Premessa
Incertezza, rischi geopolitici e barriere commerciali sono ai massimi livelli ma gli scambi mondiali crescono a ritmi robusti. Le vendite italiane negli Stati Uniti restano in espansione nonostante siano penalizzate dai dazi. Accelerano gli acquisti dalla Cina nei settori ad alta tecnologia e, contemporaneamente, di prodotti a prezzi stracciati.
Come navigare tra correnti che appaiono andare in direzioni contrastanti?
In questo volume cerchiamo di individuare alcuni punti cardinali che permettano di tracciare rotte più sicure, anche verso nuove destinazioni.
Il commercio globale, costituito prevalentemente da scambi tra imprese di input intermedi e beni strumentali (75% nel 2024), è la cartina di tornasole di profonde divergenze in atto tra le maggiori economie, lungo molteplici dimensioni intrecciate tra loro.
La prima divergenza è quella geografica. Tra il 2024 e la prima metà del 2026 il commercio mondiale è aumentato del 9%. Ma nove decimi della crescita dell’export e oltre tre quarti di quella dell’import sono stati generati dall’Asia. Il resto proviene dal continente americano, mentre l’Europa e il resto del mondo hanno offerto un contributo sostanzialmente nullo.
È andata così persa la narrazione della globalizzazione come fattore di convergenza tra le aree del mondo, eterogenee in termini di specializzazione produttiva e sviluppo economico, sulla quale poggiava l’ordine liberale multilaterale degli scambi. Gli Stati Uniti, fautori e garanti di questo ordine, ne hanno decretato la crisi già a partire dalla prima presidenza Trump.
La crisi del multilateralismo ha rotto la cornice delle relazioni internazionali. La tela degli scambi rimane fitta, ma è a rischio di strappi e lacerazioni. Così come il collasso dell’Unione Sovietica non ha causato la fine della storia ma l’inizio di una nuova fase di instabilità geopolitica ed economica.
La seconda divergenza è di tipo tecnologico. La rivoluzione digitale, trainata dall’intelligenza artificiale, ha il potenziale di cambiare in profondità la struttura produttiva internazionale. La crescita dell’import USA e di tutti gli scambi asiatici è concentrata, infatti, in grande maggioranza nella filiera ICT, che è invece assente nella dinamica degli scambi UE. Anche gli scambi globali di servizi ICT sono raddoppiati, in valore, dal pre-Covid.
La leadership nel settore ICT richiede enormi investimenti, privati e pubblici, in innovazione e capitale umano. Stati Uniti e Cina investono in R&S mille miliardi di dollari a testa all’anno (in parità di potere d’acquisto), i paesi UE insieme si fermano a seicento miliardi. Le big five USA dell’ICT (Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Apple) guidano la classifica delle multinazionali per R&S. La cinese Huawei è sesta, ma è saldamente prima per numero di brevetti, detenendo la quota maggiore di Brevetti Essenziali per il 5G. Per la UE solo le grandi case automobilistiche tedesche (Volkswagen e Mercedes) compaiono nelle prime venti posizioni.
Il China shock 2.0 è caratterizzato dalla pervasività della potenza manifatturiera cinese. La Cina compete con gli Stati Uniti nelle nuove tecnologie, primeggiando nell’hardware ICT, e resta leader nei settori tradizionali a basso costo: mobili, abbigliamento e prodotti tessili, pelle e calzature, assemblaggio elettronico, metalli di base e altri prodotti manifatturieri negli ultimi anni hanno continuato a guadagnare quote di mercato.
La terza divergenza, che fa leva sulle prime due, è quella geopolitica. Si è ampliata la distanza nella politica estera degli Stati Uniti con il resto del mondo, compresi gli alleati storici. Secondo un indice di rischio geopolitico, nel 2026 le tensioni USA-UE hanno superato quelle tra Stati Uniti e Russia, raggiungendo lo stesso livello di quelle USA-Cina.
In base a un’analisi del Centro Studi Confindustria, la distanza geopolitica assume un’importanza crescente per spiegare la dinamica degli scambi tra paesi, soprattutto dei beni più facilmente sostituibili.
Il fattore geopolitico è l’innesco che trasforma le divergenze geografiche e tecnologiche in dipendenze critiche e vulnerabilità industriali. Gli scambi con l’estero diventano anche una leva di coercizione (trade weaponisation), per influenzare le scelte di policy dei paesi più dipendenti. Di conseguenza, l’Europa non può più permettersi solo di godere dei vantaggi della specializzazione ed essere semplice utilizzatrice di paradigmi tecnologici sviluppati nel resto del mondo.
L’impennata delle barriere agli scambi globali (oltre 2.200 nuove misure nella prima metà del 2026, massimo storico), trainata dagli Stati Uniti, si spiega così non solo in termini di difesa dei settori domestici a rischio ma anche come leva per ottenere vantaggi in settori strategici, come IA, difesa ed energia. Non è casuale che un aumento più marcato delle policy protezionistiche sia avvenuto tra coppie di paesi geopoliticamente più distanti.
Contestualmente sono aumentati gli interventi di politica industriale, per ridurre le dipendenze e aumentare la resilienza delle filiere strategiche. Mentre gli Stati Uniti concentrano gli interventi in pochi settori (come acciaio e ghisa) e la Cina li indirizza verso la manifattura avanzata, l’Unione europea utilizza programmi di natura trasversale (come NextGenerationEU e l’Innovation Fund). L’Italia, in particolare, si caratterizza per una politica industriale prevalentemente orizzontale (non settoriale).
