Dopo lo stop all’area a caldo, ripartono i licenziamenti nell’indotto. Le incognite sulla gara, le bramme importate e il piano per i forni elettrici
La Corte d’Appello di Milano ha confermato l’11 settembre lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, respingendo la richiesta di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria. Gli impianti dovranno essere fermati entro il 28 ottobre e potranno ripartire soltanto dopo la completa rimozione dell’amianto e l’adozione delle misure necessarie a ricondurre le emissioni di polveri sottili entro livelli considerati sicuri.
La prima conseguenza della decisione è arrivata nel giro di poche ore. Nel pomeriggio, l’Aigi ha comunicato ai sindacati che le imprese associate dell’indotto intendono «riprendere sin da subito» le procedure di licenziamento collettivo per circa 2.500 lavoratori, avviate nei giorni scorsi e temporaneamente sospese su richiesta del governo proprio in attesa del pronunciamento dei giudici. La tregua, dunque, è già finita.
Fim, Fiom e Uilm hanno chiesto a Palazzo Chigi di bloccare immediatamente i licenziamenti e convocare il tavolo permanente sull’ex Ilva, avvertendo che non accetteranno «un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati». La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, ha ricordato che l’Italia non può rinunciare alla produzione di acciaio verde, mentre anche l’Ugl ha sollecitato una soluzione capace di tutelare continuità industriale e occupazione.
Giorgia Meloni ha assicurato che il confronto sarà riconvocato «presumo, immediatamente», sottolineando che l’ex Ilva è uno dei dossier ai quali il governo sta dedicando il maggior numero di ore. Ma ha anche precisato: «Lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi».
Che cosa accade agli impianti
Oggi, su cinque altoforni, soltanto uno è operativo. Fermarlo non significa chiudere immediatamente i cancelli: lo spegnimento di un impianto di quelle dimensioni è un’operazione lunga e delicata, che deve essere accompagnata e controllata. Anche dopo il blocco sarà necessario mantenere in sicurezza l’intera area e garantire sorveglianza e manutenzione.
Acciaierie d’Italia ha avvertito che, superato un certo punto della procedura, il riavvio dell’altoforno potrebbe diventare impossibile senza interventi estesi e costosi. Ma senza l’area a caldo Taranto smetterà comunque di produrre acciaio partendo dal minerale. Potrà soltanto trasformare nei laminatoi le bramme, grandi rettangoli di acciaio semilavorato, fabbricate altrove.
Prima della sentenza si stimava che quest’anno l’ex Ilva potesse produrre tra 1,5 e 1,7 milioni di tonnellate di acciaio. I laminatoi di Acciaierie d’Italia hanno però una capacità teorica di circa 6 milioni di tonnellate l’anno: 5 milioni di coils e un milione di lamiere. Per continuare a farli funzionare dopo la fermata dell’altoforno serviranno dunque grandi quantità di bramme acquistate sul mercato internazionale.
La gara torna in discussione
La sentenza cambia anche il valore industriale di ciò che il governo sta cercando di vendere. La gara era stata concepita per individuare un compratore disposto a rilevare e rilanciare l’intero gruppo, compresa l’area a caldo. Ora bisognerà verificare se le offerte presentate restino valide e se la procedura possa proseguire senza rivederne il perimetro e le condizioni.
Le offerte vincolanti sono quelle dell’indiana Jindal Steel International e del fondo americano Flacks. Jindal si è detta pronta a rilevare tutti gli stabilimenti, compresa l’area a caldo di Taranto, e a tentare il riavvio degli impianti dopo gli interventi imposti dai giudici, assumendosene il rischio. La conferma dello stop aumenta però costi, tempi e incertezze: il gruppo indiano dovrà quindi chiarire se il suo piano regga ancora o se intenda chiedere condizioni diverse.
Restano poi le manifestazioni d’interesse della holding ceca CE Industries e della cordata guidata da Federacciai, formata da quattordici imprese italiane, tra le quali Marcegaglia, Arvedi, Acciaierie Venete, Duferco e Feralpi. La cordata non ha ancora presentato un’offerta vincolante e aveva escluso fin dall’inizio di volersi fare carico degli altiforni.
Paradossalmente, il suo progetto appare perciò più vicino allo scenario aperto dalla sentenza: mantenere in funzione i laminatoi di Taranto, Genova e Novi Ligure utilizzando bramme importate e costruire, in un secondo momento, uno o più forni elettrici. Restano però da definire la struttura societaria, la ripartizione degli investimenti e il ruolo dello Stato, del quale gli acciaieri chiedono la partecipazione nella futura società.
La dipendenza dalle bramme
Alcune imprese italiane, a cominciare da Marcegaglia, si sono dette disponibili a far arrivare a Taranto una prima fornitura di circa 200 mila tonnellate di bramme, sufficiente all’incirca per un mese di attività. Sarebbe soltanto una soluzione ponte.
