarie bancabili.
In questo contesto, la blended finance emerge come una leva rilevante. Carlo Maria Rossotto, Director International Cooperation and International Institutions di CDP (Cassa Depositi e Prestiti), ha spiegato come l’utilizzo di garanzie pubbliche europee consenta di attivare capitali privati nei mercati emergenti, come nell’ambito del Piano Mattei per l’Africa. Attraverso programmi creati in sinergia con istituzioni internazionali come la FAO, gli strumenti di de-risking e l’assistenza tecnica permettono alle banche commerciali locali di finanziare progetti ad alto impatto sociale e ambientale che altrimenti verrebbero scartati per l’elevato profilo di rischio percepito.
Sul piano nazionale ed europeo, il ruolo delle istituzioni di sviluppo si concretizza in soluzioni innovative a supporto delle grandi reti. Andrea Durante, Head of Unit Public Sector & Regulated Sector Italy della EIB (Banca Europea per gli Investimenti), ha illustrato l’evoluzione degli strumenti di aggregazione, come l’esperienza degli hydrobond promossi con il Consorzio Viveracqua. Un modello di successo che ha consentito a piccole utility locali di accedere al mercato dei capitali per oltre 1 miliardo di euro, mobilitando investimenti per 2,5 miliardi nel settore idrico.
La cooperazione tra grandi operatori industriali e il sistema bancario trova espressione anche nelle garanzie di filiera per le grandi opere di trasporto. Stefano Pierini, Head of Finance and Investor Relations di Ferrovie dello Stato, ha raccontato il caso virtuoso dell’opera Palermo-Catania, in cui l’intervento di BEI, CDP e delle banche commerciali ha permesso di sbloccare garanzie sulla supply chain a favore delle imprese appaltatrici. Trasformando la finanza tradizionale in una garanzia di secondo livello, si è dimezzata l’esposizione creditizia del sistema finanziario, raddoppiando la capacità di affidamento per la filiera industriale coinvolta nell’opera.
Dall’altro lato della barricata, gli investitori istituzionali privati guardano a questi complessi schemi finanziari con un approccio pragmatico. Emilio Pastore, Head of Finance and Treasury di HDI Assicurazioni (Gruppo Talanx), ha sottolineato che per il settore assicurativo la redditività e la prevedibilità dei flussi futuri rimangono requisiti cardine. Trattandosi di investitori di lungo periodo con capitale “paziente”, le compagnie assicurative chiedono prima di tutto stabilità del quadro normativo e un rigoroso monitoraggio dell’assorbimento di capitale sotto la regolamentazione prudenziale (Solvency II). Quando questi elementi dialogano in modo trasparente con criteri ESG rigorosi, la finanza infrastrutturale può finalmente tradursi in un formidabile volano per l’economia reale
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