Qual è stato l’impatto delle traiettorie mondiali divergenti per gli scambi italiani?
L’industria italiana può contare su una forte diversificazione geografica e merceologica degli scambi e su una comprovata capacità di riorientare velocemente vendite e acquisti lungo le filiere internazionali. Ciò non la protegge, però, dalle vulnerabilità extra-UE, condivise con il resto dell’industria europea.
Dal pre-Covid è aumentato il peso degli Stati Uniti, sia come destinazione che come origine degli scambi italiani, e della Cina, come fornitore. Nel complesso, oltre un decimo delle vendite all’estero è diretto negli USA (10,8% nel 2025, +1,3 punti percentuali sul 2019) e oltre un decimo degli acquisti proviene dalla Cina (10,2%, +2,8 punti). I paesi UE mantengono centralità, assorbendo oltre la metà degli scambi in uscita e in entrata.
La crescita degli scambi italiani nel 2025 è stata sostenuta dalla farmaceutica diretta verso gli Stati Uniti, dal lato delle esportazioni, e da prodotti farmaceutici e autoveicoli provenienti dalla Cina, dal lato delle importazioni. La crescita è quindi fortemente concentrata in pochi comparti e mercati.
Esemplare è il caso dei dazi USA. La filiera farmaceutica, minacciata da forti aumenti tariffari ma rimasta in larga parte indenne, spiega l’espansione degli scambi oltreoceano. Invece, molti comparti manifatturieri hanno subito perdite pesanti delle vendite negli USA nella prima parte del 2026 (autoveicoli, metalli di base, mobili, computer e prodotti di elettronica, bevande, prodotti chimici). In base a un’analisi del Centro Studi Confindustria, allo shock tariffario è associato, in media, un calo fino al 9% dopo nove mesi degli acquisti di prodotti italiani negli USA.
Il vero rischio, nel medio-lungo periodo, è la perdita di importanti attività manifatturiere, qualora diventi più conveniente trasferire negli Stati Uniti parte delle filiere produttive, soprattutto nelle fasi più a valle.
Per quanto riguarda la Cina, l’aumento della quota cinese nell’import italiano ha seguito il doppio canale del China Shock 2.0: beni ad alta tecnologia, soprattutto, e numerosi prodotti a prezzi ridotti.
Dei circa 53 miliardi di euro di acquisti dalla Cina nel 2025, infatti, quasi 21 vanno in prodotti con valori medi unitari elevati e in forte crescita (più che triplicati dal 2019). Altrettanti, invece, vanno in beni a valore unitario basso e in calo dal 2019 (nonostante l’inflazione), che registrano però un forte aumento dei volumi. Inoltre, dal pre-Covid la quota della Cina nelle importazioni italiane di prodotti tecnologicamente avanzati è più che raddoppiata (dal 14,2% nel 2019 al 34,8% nel 2025), conquistando posizioni non solo nell’ICT ma anche nelle biotecnologie e nelle life sciences.
La crescente presenza di prodotti cinesi nelle importazioni italiane non si traduce automaticamente in una perdita di competitività internazionale della manifattura italiana. Esistono, anzi, casi in cui il boom dell’export è stato accompagnato da un rafforzamento delle connessioni con la Cina. Viceversa, l’invasione di autoveicoli elettrici a prezzi fuori mercato ha contribuito a trascinare in crisi profonda un settore di punta dell’industria italiana ed europea (anche in termini di ricerca e sviluppo). Una crisi che, comunque, ha radici riconducibili alla mancanza di una chiara visione industriale europea e a scelte strategiche e tecnologiche che hanno indebolito la competitività del settore.
Nel complesso, un’analisi del Centro Studi Confindustria a livello delle province italiane mostra che, almeno fino al 2023 (ultimo dato disponibile), una maggiore specializzazione sia con il mercato di destinazione USA che con il mercato di origine cinese è associata a una migliore performance dell’export provinciale.
Infine, la riconfigurazione degli scambi italiani si riflette anche nella composizione delle dipendenze industriali critiche tra il periodo pre-Covid (2015-2019) e il post (2020-2024), che si sposta verso una quota più industriale-manifatturiera e meno legata alle materie prime energetiche. Le dipendenze si orientano infatti sempre più verso gli Stati Uniti, primo fornitore critico in termini di quota in valore (24%), trainati dal comparto farmaceutico, e verso la Cina, secondo fornitore in valore ma primo in numerosità (27%), soprattutto per gli input strategici legati all’elettronica e all’elettrificazione.
Come risolvere queste apparenti contraddizioni, derivanti dalla crescente complessità delle dinamiche economiche e politiche internazionali?
In primo luogo, occorre intensificare il ricorso a nuovi accordi e partnership commerciali, per diversificare i mercati di origine e sbocco e ridurre le dipendenze critiche.
La UE è già leader negli accordi internazionali, non solo numericamente (47 in corso), ma per qualità e completezza degli ambiti trattati. Il suo peso manifatturiero, pur non accompagnato da un analogo peso politico, le conferisce la capacità di svolgere un ruolo centrale tra quelle “medie potenze” che, secondo il primo ministro canadese Carney, possono agire insieme per contribuire alla costruzione di un nuovo ordine Mondiale.
