Dalla guerra in Libano alla cucina come strumento di dialogo e pace. Maradona Youssef, cuoco e imprenditore libanese, arriva a Catanzaro il 5 settembre per presentare il suo libro “Mezé, miracoli e disastri”, nell’ambito di “Percorsi di gusto” al Complesso del San Giovanni, e il giorno successivo sarà protagonista dell’iniziativa benefica “La Cena Straordinaria”.
Noto al pubblico italiano anche per la partecipazione a MasterChef, Youssef ha costruito il suo percorso tra Libano e Italia, portando avanti una cucina che intreccia memoria, identità e culture. In questa intervista racconta il suo rapporto con il cibo, il significato del suo libro e il valore della tavola come luogo capace di unire persone e popoli.
Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo.
– Il suo libro, “Mezé, miracoli e disastri”, racconta un’infanzia vissuta in Libano durante la guerra, ma anche il ruolo della cucina come luogo di pace e di appartenenza. Quanto è stato difficile trasformare quei ricordi in un racconto pubblico e cosa significa oggi, per lei, parlare di quella parte della sua vita attraverso il cibo?

Sono nato durante la guerra e non avevo mai conosciuto davvero la pace finché non sono arrivato in Italia. Ai tempi dell’università, l’incontro con Aldo, un professionista della psiche, mi ha aiutato ad attraversare un lungo processo di soggettivazione e a trovare parole per esperienze che fino ad allora erano rimaste soprattutto emozioni.
La cucina, invece, era da sempre il mio luogo di ordine e gentilezza. Mia nonna e mia madre non sapevano tradurre facilmente le emozioni: le cucinavano. L’hummus, il kebbeh erano anche un modo per dirti ti voglio bene. In Libano avevo capito che il cibo arriva dove il linguaggio si ferma; in Italia ho capito che, a un certo punto, il linguaggio deve riprendersi il suo posto. Anche da qui nasce questo libro.
Quando condividiamo il cibo succede poi qualcosa di molto antico: abbassiamo la guardia, perché non si può mangiare e combattere con la stessa intensità. Il problema è che quella pace spesso dura quanto il pasto. Il mio lavoro, come cuoco e come autore, è provare a farla durare oltre il piatto vuoto, oltre il dessert e il caffè. Ho scritto questo libro anche per questo: per portare fuori dalla tavola quella piccola magia che, persino in un Paese ferito come il Libano, continua ostinatamente ad accadere.
– Nel libro la cucina diventa una sorta di “casa” capace di unire mondi e culture diverse. Lei ha portato la tradizione libanese in Italia, reinterpretandola anche attraverso la sua esperienza professionale: quanto la cucina può davvero diventare uno strumento di dialogo e di convivenza tra popoli?
La persona che ti salva davvero la vita non è sempre quella che ti dà un consiglio o del denaro. A volte è quella che, mentre senti il mondo crollarti addosso e hai lo stomaco chiuso, ti dice semplicemente: «Mangia». La nonna. Questa non è un’educazione libanese: è mediterranea. La ritroviamo nelle tavole chilometriche delle feste, nei piatti preparati per qualcuno, nel bisogno quasi istintivo di nutrire per prendersi cura.
Il Mediterraneo, in fondo, è un grande sistema di relazioni: una tavola comune dove le diversità hanno imparato a stare insieme senza smettere di essere diverse. E questa storia comincia molto prima delle nostre nonne, prima delle città e delle religioni. L’ulivo, la vite e il grano sono forse la nostra tecnologia più antica: modi attraverso cui abbiamo imparato a trasformare sole, acqua, terra e tempo in civiltà.
Per questo credo profondamente che la cucina possa essere uno strumento di dialogo: prima ancora di parlare la stessa lingua, gli esseri umani hanno imparato a condividere la stessa tavola.
– A breve sarà a Catanzaro per presentare il suo libro e partecipare a “La Cena straordinaria”, un evento benefico che mette insieme cucina e solidarietà. Che significato ha per lei partecipare a un’iniziativa di questo tipo e cosa si aspetta dall’incontro con il pubblico calabrese?
Partecipare a questo evento significa per me avere il privilegio di assistere a una specie di miracolo moderno: mille persone sedute alla stessa tavola. Oltre al grande menù preparato da colleghi che stimo, si celebra qualcosa di ancora più raro: un vero rito di condivisione. In un tempo in cui parliamo continuamente di ciò che ci separa, a Catanzaro avete scelto di costruire qualcosa che unisce e, soprattutto, di farlo per uno scopo benefico.
Dal pubblico calabrese mi aspetto invece di scoprire somiglianze dentro le differenze. A un libanese capita di arrivare in Calabria, in Grecia o sulla Costa Azzurra e provare una sensazione strana: «Non è casa mia, eppure qualcosa mi è familiare». Gli ulivi, i fichi, le viti, la pietra chiara, le colline arse d’estate, quel blu intenso del mare. Non è una somiglianza casuale: racconta un clima condiviso e una storia antichissima di scambi.

Sono curioso quindi di incontrare i calabresi e scoprire, attraverso le persone, quanto Mediterraneo abbiamo in comune e quanto, invece, ci rende meravigliosamente diversi.
– Nel suo percorso ci sono il Libano, l’Italia, l’esperienza a MasterChef, il lavoro con Bruno Barbieri e oggi l’attività con Mezè a Milano. Qual è stato il momento che più di ogni altro ha cambiato la sua vita e l’ha portata a diventare lo chef e l’imprenditore che è oggi?
In realtà tutte queste esperienze sono state straordinariamente importanti. Ognuna ha aggiunto un mattone a ciò che sto ancora costruendo: MasterChef, Bruno Barbieri, Gino Fabbri, Mezè milano, gli incontri e persino gli errori.
Ma se devo scegliere ciò che mi ha cambiato davvero, direi che la verità sta nelle fondamenta: grazie al Libano sono diventate ostinatamente resistenti e grazie all’Italia magnificamente decorate.
Forse quello che sono oggi nasce proprio dall’incontro tra queste due cose: la resistenza che ho imparato da una parte e la possibilità di trasformarla in bellezza che ho trovato dall’altra.
– Dopo tanti anni di esperienza in cucina e nel mondo della ristorazione, quali sono oggi le nuove sfide professionali che sente più vicine e quali progetti vorrebbe realizzare nei prossimi anni?
La sfida che sento più vicina oggi è riuscire a divulgare un messaggio di pace attraverso quello che definisco gastrodiplomazia mediterranea: usare il cibo non soltanto per nutrire o raccontare una cultura, ma per creare relazioni tra persone e popoli diversi.
E vorrei che questa idea non rimanesse soltanto nelle parole. Il mio sogno è trasformarla anche in un progetto imprenditoriale: una rete di ristoranti ecologici, sostenibili e accessibili, capaci di offrire un’esperienza di alto livello ma popolare, prima in Italia e poi lungo le coste del Mediterraneo.
In fondo il progetto è sempre lo stesso, cambia soltanto la dimensione: costruire tavole abbastanza grandi perché possano sedersi persone diverse.
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Francesco Graziano
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