Jindal ha prospettato una fornitura più strutturale: fino a quattro milioni di tonnellate l’anno provenienti dal suo nuovo altoforno in India e, entro la fine del 2027, altri due milioni di tonnellate di bramme a minori emissioni prodotte in Oman. Secondo il gruppo indiano, questi volumi permetterebbero di alimentare gli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure durante la transizione.
È un’ancora di salvezza, ma anche una nuova dipendenza. L’unica grande acciaieria italiana a ciclo integrale diventerebbe per anni un impianto costretto a lavorare semilavorati prodotti a migliaia di chilometri, esposto ai dazi, alle tensioni sulle rotte, ai costi dei noli e alle oscillazioni dei prezzi. Le crisi nel Golfo e nel Mar Rosso e il ritorno delle politiche protezionistiche rendono ancora meno prevedibili i flussi mondiali dell’acciaio.
Senza l’area a caldo verrebbero meno anche i gas di processo oggi utilizzati per produrre una parte dell’energia necessaria allo stabilimento. Per mantenere in funzione laminatoi e impianti a valle bisognerebbe quindi acquistare più gas ed elettricità dall’esterno, con costi elevati. E il fabbisogno energetico aumenterebbe ulteriormente con l’entrata in funzione dei forni elettrici.
La strada dei forni elettrici
La riconversione dovrebbe infatti passare dalla costruzione di uno o più forni elettrici, alimentati con rottame oppure con Dri, il ferro preridotto. È la strada indicata anche dal governo per mantenere a Taranto una produzione siderurgica riducendo le emissioni. Non è però una soluzione per la scadenza di ottobre: per costruire e portare a regime i nuovi impianti sarebbero necessari almeno tre o quattro anni.
La cordata italiana ragionerebbe inizialmente su un solo forno, ma per sfruttare tutta la capacità dei laminatoi ne servirebbero probabilmente due. Un forno elettrico può produrre indicativamente dai due ai quattro milioni di tonnellate l’anno. Secondo le prime stime, la costruzione di due impianti costerebbe circa 2,5 miliardi, ai quali aggiungere almeno 500 milioni per rimettere in efficienza i laminatoi. Tre miliardi complessivi, considerati peraltro una valutazione prudente da diversi esperti del settore.
A questa cifra si aggiungerebbe il costo degli impianti necessari a produrre il Dri. Gli acciaieri non vorrebbero affidarsi soltanto al rottame, perché l’aumento della domanda ne farebbe salire i prezzi. Chiedono quindi che sia lo Stato a sostenere almeno una parte dell’investimento per il preridotto. Il miliardo di fondi pubblici inizialmente destinato al progetto è stato però trasferito verso altri impieghi. Tra le alternative viene valutata anche l’importazione dal Brasile, dove Acciaierie d’Italia possiede il 49% di Itabrasco, società produttrice di pellet di ferro.
Il conto dell’occupazione
I forni elettrici richiedono molti meno lavoratori rispetto a una grande acciaieria a ciclo integrale. Acciaierie d’Italia conta quasi 10 mila dipendenti nell’intero gruppo, circa 8 mila dei quali a Taranto, senza considerare l’indotto. Nello scenario più favorevole, con una produzione tornata a 6 milioni di tonnellate l’anno, il progetto attribuito alla cordata italiana potrebbe garantire circa 5 mila posti: 3.500 nei laminatoi e tra mille e 1.500 nei forni.
La fase transitoria rischia di essere molto più pesante. Durante lo spegnimento e la successiva messa in sicurezza alcune centinaia di addetti dovranno continuare a lavorare; per gran parte degli altri si aprirebbe la cassa integrazione. A questi si aggiungono i 2.500 dipendenti delle imprese dell’indotto per i quali sono già ripartite le procedure di licenziamento.
Il costo della crisi non scomparirà dunque insieme agli altiforni. Si trasferirà dalle perdite dell’azienda, stimate in almeno 40 milioni di euro al mese, agli ammortizzatori sociali, alle bonifiche, alla manutenzione degli impianti e agli investimenti pubblici necessari alla riconversione.
L’ultimo incontro tra governo e sindacati si era concluso in un clima molto teso e senza una soluzione. L’esecutivo si era riservato di verificare ancora le possibilità di mantenere una continuità produttiva, compresa la situazione dell’Altoforno 4, rinviando il confronto a dopo il pronunciamento di Milano. La sentenza ha ora ristretto drasticamente il campo nel quale Palazzo Chigi può muoversi, ma non chiude le altre partite.
Il 15 e il 16 settembre la commissione Industria del Senato ascolterà commissari, istituzioni locali, imprese e sindacati sul decreto ex Ilva; il termine per presentare gli emendamenti è fissato al 17. Gara, eventuale ingresso dello Stato, tutela dei lavoratori e investimenti per la riconversione restano scelte politiche. Ma il calendario industriale corre più velocemente di quello parlamentare: lo spegnimento dovrà essere completato entro il 28 ottobre e, nell’indotto, il dopo-Ilva è già cominciato.
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