In una fase in cui gli stessi principi base di reciprocità e non discriminazione vacillano, gli accordi commerciali rappresentano lo strumento che più si avvicina a un quadro di regole condivise. È una leva cooperativa, che richiede un grande lavoro per vincere resistenze consolidate, ma ottiene il risultato di moltiplicare i vantaggi dell’apertura commerciale (in fisica, una cosiddetta “leva svantaggiosa”). Inoltre, ha il potere di disinnescare la leva opposta, di tipo coercitivo, delle barriere agli scambi, che permette alle grandi potenze di raggiungere risultati negoziali con poco sforzo (una “leva vantaggiosa”) ma con effetti negativi, a catena, sul sistema delle relazioni internazionali.
Questa strategia è corroborata da fattori strutturali e demografici che puntano, in prospettiva, a uno spostamento del baricentro della crescita economica verso nuove aree del mondo: India, America Latina, paesi Asean, Africa Subsahariana.
L’export italiano, in particolare, tende a beneficiare in misura maggiore degli accordi commerciali, grazie a una specializzazione nei settori in cui la riduzione dei dazi è generalmente più ampia. A ciò si aggiunge la struttura del tessuto produttivo nazionale, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese, particolarmente avvantaggiate dalla rimozione delle barriere tariffarie e, soprattutto, non tariffarie.
Per quanto riguarda l’accordo UE-Mercosur, la maggiore specializzazione dell’Italia, rispetto alla media UE, in settori quali automotive, ICT e apparecchiature elettriche, mobili e prodotti in metallo, ne accresce il potenziale beneficio dall’apertura dei mercati.
I primi dati vanno in questa direzione: nei primi due mesi di applicazione dell’accordo, maggio e giugno 2026, le esportazioni italiane verso l’area sono cresciute del 12,9% rispetto allo stesso periodo del 2025, più del doppio dell’aumento registrato verso l’insieme dei paesi extra-UE (+5,5%). Anche per quanto riguarda l’accordo UE-India, le imprese italiane mostrano una maggiore specializzazione rispetto alla media europea nei settori che beneficeranno di una forte riduzione delle aliquote tariffarie, quali macchinari, chimica, farmaceutica e metalli di base.
Infine, tra le direttrici che negli ultimi anni hanno sostenuto la crescita dei prodotti italiani sui mercati esteri, i paesi del Golfo hanno assunto un ruolo sempre più rilevante: tra il 2019 e il 2025 le vendite sono aumentate del 76%, oltre il doppio rispetto al totale extra- UE (+33%). Tra le pesanti conseguenze economiche del conflitto tra Stati Uniti e Iran (riduzione dell’offerta di petrolio e gas, impossibilità di transito nello stretto di Hormuz, importante choke point per i prodotti energetici, aumento dei costi di trasporto) non è ultima la caduta delle vendite italiane nei paesi del Golfo, pari a -31% a marzo-giugno 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025.
In secondo luogo, occorre rafforzare le politiche industriali europee, non solo di tipo orizzontale ma anche verticale, con un focus sulle filiere strategiche, sia per aumentare l’autonomia e ridurre le vulnerabilità che per sostenere i settori a maggiore specializzazione e assumere un ruolo di leader nelle nuove tecnologie. Evitando, inoltre, eccessive regolamentazioni che ostacolano la competitività delle proprie industrie di punta, come l’automotive.
È importante notare come l’obiettivo della politica industriale debba essere differente dal riportare in Italia o in Europa la totalità delle produzioni: non è né realistico né efficiente. La resilienza ha un costo, le risorse pubbliche sono per definizione limitate, e anche se ci fossero le risorse non tutte le supply chain sono replicabili. Occorre dunque individuare le filiere prioritarie sulla base di criteri espliciti e, allo stesso tempo, continuare a puntare sulla leva costruttiva del commercio estero, alla ricerca di nuovi mercati di specializzazione.
Rimane cruciale, per l’Italia e l’Europa, la gestione del rapporto con le due potenze mondiali: Stati Uniti e Cina. Rafforzare politicamente l’Unione europea appare essenziale per fronteggiare la potenza americana. Rispetto alla Cina, difficile pensare che le relazioni possano mantenere l’assetto attuale perché i rapporti tecnologici e industriali appaiono decisamente sbilanciati. Verosimilmente occorrerà utilizzare le leve citate in precedenza: partnership e politiche industriali.
La crisi della governance mondiale degli scambi richiede un immediato cambio di passo. Il termine stesso di “crisi”, dal greco antico, significa scelta, decisione. In mancanza di scelta, invece, la crisi si trasforma e diventa declino: geopolitico, tecnologico, industriale e, in conclusione, sociale.
Executive Summary
Scenario mondiale senza paradigma: traiettorie divergenti
- Il commercio con l’estero è aumentato sia in volume che in intensità (in rapporto alla produzione) nell’ultimo biennio. Nel 2025 il valore dei prodotti venduti all’estero ha toccato un nuovo record: oltre 26 mila miliardi di dollari, pari al 22,4% del PIL mondiale. La globalizzazione degli scambi non appare affatto rallentata da shock e fratture internazionali.
- Tuttavia, emergono dinamiche molto eterogenee tra le principali macroaree. L’Asia, da sola, ha contribuito al 90% della crescita dell’export mondiale e al 76% di quella dell’import nei primi sei mesi del 2026 sulla media del 2024. Il continente americano ha offerto un contributo meno forte ma significativo, di circa il 15%. Al contrario, il contributo del resto del Mondo è stato sostanzialmente nullo, sia in Europa (compreso il Regno Unito) che in altre grandi regioni come Africa e Medio Oriente.
- UE, USA e Cina sono su traiettorie divergenti. Nel 2026 la produzione europea rimane ancorata sui livelli pre-Covid e gli scambi con l’estero sono ancora sotto a quei livelli.
- Il disaccoppiamento tra il maggiore esportatore (Cina) e il maggiore importatore mondiale (USA) appare, potenzialmente, una tempesta perfetta per la geografia mondiale degli scambi. La sovraproduzione cinese, in assenza di una sufficiente domanda interna, è necessariamente alla ricerca di nuove destinazioni.
- Quale impatto ha avuto, finora, il decoupling USA-Cina sugli scambi europei? La risposta dipende dalla prospettiva adottata.
- Dal punto di vista europeo, gli Stati Uniti, sia come origine che come destinazione degli scambi, e la Cina, solo come origine, sono diventati mercati più importanti negli ultimi anni. Oltre un quinto dell’export extra-UE nel 2025 è diretto negli USA (21%, dal 17% nel 2018) e oltre un quinto dell’import extra-UE proviene dalla Cina (22%, dal 18%).
- Tuttavia, dal punto di vista statunitense e cinese non si osserva un aumento del peso degli scambi con l’Unione Europea. L’unico risultato univoco riguarda le vendite europee in Cina, inequivocabilmente in calo.
- In altre parole, la crescente importanza di Stati Uniti e Cina per l’Unione Europea è dovuta al fatto che è aumentato il loro peso sugli scambi globali, non a una maggiore connessione commerciale.
- Le previsioni di crescita dei principali istituti internazionali confermano uno spostamento del baricentro lontano dall’Europa. Il traino della crescita globale è duale: dagli Stati Uniti, come capacità di acquisto e import, e dalla Cina, per quanto riguarda produzione ed export.
- Invece, quasi tutta la crescita demografica mondiale nel prossimo triennio si realizzerà in paesi terzi: Africa Subsahariana (56,2% del totale), India (23,1%), America Latina (8,2%) e paesi Asean (7,8%). In prospettiva, la geografia degli scambi globali continuerà a mutare e nuove rotte acquisteranno maggiore rilevanza.
- Il principale fattore sottostante alle traiettorie divergenti tra aree geografiche è tecnologico. Il boom degli investimenti nelle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, che ha origine negli USA, ha attivato le supply chain internazionali, soprattutto in Asia. L’Europa ne è rimasta sostanzialmente esclusa.
- La crescita delle importazioni USA nel 2025 è concentrata in modo esclusivo in beni ICT. In Cina la filiera ICT ha contribuito al 60% della crescita dell’export e alla totalità dell’aumento dell’import. Negli altri paesi asiatici la filiera ICT spiega circa tre quarti della forte crescita degli scambi nell’ultimo biennio. Viceversa, i beni ICT non hanno avuto alcun impatto sulla dinamica degli scambi dei paesi UE.
- Il traino del comparto ICT, specialmente in Asia, è visibile non solo negli scambi di beni ma anche in quelli di servizi. Gli scambi globali di servizi ICT sono raddoppiati in valore rispetto al 2019 (picco pre-Covid), crescendo a un ritmo doppio rispetto al totale dei servizi (circa +50% cumulato). Rappresentano ormai il 15% del totale.
- Nel complesso, il valore degli scambi internazionali di servizi ha superato i 9mila miliardi di dollari nel 2025, pari al 7,8% del PIL mondiale.
- Le dinamiche divergenti degli scambi e dell’innovazione tecnologica tra macroaree si riflettono nei movimenti internazionali dei capitali produttivi.
- L’UE ha perso attrattività. Gli investimenti diretti esteri in entrata nei paesi membri (che includono anche gli investimenti intra-area) sono caduti da 436 miliardi medi annui del decennio 2010-2019 a 161 miliardi negli ultimi sei anni post-Covid. Escludendo i flussi intra-area, gli IDE dal resto del mondo (extra-UE) sono stati addirittura negativi nel quinquennio 2020-2024 (quasi -32 miliardi di dollari all’anno).
- Dal punto di vista proprietario, le grandi multinazionali ICT statunitensi continuano a guidare la spesa mondiale in ricerca e sviluppo. Nel 2024 le big five americane – Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Apple – hanno generato da sole circa il 15% della spesa privata in R&S mondiale. Seguono altri due colossi asiatici della produzione ICT, Huawei in Cina (sesta) e Samsung in Corea del Sud (settima). Nelle prime venti posizioni compaiono due aziende UE, entrambe colossi tedeschi dell’automotive (Volkswagen e Mercedes-Benz).
- Il vantaggio degli Stati Uniti nei confronti della Cina si annulla se si cambia prospettiva, guardando al totale della spesa interna in R&S (dentro i confini nazionali), compresa quella del settore pubblico, e tenendo conto del diverso livello dei prezzi e dei salari dei ricercatori (molto più elevati negli USA).
- In base ai dati Ocse, infatti, la spesa interna in R&S in volume in Cina ha raggiunto e marginalmente superato quella negli Stati Uniti nel 2024. Entrambi i paesi hanno investito mille miliardi di dollari (in parità di potere d’acquisto), generando insieme il 60% della spesa mondiale. I paesi UE hanno investito in R&S 600 miliardi di dollari.
- Le gerarchie tra Stati Uniti e Cina si ribaltano del tutto analizzando i risultati dell’attività di ricerca in termini di attività brevettuale.
- Nel 2025 la Cina ha presentato 74mila domande di brevetti protetti dall’accordo di cooperazione globale, quasi il 27% del totale mondiale, registrando un aumento molto sostenuto negli ultimi anni. L’Asia nel suo complesso ha prodotto 157mila domande, oltre la metà del totale (57%).
- Al contrario, i brevetti europei e nord-americani sono in calo in numero e, a maggior ragione, come quota del totale mondiale. L’Europa è origine di meno del 22% del totale (compresi contributi extra-UE di Svizzera e Regno Unito), il Nord America del 20%.
- Le maggiori aziende richiedenti brevetti producono tecnologie hardware di comunicazione digitale. Huawei in Cina è prima al mondo per il nono anno consecutivo (7.500 richieste), seguita da Samsung (Corea del Sud) e Qualcomm (USA).
- Il settore della produzione hardware, infatti, richiede la registrazione di brevetti per ogni componente fisico e per le tecnologie fondamentali per i nuovi standard tecnici. Huawei detiene la più grande quota al mondo di Brevetti Essenziali per il 5G. Un primato conteso da Qualcomm se si considera anche la qualità dei brevetti.
- Il governo cinese ha implementato una politica di forti incentivi fiscali e sussidi ai brevetti, concentrati negli ultimi anni nell’ICT e in altre industrie strategiche come le tecnologie verdi e la manifattura avanzata.
- Le Big Tech USA di software, invece, fanno affidamento su pochi brevetti ad elevato impatto e su altri strumenti di protezione come il copyright e il segreto commerciale.
- Per l’Europa una semplice strategia di adozione e diffusione dell’innovazione altrui non è più perseguibile, perché la espone a una doppia perdita: di competitività internazionale e di autonomia tecnologica.
- Il China shock 2.0 è il risultato di una trasformazione strutturale del sistema produttivo cinese, sostenuta da oltre vent’anni di politiche industriali, che ha determinato un profondo cambiamento della composizione delle esportazioni cinesi, con un peso crescente dei prodotti tecnologicamente avanzati. Rimane comune al primo China shock una forte espansione dei volumi esportati. A sostenere l’espansione verso i mercati esteri contribuisce inoltre l’insufficiente capacità della domanda interna di assorbire la produzione nazionale.
- La crescente complessità della struttura produttiva cinese si riflette in un paniere di esportazioni sempre più sofisticato e vicino a quello delle economie avanzate, soprattutto dell’Area euro e degli Stati Uniti. Al tempo stesso, l’offerta cinese risulta più allineata alla domanda di importazioni europea, mentre la domanda cinese è diventata meno complementare all’offerta dell’Area euro. Ne deriva una duplice pressione: maggiore concorrenza della Cina sui mercati internazionali e minori opportunità di esportazione verso il mercato cinese.
La frammentazione politica
- Cresce il ricorso alla politica industriale, in risposta alle mutate priorità della politica economica, che punta ad aumentare la capacità produttiva e ridurre le dipendenze dai fornitori esteri, anche in assenza di specializzazioni o vantaggi competitivi, per accrescere la resilienza delle filiere e tutelare la posizione strategica delle economie nazionali a fronte di catene globali del valore più vulnerabili.
- Tuttavia, persiste un elevato livello di eterogeneità tra paesi nell’intensità e nell’orientamento degli sforzi politici.
- A partire dal 2020 si registra una crescita netta e nel solo 2023 sono stati censiti oltre 2.500 nuovi interventi di politica industriale a livello globale, di cui il 71% con effetti distorsivi sulla concorrenza internazionale.
- I paesi industrializzati spendono in media l’1,4% del PIL in sussidi e sgravi fiscali a favore delle imprese, con un ulteriore 1,8% attraverso strumenti finanziari.
- L’aumento più marcato delle policy distorsive si osserva tra le coppie di paesi geopoliticamente più distanti, soprattutto dal 2022, ed è trainato in larga misura dagli interventi a sostegno della resilienza degli approvvigionamenti e della sicurezza nazionale.
- Il sussidio è lo strumento dominante in tutti e tre i blocchi ma la Cina vi ricorre in modo quasi esclusivo (pari al 95% degli interventi nel 2021-2024).
- Gli Stati Uniti concentrano la maggior parte degli interventi in pochi settori, soprattutto dell’acciaio e della ghisa. La Cina occupa una posizione intermedia, con un baricentro spostato sulla manifattura avanzata, in particolare macchinari elettrici e meccanici, autoveicoli e chimica. L’Unione europea distribuisce l’azione su più comparti, anche a causa della natura trasversale di programmi come NextGenerationEU e l’Innovation Fund.
- Rispetto a Francia e Germania, l’Italia si caratterizza per una politica industriale prevalentemente orizzontale, basata in larga misura sui sussidi e distribuita trasversalmente tra i settori. Al contrario della Germania, gli interventi italiani appaiono inoltre distribuiti in modo indipendente dalla forza competitiva.
- Il crescente ricorso alla politica industriale contribuisce all’aumento delle barriere agli scambi globali (che includono anche gli interventi di tipo orizzontale, non mirati a specifici obiettivi industriali). Le nuove misure protezionistiche nella prima metà del 2026 sono state circa 2.200, massimo dall’inizio della serie storica (2009).
- Le tensioni geopolitiche sono una fonte di incertezza globale e comportano un rischio sistemico nelle relazioni economiche, diplomatiche e militari tra paesi. Tutti i principali indicatori che tengono traccia dell’incertezza e del rischio hanno toccato picchi storici nell’ultimo biennio.
- Gli Stati Uniti, costruttori e garanti dell’ordine liberale multilaterale, sono adesso i fautori della sua crisi e, quindi, la principale fonte di instabilità mondiale.
- Le tensioni degli Stati Uniti con i propri alleati storici, molto ridotte fino a tutto il 2024, sono aumentate con l’arrivo di Trump. L’indice di rischio geopolitico USA-UE nel 2026 ha superato quello tra Stati Uniti e Russia, raggiungendo lo stesso livello di quello USACina. Hanno pesato la crisi della Groenlandia e le minacce di ritorsioni per le regole europee sulle Big Tech USA.
- Un modo complementare di osservare l’allontanamento tra le posizioni di politica estera degli Stati Uniti rispetto agli altri paesi mondiali, compresi quelli più vicini, consiste nell’analisi dei voti espressi presso l’Assemblea Generale dell’ONU.
- Si osserva una netta discontinuità nel 2025. Hanno pesato, in particolare, le scelte di voto USA sui diritti umani, sulla crisi in Medio Oriente e sulla guerra in Ucraina, spesso disallineate rispetto a quelle di molti alleati storici, come i paesi UE.
- Durante l’età della globalizzazione, i determinanti politici del commercio erano considerati marginali. Oggi, invece, la distanza geopolitica tra paesi sta mutando in un determinante strutturale, e non più occasionale, dei flussi commerciali internazionali.
- In base a un’analisi del Centro Studi Confindustria, dal 2018 la distanza geopolitica ha eroso gli scambi commerciali tra paesi lontani sul piano geopolitico, rispetto a quelli più vicini, con un effetto che si è progressivamente intensificato. Nel 2024, un aumento nel tempo del 10% della distanza geopolitica tra due paesi si associava a una riduzione di circa il 3% sul commercio internazionale.
- L’impatto della geopolitica sul commercio non è uniforme: l’effetto è più marcato per i prodotti facilmente sostituibili (es. beni di consumo), più debole per i beni capitali e semilavorati, difficili da rimpiazzare, e ambiguo per i beni strategici.
Scambi italiani: mercati, dipendenze e nuove rotte
- Dal 2019 gli scambi con l’estero dell’Italia sono stati interessati da una sequenza eccezionale di shock: dalla pandemia alla guerra russo-ucraina e al conflitto a Gaza, fino alla guerra tra Stati Uniti e Iran nel 2026. A questi shock si è aggiunto, nel corso del 2025, il ritorno a una politica commerciale statunitense fortemente restrittiva. In questo contesto, gli scambi italiani hanno registrato un rafforzamento del peso di alcuni partner commerciali extra europei, Stati Uniti, sia come destinazione che come origine, e Cina, come fornitore, sebbene i paesi UE abbiano mantenuto sempre una forte centralità, assorbendo oltre la metà delle esportazioni italiane, il 51,3%, e fornendo circa il 57% delle importazioni.
- Nel 2025 la crescita degli scambi italiani con l’estero è stata sostenuta da pochi mercati e da un numero ristretto di comparti. Le esportazioni complessive sono aumentate del 3,3%. Gli Stati Uniti, principale destinazione extra-UE delle merci italiane, hanno fornito il maggiore contributo per mercato, mentre la farmaceutica è risultata il primo settore per apporto alla crescita dell’export.
- La forte concentrazione settoriale costituisce una caratteristica specifica della dinamica dell’export italiano verso gli Stati Uniti nel 2025 e non si osserva con la stessa intensità nelle vendite italiane destinate al resto del mondo. La resilienza dell’export italiano verso gli Stati Uniti non segnala quindi una capacità generalizzata di tutti i settori di assorbire il nuovo contesto tariffario, ma riflette soprattutto la performance eccezionale di specifiche produzioni.
- Secondo stime del Centro Studi Confindustria, allo shock tariffario è associato, in media, un calo fino al 9% dopo nove mesi delle vendite di prodotti italiani negli USA (a parità di altre condizioni).
- A differenza del primo mandato, la seconda ondata di dazi ha esteso la copertura tariffaria alla quasi totalità dei partner commerciali. Il livello medio dei dazi applicati alla dogana è salito al 9,6% a dicembre 2025, il valore più alto degli ultimi ottant’anni. In media, a distanza di 9 mesi un aumento del dazio di 10 punti percentuali riduce il valore importato negli USA di circa il 12% e il prezzo comprensivo di dazio pagato dagli importatori statunitensi aumenta praticamente uno-a-uno con l’aliquota. L’onere dei dazi ricade quindi in misura quasi integrale sul lato americano. I prodotti italiani risultano più resilienti della media nei primi tre mesi (calo di circa −3,5% contro −7,6% della media mondiale), per poi convergere all’effetto medio. Rispetto al resto del mondo, i prezzi dell’export italiano assorbono una quota un po’ maggiore del dazio.
- Dal lato degli approvvigionamenti è aumentata parallelamente la centralità della Cina come fornitore dell’economia italiana. Il fenomeno non riguarda soltanto l’aumento complessivo dei flussi, ma anche un cambiamento della loro composizione: accanto ai tradizionali prodotti caratterizzati da elevati volumi e valori unitari contenuti, una quota crescente degli acquisti dalla Cina è costituita da input intermedi e beni tecnologicamente avanzati, utilizzati direttamente nei processi produttivi italiani.
- Non risulta una correlazione significativa tra penetrazione dell’import cinese e performance dell’export italiano a livello settoriale: le dinamiche sono molto differenziate tra i comparti. In alcuni settori la crescita dell’export si accompagna a una maggiore presenza cinese nelle importazioni, a conferma di una crescente integrazione anche in settori industriali avanzati.
- Cresce il contenuto tecnologico delle importazioni dalla Cina. Tra il 2019 e il 2025 la quota della Cina sulle importazioni italiane di prodotti tecnologicamente avanzati (ATP) è più che raddoppiata, dal 14,2 al 34,8%.
- L’aumento del peso dei prodotti tecnologici ha contribuito anche ad aumentare la concentrazione merceologica delle importazioni dalla Cina tra il 2019 e il 2025, sebbene su livelli molto bassi, indicando una larga matrice di offerta cinese. Circa tre quarti di questo incremento sono spiegati dall’aumento del peso degli ATP sul totale delle importazioni dalla Cina, mentre il restante quarto da una maggiore concentrazione all’interno dello stesso gruppo ATP.
- Nel complesso, il quadro che emerge è quindi più articolato rispetto alla tradizionale rappresentazione della Cina come fornitore esclusivamente orientato verso produzioni standardizzate e a basso costo. Questa componente continua a essere rilevante e coinvolge una parte molto ampia dei prodotti importati; parallelamente, tuttavia, è rapidamente aumentato il peso di beni intermedi, input tecnologicamente avanzati e prodotti a valore unitario più elevato. Ciò mostra come le forniture cinesi possano essere strettamente connesse alla competitività internazionale delle produzioni italiane.
- Nel periodo successivo alla pandemia, e in particolare alla ripresa del 2021-2023, l’apertura commerciale risulta associata a una migliore dinamica dei territori, soprattutto nella manifattura, ma la resilienza dipende più dalla composizione e dalla specializzazione degli scambi che dalla sola intensità dell’interscambio.
- La pandemia ha mostrato la duplice natura dell’integrazione internazionale: sostiene efficienza e accesso ai mercati, ma può anche amplificare shock produttivi e interruzioni delle catene di fornitura.
- L’integrazione con gli Stati Uniti mostra una relazione positiva con il recupero del valore aggiunto, ma una maggiore esposizione iniziale è associata a una successiva crescita più debole di export e import. Anche una maggiore apertura verso la Cina si associa a una crescita più contenuta delle importazioni nel 2021, riflettendo possibili vulnerabilità ed effetti di base.
- Risultati più favorevoli emergono considerando il vantaggio comparato rivelato: la specializzazione verso USA e Cina si associa a una maggiore crescita degli scambi nel 2021-2023. Nel caso cinese, tuttavia, una maggiore crescita dell’import può anche indicare maggiore penetrazione dei prodotti cinesi e dipendenza dai fornitori esteri, richiedendo una lettura più cauta della resilienza.
- I legami commerciali generano forme di dipendenza reciproca. Una forma di dipendenza commerciale particolarmente rilevante riguarda le forniture dall’estero di input difficilmente sostituibili, da pochi paesi e a potenziale rischio geopolitico, necessari per la produzione industriale, soprattutto in settori di rilevanza strategica.
- Le importazioni italiane di materie prime, prodotti energetici e beni manifatturieri intermedi e di investimento che si possono configurare come dipendenze critiche corrispondono, come varietà (cioè numero) a quasi il 7% del totale dell’import extra-UE di prodotti industriali. In valore la quota è circa il 12%, pur avendo registrato un calo negli ultimi anni (dal 17% tra il 2015-2019 fino al 9% tra il 2020-2024), spiegato soprattutto dai prodotti dell’energia e dalla ricomposizione delle fonti energetiche.
- Tra il pre-Covid (2015-2019) e il post (2020-2024) l’origine geografica delle dipendenze si sposta da pochi grandi fornitori di energia (Russia, Nord Africa) a un ventaglio più diversificato e qualitativamente diverso, con Stati Uniti e Cina in testa. Con l’arretramento dell’energia tra le dipendenze assumono importanza gli input intermedi della manifattura, che salgono post-covid al 78% del valore critico.
- Cresce, in valore, il peso dei prodotti ad alta tecnologia (ATP, dal 7% al 19% del valore critico) e di quelli strategici (dal 18% al 36%). L’aumento è trainato soprattutto dalla farmaceutica e dalla chimica fine, mentre l’elettronica arretra.
- La dipendenza dell’industria italiana è molto concentrata: i primi quattro paesi fornitori — Stati Uniti, Cina, Indonesia e Brasile — coprono da soli circa il 61% del valore critico, e oltre il 60% di queste forniture è ATP e/o strategico. In valore la dipendenza si concentra in pochi blocchi — Stati Uniti (24%), Cina (14%), Indonesia e Brasile (11- 12%). In numerosità, invece, domina la Cina, primo fornitore per oltre un quarto (27%) dei prodotti critici, seguita da Turchia (13%), Stati Uniti e India (9-10%).
- La vulnerabilità strategica dell’Italia appare concentrata in un numero estremamente limitato di imprese (401), ma proprio queste imprese occupano posizioni di rilievo nel sistema produttivo. Sono aziende mediamente grandi (dieci volte la dimensione media), con una produttività doppia e fortemente internazionalizzate (propensione all’export e all’import quasi tripla), che utilizzano una parte dei beni strategici, scarsi e difficilmente sostituibili, come input o investimenti e intrattengono relazioni significative con il resto dell’economia. Di conseguenza, un’interruzione delle forniture non produrrebbe effetti circoscritti ai soli importatori, avendo un’elevata capacità di trasmettere lo shock a monte e a valle lungo le filiere produttive italiane.
- Gli accordi commerciali assumono oggi una valenza ancora più strategica: oltre a favorire gli scambi, possono contribuire a contenere l’escalation protezionistica e a governare le rivalità economiche, rafforzare la sicurezza economica attraverso l’accesso a materie prime critiche, servizi e investimenti e, infine, preservare un quadro di regole condivise in una fase di crescente debolezza del multilateralismo. È in questa prospettiva che vanno valutati i più recenti accordi commerciali dell’Unione europea.
- Gli accordi commerciali conclusi dalla UE nel passato hanno avuto un forte impatto positivo sulle sue esportazioni e, soprattutto, su quelle italiane, mentre l’impatto sulle importazioni è stato molto più contenuto. Secondo stime del Centro Studi Confindustria, in linea con quelle della Banca Mondiale e della Commissione europea, gli accordi commerciali nel lungo periodo aumentano di circa il 40/50% le vendite europee nel paese con il quale si realizza l’accordo.
- I benefici economici non derivano soltanto dalla riduzione delle tariffe. Il Mercosur eliminerà i dazi sul 91% dei prodotti importati dall’UE, mentre l’Unione Europea liberalizzerà il 95% delle linee tariffarie, fino alla completa abolizione dei dazi sui prodotti industriali. L’armonizzazione delle norme e la semplificazione delle procedure doganali renderanno gli scambi più rapidi, meno costosi e più prevedibili, favorendo in particolare le piccole e medie imprese e i prodotti agroalimentari deperibili.
- Germania e Italia sono le economie europee maggiormente beneficiarie di questo abbattimento dei dazi poiché presentano una specializzazione merceologica nei settori in cui la riduzione delle aliquote tariffarie sarà più forte. Per l’Italia, la combinazione tra forte apertura all’export e riduzione dei dazi comporterà un calo delle tariffe pari al 10,6% del valore esportato a fine periodo di transizione, un beneficio superiore a quello registrato dalla Germania (-10,1%) e dalla media UE (-9,2%, pari a più di 4 mld di euro).
- Nei primi due mesi di applicazione dell’Accordo, maggio e giugno, le esportazioni italiane sono cresciute del 12,9% rispetto allo stesso periodo del 2025, più del doppio rispetto all’aumento registrato verso il complesso dei paesi extra-UE (+5,5%).
- L’accordo con l’India offre un accesso privilegiato a: la più grande democrazia mondiale, in termini di popolazione; la terza economia del mondo (in parità di potere di acquisto), in forte crescita, in termini di produttività e di innovazione; un fornitore globale strategico di materie prime, ricco di risorse naturali e minerarie, e di semilavorati siderurgici, tessili e chimici. L’India, inoltre, può contribuire a ridurre la concentrazione dell’export italiano sui mercati maturi e a consolidare la presenza delle imprese italiane in Asia.
- Tra le direttrici che negli ultimi anni hanno sostenuto la crescita dei prodotti italiani sui mercati esteri, i paesi del Golfo hanno assunto un ruolo sempre più rilevante. Tra il 2019 e il 2025, le vendite sono aumentate complessivamente del 76%, oltre il doppio rispetto alla crescita registrata verso il complesso dei mercati extra-UE (+33%).
- I paesi del Golfo si confermano, dunque, una delle rotte a maggiore potenziale per l’espansione internazionale delle imprese italiane, ma anche una delle più esposte alla volatilità geopolitica ed energetica. Le tensioni recenti non ridimensionano le opportunità offerte da questi mercati, ma mostrano come il loro pieno sviluppo dipenda anche dalla continuità delle rotte marittime e dalla stabilità dei costi energetici e logistici. Il rafforzamento della presenza commerciale italiana nell’area dovrà quindi essere accompagnato da strategie di diversificazione dei collegamenti e degli approvvigionamenti.
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